razzismo psicologia

Sono tempi caldi per il tema del razzismo. L’operato politico del nostro governo, giusto o sbagliato che sia, ha elicitato e dato voce a sentimenti di odio e ad atti violenti contro gli immigrati locali. I salotti di decine di talk-show hanno iniziato a parlare solo di migranti e barconi. La riflessione sulle basi di questo sentimento condotta dalla psicologia è doverosa.

Per la psicologia sociale il razzismo è determinato da due vizi di ragionamento: il pregiudizio e lo stereotipo. Nonostante l’accezione negativa, entrambi questi meccanismi operano quotidianamente perché permettono di accelerare i nostri ragionamenti favorendo il risparmio cognitivo.

Il pregiudizio è stato definito come un’opinione preconcetta che non si basa su esperienza diretta riferita a una persona, un gruppo o un fatto. Una semplice conoscenza scorretta diventa pregiudizio quando non cambia a fronte di nuovi dati.

Gli stereotipi sono delle descrizioni generalizzate di gruppi di persone che si basano su alcune caratteristiche salienti, positive o negative. A questi gruppi, riconoscibili per caratteristiche fisiche, sociali e d’altro tipo, vengono associati valori, motivazioni e comportamenti in modo così netto che diventa impossibile considerare la singola persona nella sua unicità. Uno dei problemi fondamentali dello stereotipo è che, come il pregiudizio, si modifica con molta difficoltà. Ciò accade anche perché vengono create le condizioni affinché queste convinzioni si avverino. Se pensiamo che una persona sia fredda e ci relazioniamo con lei a nostra volta in modo freddo, il nostro interlocutore sarà portato a comportarsi di conseguenza avvalorando la nostra previsione. La generalizzazione permette di sapere come comportarci anche in situazioni ignote.

La psicologia fisiologica mette in relazione razzismo ed empatia.Un recente studio neuroscientifico guidato da Alessio Avenanti, afferente al dipartimento di Psicologia dell’Università di Bologna, ha utilizzato la tecnica della stimolazione magnetica transcranica per verificare la relazione tra razzismo ed empatia.

I neuroscienziati hanno testato la reazione a immagini dolorose relative al proprio e all’altro gruppo etnico, confermando in generale che a fronte del dolore altrui (come aveva scoperto in precedenza il medesimo team di studiosi) si attivano automaticamente gli stessi circuiti cerebrali collegati alla percezione di quel dolore, come se l’osservatore lo stesse provando sulla propria mano. La risposta automatica però non si è messa in atto nel caso di individui appartenenti ad un diverso gruppo etnico. E quanto più i volontari avevano dimostrato un atteggiamento xenofobo, attraverso un’indagine standard sui pregiudizi razziali inconsci, tanto più i loro cervelli si erano dimostrati neurologicamente indifferenti alla sofferenza altrui.

Come spiega Alessio Avenanti, psicologo 34enne dell’Università di Bologna e coordinatore del lavoro: «la ricerca dimostra che la scarsa empatia, cioè la capacità di condividere e comprendere i sentimenti e le emozioni altrui nei confronti di persone di diverso gruppo etnico, è correlata al pregiudizio razziale inconscio dell’osservatore».

Ma se l’imperturbabilità del cervello fosse dovuta a un’inferiore capacità di identificazione nel caso di persone di etnia differente e quindi meno famigliari? La risposta di Avenanti è chiara: «Proprio per sgomberare il campo dal sospetto che si potesse trattare semplicemente di una minor capacità di immedesimazione, abbiamo introdotto nell’esperimento anche una mano viola, ma alla vista di un ago conficcato sull’arto di colore viola tutti i volontari hanno mostrato invece un atteggiamento empatico».

In sostanza i ricercatori hanno ripetuto l’esperimento con immagini di mani artificialmente colorate di viola, percepite come estremamente strane e non familiari da entrambi i gruppi e il risultato è stato sorprendente: i due gruppi hanno manifestato empatia nei confronti del dolore della mano viola, nonostante la sua peculiarità, e nonostante la mano viola mostrata ai bianchi fosse quella di un nero e viceversa. Ciò suggerisce, secondo gli studiosi, che non è tanto il diverso aspetto a determinare la differenza di risposta, bensì il significato culturale a questo associato. «La mano viola – spiega Avenanti – dimostra l’esistenza di una reattività naturale da parte del cervello degli esseri umani anche verso ciò che più è estraneo, rivelando un’innata apertura nei confronti del diverso».

Pertanto il nostro cervello va educato: può e deve essere educato all’empatia e all’apertura verso il diverso.

La psicologia evolutiva, che spiega i comportamenti umani come comportamenti mantenuti dai nostri antenati ad oggi esclusivamente perchè utili alla sopravvivenza, ci dice che il razzismo era prevalente poiché era vantaggioso, per i primi esseri umani, privare altri gruppi di risorse. Probabilmente, non avrebbe mai fatto bene ai nostri antenati essere altruisti e permettere ad altri gruppi di condividere le loro risorse: ciò avrebbe solo diminuito le proprie possibilità di sopravvivenza. Soggiogare e sopprimere altri gruppi aumentava il loro accesso alle risorse. Tuttavia, possiamo ritenere che lo sviluppo che corre alla velocità della luce, che impregna la nostra civiltà sia ben lontano dai tempi suddetti e la nostra cultura, aperta al nuovo ed al costante cambiamento, debba tenerci lontani da fenomeni come il razzismo.

Cerchiamo invece, adesso, di pensare al razzismo come ipotetico meccanismo di difesa psicologica. Una visione alternativa è che il razzismo e tutte le forme di xenofobia non abbiano una base genetica o evolutiva ma rappresentano principalmente un tratto psicologico – più specificamente, un meccanismo di difesa psicologica generato da sentimenti di insicurezza e ansia. Ci sono alcune prove per questa visione derivante dalla teoria psicologica denominata “Teoria della gestione del terrore”. Secondo la teoria della gestione del terrore, la motivazione di questi comportamenti è quella di migliorare il senso di importanza o valore di fronte alla morte, o di acquisire un senso di sicurezza o appartenenza, come una modalità di protezione contro la minaccia della mortalità. Il razzismo potrebbe quindi essere una risposta simile ad un senso più generale di insignificanza, disagio o inadeguatezza. Ma la comune ed universale caducità della vita umana dovrebbe unirci in un’unica razza: l’uomo.

Come spesso accade, è più semplice vedere il problema fuori o nell’altro. Nascondersi dietro a giustificazioni e motivazioni di vario genere. La riflessione che dovrebbe scaturire da tutto ciò è quanto sia controproducente farsi la guerra, alimentare odi razziali. La storia ci ha insegnato cosa può generare tutto questo. È vero che la storia si ripete ciclicamente, ma serve anche a non ripetere gli stessi errori, serve a ricordare di quando anche noi tentavamo la fortuna. I migranti italiani non sono una realtà così lontana.

Non chiudiamo la mente insieme ai porti.

Valentina Di Fonzo

Lascia un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here