Articolo 1, dietro la riunificazione con il PD c’è la strategia per il Quirinale
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L’annuncio ha del clamoroso, perché a farlo è proprio Massimo D’Alema in persona. Durante il brindisi di fine anno via Zoom, il leader di Articolo 1 ha annunciato che il suo partito parteciperà alle Agorà del Partito Democratico, per iniziare un processo di rientro dopo la scissione avvenuta nel 2017. Ai vertici del partito sono tutti d’accordo, a cominciare da Pierluigi Bersani fino al segretario Roberto Speranza, passando per il coordinatore Arturo Scotto.

Voci fuori dal coro arrivano invece da segmenti che rappresentano la base del partito, come dimostrato dai due segretari regionali Giuseppe Zappulla (Sicilia) e Simone Bartoli (Toscana) che sono contrari alla riunificazione del campo progressista. Ciononostante, la storia del partito nato con lo scopo di diventare un riferimento rispetto a tematiche proprie di una sinistra insieme popolare e di governo, sembra già destinata a volgere al termine. Sullo sfondo, le alchimie politiche per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.

Le reazioni alle parole del leader di Articolo 1

D’Alema ha motivato questa decisione, affermando che la principale ragione per cui avvenne la scissione era dovuta alla fase renziana del PD, che definisce come «la principale ragione per andarcene era una malattia terribile che è guarita da sola, ma che c’era». A seguito di queste dichiarazioni, si è scatenato così un vero e proprio terremoto all’interno del PD. Il segretario Enrico Letta ha prontamente risposto al leader di Articolo 1, dichiarando a mezzo Twitter che: «il Pd da quando è nato, 14 anni fa, è l’unica grande casa dei democratici e progressisti italiani. Sono orgoglioso di esserne il segretario pro tempore e di portare avanti questa storia nell’interesse dell’Italia. Nessuna malattia e quindi nessuna guarigione. Solo passione e impegno».

Le dichiarazioni di D’Alema non sono piaciute nemmeno alle le varie correnti del Partito Democratico. L’amarezza è evidente soprattutto tra chi come Gianni Cuperlo aveva deciso di rimanere anche quando tutto andava storto. Per questo motivo, l’ex candidato alla segreteria ci ha tenuto a rimarcare la sua precedente condotta, affermando che: «di certo la “malattia” dem, per usare le parole di D’Alema, non è guarita da sola, ma è guarita perché c’è chi in quel partito è rimasto e ha combattuto a viso aperto anche per sconfiggere una linea sbagliata». Più in generale, la maggioranza dei democratici ha trovato offensivo e sbagliato definire il renzismo come una malattia, invece che vedere quel periodo solamente come una fase storica dentro al partito.

Le dure parole hanno generato invece profonda irritazione in Matteo Renzi e nei suoi sostenitori. Il leader di Italia Viva, a sua volta fuoriuscito dal PD, ha infatti riservato parole molto dure al leader di Articolo 1: «D’Alema mi ha sempre fatto la guerra da dentro e da fuori. Quando ho guidato il PD abbiamo preso il 40 per cento, governato 17 regioni su 20 e scritto pagine importanti sui diritti, per abbassare le tasse sul lavoro e sull’impresa con Industria 4.0. Con noi la classe operaia ha ricevuto più soldi, non solo con gli 80 euro. Per uno come D’Alema tutto ciò è una malattia. La ricetta del dottor D’Alema, chiamiamolo così, è avere il 20 per cento, stare all’opposizione in larga parte delle Regioni, fare convegni sui diritti senza approvare alcuna riforma, fare scioperi sul lavoro e scommettere su sussidi di cittadinanza. Sono due visioni opposte della vita e della politica. Se i dem di oggi pensano che il renzismo sia la malattia e D’Alema sia la cura sono contento per loro e faccio molti fervidi auguri. È il motivo per cui non sono più nel PD: io credo nel riformismo, loro nel dalemismo».

