Suicidio. Tragedia in Università, Antonio perde la vita lanciandosi nel vuoto
Suicidio. Università di Napoli in lutto: Antonio C. si toglie la vita. Fonte immagine: www.commons.wikimedia.org

Un suicidio pensato a soli 25 anni. Uno studente della Federico II, Antonio ha deciso di togliersi la vita gettandosi dalla finestra della Facoltà di Lettere e Filosofia, nel cortile interno della sede di via Porta di Massa.

Era un collega, uno studente come me e come tanti altri che decidono di intraprendere il percorso universitario. Se è vero che non possiamo indagare sulle ragioni intime e recondite che hanno spinto Antonio a compiere al gesto estremo del suicidio, forse però questo può essere il momento per praticare un po’ di sana autocoscienza ed interrogarci su quanto abbiano pesato l’ambiente e la società sulla decisione presa dal nostro compagno.

Il mondo ci vuole perfetti ed efficienti, come macchine. Non sono ammessi guasti, irregolarità o falle nel sistema. La fragilità è un danno, ci si deve vergognare dei propri difetti, piaghe da nascondere, perché il nemico non può conoscere i tuoi punti deboli, altrimenti ti accoppa. Nel sistema produttivo vale la legge del più forte, non c’è spazio per i perdenti: nella lotta per la sopravvivenza o ti fai spazio con le unghie e con i denti, come le bestie, o soccombi. Nel caso dell’Università, poi, la metafora è particolarmente calzante. La cultura e lo studio si trasformano in una competizione all’ultimo CFU, contribuendo a generare ansia e malessere nei più sensibili. Un malessere che arriva anche al suicidio.

Se aggiungiamo al quadro le carenze del centro di consulenza psicologica e la pressione esercitata dal sistema Università affinché i tempi di conseguimento della laurea siano quanto più stretti possibile (tanto per un inserimento rapido nel mitico mondo del lavoro quanto per il mantenimento delle borse di studio), allora forse si comprende più a fondo quali siano le responsabilità della pressione sociale che incalza su ogni fronte anche per questo tragico suicidio. Il che non implica un rifiuto completo della meritocrazia in quanto tale, quanto un ripensamento delle modalità di interazione tra il singolo studente, la comunità (universitaria e non) che lo circonda e le discipline che si accinge ad apprendere.

Nonostante lo sconforto con cui guardo al presente, mi piace pensare che un’altra società sia almeno immaginabile. Quanto sarebbe bello vivere in un mondo in cui ognuno avesse la possibilità di sviluppare la propria personalità, indipendentemente dalle richieste del mercato del lavoro e dai tempi stretti nei quali accumulare CFU all’Università? Un mondo in cui lo studio e la cultura non fossero merci di scambio, in cui la forza della bellezza fosse tale da vincere ogni velleità utilitaristica da parte del sistema. Sono idealista? Assolutamente sì. Ma la forza di aspirare ad un ideale è l’unico motore che spinge a cambiare e rivoluzionare il mondo in maniera radicale. E allora l’unico baluardo di resistenza che abbiamo per non soccombere è la cura, la lotta quotidiana al fianco degli ultimi, degli emarginati, dei perdenti, in un elogio quotidiano e costante di quella fragilità che ci rende umani ed autentici.

Per Antonio e per tutti quelli che si sentono abbandonati dalla società. Non siete soli.

Giulia Imbimbo

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