canto -di- Natale Dickens

«Mi chiedo se per caso hai letto I Libri di Natale di Dickens. Io ne ho letti due, e ho pianto come un bambino, ho fatto uno sforzo impossibile per smettere. Quanto è vero Dio, sono tanto belli, e mi sento così bene dopo averli letti. Voglio uscire a fare del bene a qualcuno […] Oh, come è bello che un uomo abbia potuto scrivere libri come questi riempiendo di compassione il cuore della gente!»

Queste le parole che Robert Stevenson scrisse ad un amico in relazione al romanzo di Charles Dickens “Canto di Natale”.

«La via che gli uomini seguono presagisce una fine sicura se essi vi perseverano, ma, modificando quella via, anche la fine deve cambiare.»

Nel lontano 1843, in una Londra frigida, vive un ricco finanziere, Ebenezer Scrooge, noto per la sua proverbiale avarizia e il suo smodato attaccamento al denaro, tanto da detestare il Natale, un inutile giorno di festa che sottrae gli uomini al loro compito fondamentale: produrre ricchezze. Il suo temperamento burbero e vagamente misantropo lo induce ad allontanare da sé ogni contatto umano, ma soprattutto a maltrattare i suoi dipendenti, che retribuisce con uno stipendio a dir poco irrisorio. Ben presto, tuttavia, la personalità scontrosa di Scrooge deve fare i conti con la sua ruvida proiezione nel mondo. Il vecchio, infatti, durante la notte della vigilia di Natale, nella sua casa, si imbatte in tre spiriti, ognuno dei quali incarna il Natale in tre diversi momenti della vita: il passato, il presente ed il futuro.

canto-di- Natale Dickens

Lo spirito del passato riproduce innanzi a lui i ricordi della sua infanzia e un vecchio amore, ormai lontano nel tempo. Su Scrooge incombe una martellante angoscia, un gravoso cruccio, quando si fa strada in lui la consapevolezza del fatto che il passato è intoccabile e non si può mutare.

In seguito il palcoscenico della sua casa viene dominato dallo spirito del presente, dalle sembianze che rievocano la figura di Father Christmas. Quest’ultimo gli dà dimostrazione di come il Natale sia vissuto felicemente nelle altre famiglie, nonostante l’assenza di denaro e, in particolare, volge la sua attenzione su Bob Cratchit, lavoratore dipendente di Scrooge, a cui mancano i soldi persino per curare suo figlio Tim, affetto da una grave malattia. Lentamente il fantasma invecchia, ma dietro la sua veste compaiono due bambini gretti e miseri, allegorie dell’Ignoranza e della Miseria.

«Questo bambino è l’Ignoranza. Questa bambina è la Miseria. Guàrdati da tutti e due, da tutta la loro discendenza, ma soprattutto guardati da questo bambino, perché sulla sua fronte io vedo scritto: “Dannazione”»

Una volta divenuti adulti, la Miseria diventa una prostituta, affetta da gravi patologie mentali, l’Ignoranza un criminale che viene arrestato.

Lo spirito del futuro si materializza nelle vesti della Morte personificata, con un lungo abito nero da cui sporge solo una mano scheletrica. Quest’ultimo proietta innanzi a Scrooge ciò che avverrà nel Natale del 1844: il finanziere morirà e nessuno vorrà assistere al suo funerale, nessuno lo ricorderà benevolmente, tutti elimineranno dalla loro memoria la sua immagine, eccetto chi dovrà ereditare i suoi beni.

Dopo questa notte vissuta tra le ombre della propria coscienza, il protagonista del racconto sviscera quella parte di lui amorevole e indulgente che a stento tratteneva nell’angusta prigione della sua maschera. Segno ineffabile del suo profondo cambiamento è l’aumento di stipendio che egli propone a Cratchit, affinché quest’ultimo possa provvedere a curare suo figlio Tim, per cui Scrooge diventa come un secondo padre.

Con il suddetto romanzo Charles Dickens muove un’efferata critica nei confronti delle classi sociali abbienti dell’antica Inghilterra, le quali sfruttavano e malmenavano i ceti più poveri a proprio piacimento. Il testo, infatti, germoglia nell’epoca in cui in Europa sarebbero scoppiate le più radicali rivoluzioni proprio al fine di imprimere una trasformazione sociale che avrebbe equiparato tutte le categorie sociali.

«Meglio non avere occhi, piuttosto che averli cattivi.»

Clara Letizia Riccio

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