D’Alema si inserisce nella corsa al Quirinale

Tuttavia D’Alema, da politico navigato quale è, ha soppesato con cura tempi e parole della suo attacco, con una chiara motivazione politica. La volontà di Articolo 1 di confluire nel PD non arriva infatti in un momento casuale, ma proprio a ridosso delle elezioni per il Presidente della Repubblica. D’altra parte, il vero bersaglio delle dichiarazioni di D’Alema non è Matteo Renzi, ma il Presidente del Consiglio Mario Draghi. Il leader di Articolo 1 non vede infatti una strategia chiara nel Partito Democratico e così cerca di dettare la linea, promettendo in cambio un rientro a casa. A riprova del fatto che, quando il gioco si fa duro, i kingmaker iniziano ad entrare personalmente nella partita.

D’Alema ha così motivato la sua posizione per il Quirinale: «l’idea che il premier si auto-elegge Capo dello Stato e nomina al suo posto un alto funzionario del ministero dell’economia mi pare non adeguata per un grande Paese democratico come l’Italia, con tutto il rispetto per le persone. Non mi impressiona che abbiamo al governo Draghi, che è una condizione di necessità, ma il tipo di campagna culturale che accompagna questa operazione, sulla necessità di sospendere la democrazia e di affidarsi a un potere altro che altro non è se non il potere della grande finanza internazionale».

Massimo D’Alema è infatti consapevole che una figura come quella di Draghi vorrebbe dire avere al Quirinale una persona talmente autorevole a livello internazionale, da sminuire il ruolo di qualsivoglia futuro Presidente del Consiglio. All’atto pratico, il sistema istituzionale sarebbe infatti affidato alla direzione del Presidente della Repubblica, ovvero si trasformerebbe a tutti gli effetti in un sistema semipresidenziale. Pertanto, secondo il leader di Articolo 1, il “draghismo” non deve diventare il nuovo modello democratico per i prossimi sette anni, ma al contrario deve rimanere uno stato di eccezione circoscritto all’emergenza pandemica.

Dunque, la strategia di D’Alema va inquadrata appieno nella partita per il nuovo Presidente della Repubblica, che incomincia sempre più ad entrare nel vivo. Il nome vincente potrebbe essere quello di cui meno si parla: Giuliano Amato. Da ex esponente del Partito Socialista e attuale Vicepresidente della Corte Costituzionale, Amato potrebbe essere quella figura di alto profilo istituzionale che permetterebbe di riunire attorno a sé un consenso molto ampio.

Oltre ad essere gradito da gran parte del PD, tale personalità sarebbe ben accolto da buona parte dell’area centrista capeggiata, in termini di forza parlamentare, proprio da Italia Viva. Tuttavia, per il momento non convincerebbe gli esponenti del Movimento 5 Stelle. Calcoli alla mano, il centrosinistra (Pd, Articolo 1, Sinistra Italiana e M5s) può contare su 410-420 voti, mentre quelli che fanno riferimento al raggruppamento moderato, potrebbero essere più di un’ottantina. Molto probabilmente, la partita si deciderà infatti dalla quarta votazione in poi, quando basterà la maggioranza assoluta per eleggere il successore di Mattarella, ovvero per l’esattezza 505 voti.

D’Alema ne è consapevole, e non vuole perdere l’occasione di poter giocare le sue carte. La corsa al Quirinale è alle porte e possiamo affermare che non è tutto oro quel che luccica. Al contrario, più si avvicina il giorno della votazione e più cominciano ad apparire valide candidature fino ad ora rimaste silenti o impensabili. Dunque, dopo la candidatura di Silvio Berlusconi e quella di Mario Draghi, dovrebbe iniziare ad essere presa in seria considerazione anche quella di Giuliano Amato.

Gabriele Caruso

Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, nutre un forte interesse verso l'antropologia culturale e la sociologia. I suoi principali temi di indagine sono l'antispecismo e le questioni inerenti all'Irlanda del Nord.

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