Napoli e il fascismo

Il 18 febbraio si è tenuta a Napoli la manifestazione di protesta per la presenza in città, in tempo di campagna elettorale, del leader del partito neo-fascista Casapound, Simone Di Stefano. La protesta si è spostata da piazza Garibaldi fino a via Galileo Ferraris, cercando di avvicinarsi all’Hotel Ramada dove era previsto il comizio.

Definita da numerose testate giornalistiche “la protesta dei centri sociali”, e dal questore di Napoli Antonio De Iesu “l’arroganza di un gruppo di manigoldi”, quello del 18 è stato un vero e proprio scontro frontale tra manifestanti e forze dell’ordine impegnate nella tutela della zona interessata dal comizio: lo scontro di fatti sarebbe iniziato al rifiuto della polizia di far passare gli attivisti in una strada vicino l’Hotel, tenuta chiusa per l’occasione.

Circa 23 manifestanti sono stati portati in questura, le foto in circolazione sul web hanno mostrato una schiera di persone contro muri sotto perquisizione, lo sdegno dei “centri sociali” ha seguito i compagni nella notte fino alla questura, in attesa del rilascio. Ieri mattina quei 23 attivisti si sono trasformati poi in 23 denunce per violenza e resistenza a pubblico ufficiale, a cui sono andate a sommarsi 4 poliziotti e 1 carabiniere feriti e 2 attivisti in ospedale per cure mediche. Numeri irrisori se paragonati alle ferite che ha lasciato l’episodio alla città.

Quella che per molti è stata definita “mattanza” ha risvegliato ricordi marchiati a fuoco con una cifra: 2001. Per il questore non ci sono dubbi, si tratta di arroganza che lascia una forte “inquietudine”, ma questo sentimento si è fatto grande e fortemente corrisposto in maniera ostinata e contraria. Perché è inquietante raggruppare un ventaglio di persone antifasciste nelle sole parole (non necessariamente consequenziali) di “centri sociali”, è inquietante la tutela posta a un comizio di Casapound, è inquietante che si giustifichi la presenza di un partito neofascista come Casapound salvandolo tra le braccia della Democrazia. Non c’è democrazia. Non c’è legittimità.

La Repubblica italiana è democratica ed è antifascista e, per la Legge Scelba, vieta ogni tipo di riorganizzazione, esaltazione e propaganda del fascismo e del partito fascista. Il diritto è materia noiosa e impervia, ma mai quanto la realtà che si scorda della sua esistenza. Quello del 18 febbraio non è stato e non dev’essere letto come uno scontro da cittadini e polizia, tra manifestanti e forza armata, ma tra una generazione che ha bisogno di riaffermare con forza la propria libertà e volontà di essere migliori, di essere umani migliori di quanto siano stati i nostri precursori e loro, quelli che parlano di cose che non conoscono.

Perché bisogna dirlo: chi oggi parla, inneggia, emula, richiama, desidera il Fascismo, non ha assolutamente idea di cosa sia stato. Bisogna dargli un nuovo nome, oggi il Fascismo avrebbe (forse ha già) lineamenti diversi. I desideri e le paure sono gli stessi, ma le sue azioni sono differenti. Questo dovrebbe tenerci svegli: il bisogno di capire cosa sta accadendo, saperlo riconoscere e combatterlo in tempo senza inciampare nella solita, cara, ingenuità del “sono solo un gruppo di manigoldi”.

Rossella Palmieri

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