Napoli Gianturco

Ogni volta che un importante romanziere ha dovuto scontrarsi con la realtà napoletana ha dovuto cedere ai suoi colori, alla sua vita, alle sue ombre, alla sua anima. Napoli non è mai potuta essere solo uno sfondo, un’immota scenografia su cui i personaggi (anche se fittizi) possono semplicemente muoversi: essi verranno sempre influenzati, nel bene o nel male, da questo singolare circondario.

Ogni singolo dettaglio che forma e caratterizza Napoli è subentrato nel corso degli anni e si è fatto spazio per un qualche trauma sociale che ha scaturito. Così la prima rappresentazione della classica cartolina che ha come sfondo il Vesuvio è datata post 1646, momento in cui i cittadini hanno preso consapevolezza della sua presenza, dopo la sua eruzione. Così anche la periferia di Napoli ha avuto una sua voce solo dopo importanti studi sociali, come ad esempio il fenomeno della dialettofonia quasi totale di queste zone, preso in esame da Nicola De Blasi, docente dell’università Federico II.
Questo aspetto linguistico dimostra la chiusura che il centro ha nei confronti di quartieri (Spagnoli, Sanità e altri) e nei confronti della periferia, luoghi taciuti e nascosti finché il romanzo moderno non ha voluto allargare l’imagery urbana napoletana. Montesano, Elena Ferrante, Roberto Saviano si sono scontrati così con l’indicibile, con ambienti che hanno bisogno di una tavolozza nuova e un linguaggio tremendamente vero, reale e crudo.
Saviano, cercando una spiegazione all’esistenza della periferia, l’ha assimilata al prodotto del capitalismo e della nuova società borghese e consumistica. La ricchezza non esiste senza la povertà, la periferia è solo la spazzatura, il rifiuto del capitalismo e, come tale, va nascosta.

Partendo da questo breve excursus non sembrerebbe dunque un caso che la periferia napoletana sia per lo più degradata e socialmente settorizzata.

Una piccola periferia è quella di via Gianturco, una zona industriale che attraversa la quarta municipalità di Napoli. La zona prende il nome da Emanuele Gianturco, un uomo risoluto che, vissuto nella realtà ottocentesca di Avignano, si trasferì a Napoli per coronare i suoi sogni. Rinnegò il mestiere del padre (il calzolaio) e divenne un ottimo studente di musica e di diritto. La sua collaborazione con la rivista “Filangieri” suggerisce da subito il suo primo interesse: “Gli studi di diritto civile e la questione del metodo in Italia”, argomento che infatti ritroviamo anche tra i temi trattati nelle aule dell’università Federico II, dopo aver ottenuto la cattedra.

Nel 1889, fu eletto alla Camera dei deputati nel seggio del III collegio di Basilicata. Fu nominato sottosegretario di Stato alla Giustizia nel primo governo presieduto da Giovanni Giolitti, ministro dell’Istruzione pubblica, ministro di Grazia e Giustizia e dei Culti nel secondo governo di Antonio Starabba marchese di Rudinì. Ricoprì le cariche di vicepresidente della Camera dei deputati, guardasigilli nel governo di Giuseppe Saracco e ministro dei Lavori pubblici nel terzo governo Giolitti. Questo profilo così forte è emblematico per la formazione di via Gianturco, luogo in cui il docente e politico ha portato una ventata di novità e riforme, con nuove le idee della sua scuola di diritto civile, indirizzate ad un’unificazione politica e legislativa (tipica dei civilisti neoterici, insoddisfatti per lo scenario politico e giuridico dell’800).

L’ambiente degradato che quindi ogni mattina vediamo di corsa dalle nostre metro, nasce come un luogo ispirato da un giurista che ha concentrato il suo lavoro nella divisione dello ius possidendi dallo ius utendi. Una zona industriale che ospitava importanti stabilimenti soprattutto del settore chimico e delle raffinerie, ma che ora è ridotta ad una condizione di mercato in declino. Un quartiere che viene descritto nel libro “Palude” di Diego Miedo come un luogo in cui “non passa nessuno, neanche prima delle elezioni”.

Via Gianturco è infatti racchiusa tra quattro ponti che fanno da perimetro ad un’area desolata e popolata da barboni e campi rom, centri all’ingrosso, scheletri di vecchi edifici, tra questi il solo a spiccare è il popolare rione Luzzatti, ormai famoso per la citazione di Elena Ferrante. Nell’area orientale sta nascendo l’espressione di street art di Diego Miedo, che, insieme al cd di Francesco Di Bella “Nuova Gianturco” (edito da La Canzonetta record) ci suggeriscono la volontà di voler riscattare il luogo con l’aiuto dell’arte e dei colori, ridipingere quelle strade per risollevare prima gli umori, poi anche lo scenario economico.
I disegni sono colossali e sgargianti, estranei al dramma che li circonda, si fanno espressione di ricezione ed espressioni umane, si tingono di trasparenza emotiva e della volontà di arricchire ciò che è stato deturpato.

Alessia Sicuro

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Laureata in lettere moderne e laureanda alla facoltà di filologia moderna dell'università Federico II, ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose. Accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire ed affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Divora libri, vecchie storie, vorrebbe guardar il futuro con degli occhiali magici per riportar solo belle notizie alla gente disillusa. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale! Vorrebbe esser stata più concreta fin dall’inizio, essere interessata ai soldi come tutta la gente normale e non sentirsi in pace col cosmo solo perché sta inforcando una penna. Si, vorrebbe, ma bisogna sempre svegliarsi.

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