Riforma Valditara Gemini
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Il Ministro Valditara vuole attuare una riforma sulla distinzione tra licei e istituti professionali così da appianare le differenze stereotipate tra i vari tipi di scuole secondarie di secondo grado. Ma chiamarli “Licei” basterà a cambiare la scuola? Questa è la vera domanda posta dalla nuova riforma. La differenza è “naturale”? La distinzione tra i due tipi di scuola secondaria, liceo e istituto tecnico, risale alla Riforma Gentile del 1923, la quale ripensava e ristrutturava il sistema scolastico italiano in una prospettiva organica e autoritaria. Dal carattere fortemente elitario, estese l’obbligo scolastico a 14 anni, centralizzò il controllo ministeriale e pose il liceo classico come pilastro per la formazione della classe dirigente, collocando il liceo scientifico in posizione subordinata ad inglobare le materie degli istituti tecnici.

Se, com’è lecito e doveroso sostenere, l’istruzione possiede pari valore in ogni suo ordine e grado, permane suo malgrado una differenza di carattere socioeconomico. Nonostante i dati MIM confermino che la maggioranza delle iscrizioni spetti ancora ai licei, con un 55,88% dei neoiscritti nell’anno scolastico 2026/2027 (pur con un lieve decremento rispetto al 55,99% del 2025/2026), entrano per primi nel mondo del lavoro i diplomati provenienti dagli istituti professionali (42,9%) e tecnici (29,6%). È certo che, sul lungo termine, la prospettiva si ribalta in favore dei laureati: i ruoli più remunerativi vengono occupati da chi ha proseguito gli studi universitari o da chi possiede competenze pratiche estremamente avanzate.

Le parole sono potenti: hanno il potere di creare, di persuadere e di circoscrivere la realtà. Se la battaglia superficiale è combattuta tra due definizioni, quella vera — invisibile e combattuta nell’autostima degli studenti — è il seguente sottinteso: i primi (i licei) sono di “serie A”, a discapito dei secondi (gli istituti) di “serie B”. Nel libro Così non schwa, il linguista Andrea De Benedetti sottolinea i seducenti limiti del linguaggio inclusivo:

“Sono proprio i ciechi a definirsi così fin dal nome dell’associazione di categoria che li tutela, la UICI (dove la ‘c’ sta per ‘ciechi’).”

Dunque, per estensione, non è l’etichetta a certificare la qualità di una scuola. Il rischio attuale è una “licealizzazione” solo nominale che però riduce i tempi di apprendimento (da 5 a 4 anni). Non è il nome a garantire il successo, bensì la crescita e l’impegno di docenti e studenti.

Il pregiudizio non è nel nome

Tornando alla logica della riforma, si direbbe che “l’abito faccia il monaco”. Eppure, sorge spontanea una domanda: fino a che punto si estende questa apartheid educativa? Accettare una prima distinzione ne implica necessariamente una seconda: se esistono “licei di serie A”, esisteranno indirizzi di seconda categoria. La visione comune ha spesso considerato inferiori l’artistico, l’agrario e l’alberghiero, dimenticando quanto il Bel Paese possa trarre vantaggio da essi.

Un discorso a sé meriterebbero le Accademie e i Conservatori, ironicamente “colpevoli” di incentrarsi su una vibrante espressione artistica di cui l’Italia possiede una solida tradizione.

Tutto per la scuola, ma senza la scuola

Ad oggi, è previsto l’accorpamento di più materie in un’unica “disciplina ombrello”. Non è chiaro se gli insegnanti debbano affrontare corsi di aggiornamento forzati o se si formeranno ex novo docenti di prima e seconda divisione. Un caso emblematico è quello di italiano, le cui ore verranno ridotte ad appena 99 nel corso del quinto anno. Una sorte ancora peggiore spetta a geografia, insegnata solo nel primo anno, quasi come se le app di localizzazione satellitare potessero sostituire la capacità della mente di orientarsi e conoscere la fisica del nostro pianeta.

Lo scopo dell’istruzione non è creare professionisti pronti per l’inserimento nell’articolata macchina del lavoro produttivo, bensì guidare gli studenti verso la padronanza della propria disciplina con la flessibilità necessaria per contribuire attivamente alla società. Come scrive Chiara Valerio in La Matematica è politica:

“Studiare non serve, studiare comanda”.

L’unica cosa che salva è l’educazione al rispetto in ogni sua sfaccettatura. Al di là delle etichette e delle riforme, i valori sono obiettivi: ciò che dai è ciò che sei.

Francesco Magnelli

Francesco Magnelli
Francesco Magnelli, romano di origine, valtellinese di adozione. Sono professore di lingue straniere nella scuola secondaria, naturalmente curioso e interessato ai diversi settori della comunicazione. Da estimatore del mondo della voce, ho creato LinguAdHoc: un podcast in cui tratto i molteplici aspetti delle lingue con un tono adatto a tutti, anche grazie alle interviste di professori universitari e dottorandi nei rispettivi campi di specializzazione. Da due anni a questa parte, collaborando con una docente esperta di violino, gestisco il progetto “Musica, lingua inglese, e gioco”, rivolto ai bambini di età prescolare.

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