
Nelle sale italiane è arrivato il 2 settembre, con il titolo originale rimasto intatto: Coyote vs. Acme. Il protagonista è quello che generazioni di italiani hanno (quasi) sempre chiamato Willy. In realtà il suo nome originale, Wile E. Coyote, ha subito nel tempo diverse variazioni: la “E.” starebbe per Ethel, e in Italia è stato adattato talvolta come Vil Coyote o Vile Coyote, mentre “Willy” è un adattamento popolare nato dall’assonanza con l’aggettivo inglese wily. Fatta questa premessa, va detto subito che di marketing intelligente questo film ne ha fatto parecchio, prima ancora di arrivare in sala, trasformandosi in un vero e proprio caso cinematografico.
Partiamo dalla storia, perché è più assurda della trama del film stesso. Coyote vs. Acme era pronto già nel 2023, e Warner Bros. aveva deciso di cancellarlo del tutto, non di rimandarlo: un’opera finita, pagata, mai distribuita, buttata via cinicamente per un mero vantaggio fiscale. Per mesi è circolato come il grande rimosso di Hollywood, il film che “non avremmo mai visto”, una ferita aperta per chi ama il cinema. Poi qualcuno l’ha ripescato, Lucky Red lo ha portato nei nostri cinema, e la storia della sua stessa sopravvivenza è diventata parte integrante della campagna promozionale: “il film che Acme non voleva farvi vedere”. Un cortocircuito perfetto, perché è esattamente quello che succede dentro la storia: il Coyote, dopo una vita passata a inseguire l’inafferrabile Beep Beep tra razzi difettosi, incudini che gli cadono in testa e marchingegni puntualmente destinati a ritorcersi contro di lui, decide di portare in tribunale la Acme Corporation, l’azienda che glieli ha venduti. Ad aiutarlo è Kevin Avery (Will Forte), avvocato tutt’altro che brillante che si ritrova a combattere una battaglia molto più grande di lui, contro una multinazionale rappresentata dall’arrogante Buddy Crane (John Cena), in un ruolo che ribalta con gusto la sua immagine da wrestler buono. Lana Condor completa il cast umano, mentre a dare voce e corpo ai personaggi Looney Tunes classici, Bugs Bunny, Daffy Duck, Titti e naturalmente il Coyote stesso, c’è un solido lavoro di doppiaggio che riesce a farli convivere con gli attori in carne e ossa senza sembrare mai fuori posto.
Ed è qui che il film ci ha conquistati: nel modo in cui prende sul serio, davvero sul serio, la domanda “cosa succede se un cartone animato entra in un’aula di tribunale vera?”. Non è solo un pretesto per gag, anche se le gag ci sono e sono calibrate benissimo, con quel ritmo forsennato che i Looney Tunes hanno sempre avuto e che qui non viene tradito. C’è anche una vena più inaspettata, quasi malinconica: il Coyote come metafora universale di chi insegue un obiettivo per anni sapendo, in fondo, di non poterlo raggiungere, e continua comunque, ciecamente.
C’è poi una critica aziendale neanche troppo velata, un piccolo Davide contro Golia che in tempi di multinazionali intoccabili e prodotti difettosi venduti senza alcuna responsabilità suona tutt’altro che infantile. Si ride di gusto, ma una volta usciti dal cinema si pensa a quante Acme reali conosciamo nella nostra vita quotidiana: aziende che ti vendono un servizio o un oggetto sapendo perfettamente che non funzionerà, protette da clausole capestro, e che nessuno di noi può realisticamente permettersi di trascinare in tribunale.
E poi c’è quella storia della scritta, che racconta molto di come è cambiato il modo di fare guerrilla marketing. A fine agosto, sopra le spiagge della Riviera romagnola, un aereo ha srotolato uno striscione con su scritto, a lettere enormi, “Acme fa schifo”. Per un giorno nessuno ha capito bene cosa fosse: c’era chi pensava a una protesta vera, chi a uno scherzo, chi semplicemente si chiedeva chi fosse questa fantomatica Acme. Era, ovviamente, promozione del film. Ma la stessa frase, “Acme fa schifo”, è stata vista scritta a penna su qualche locandina fuori da un paio di cinema, molto meno professionale dello striscione volante, quasi un dispetto artigianale più che una trovata pubblicitaria. Non si sa con certezza chi ci sia dietro a quei manifesti scarabocchiati, se un fan particolarmente entusiasta o qualcun altro che ha voluto giocare con la stessa idea. Ma è bellissimo, in fondo, che un film su un’azienda immaginaria che tratta male i propri clienti sia riuscito a far scrivere il proprio slogan-denuncia a mano, sui muri, prima ancora che uscisse. Vuol dire che l’idea ha attecchito. Vuol dire che, per una volta, un marchio inventato per ridere è diventato bersaglio di una rabbia vera, quella viscerale verso chi ti vende un prodotto rotto e si aspetta pure un applauso.
Coyote vs. Acme non è un capolavoro che cambierà la storia del cinema, né ha la pretesa di esserlo. È qualcosa di più raro nel panorama odierno: un film che ha il coraggio di essere leggero e un po’ ribelle allo stesso tempo, che rispetta i personaggi con cui siamo cresciuti senza imbalsamarli in un museo nostalgico. E che nasconde, sotto la maschera dello slapstick, una domanda sorprendentemente politica: quanto siamo ancora disposti a sopportare da chi ci vende qualcosa, prima di decidere che basta, e di andare a battere i pugni sul tavolo di un tribunale, o almeno su un muro?
Elisabetta Vinci















































