Fabio Volo e Bruno Vespa, i cattivi esempi per le nostre figlie

Con il Manifesto di Venezia del 25 novembre 2017 pensavamo di aver fatto un passo avanti: la Commissione Pari Opportunità della Federazione Nazionale della stampa italiana, il Sindacato giornalisti Veneto, il Cpo Usigrai e l’associazione GiULiA, infatti, davano vita a un documento molto importante delle giornaliste e dei giornalisti per il rispetto e la parità di genere dell’informazione, contro ogni tipo di violenza e di discriminazione. Pensavamo che l’informazione italiana fosse pronta a rifiutare i cattivi esempi e a spingere il più lontano possibile la piaga della violenza di genere. Come sia stato possibile arrivare invece a Fabio Volo e Bruno Vespa è tuttora un mistero.

Ma mentre dall’altra parte del mondo, precisamente in Argentina, le poliziotte si rifiutano di reprimere le marce femministe perché “chiedere la cessazione della violenza contro di noi nelle istituzioni non è reato” e “se saremo presenti sarà solo per alzare il cartello Non Una di Meno“, nel Bel Paese assistiamo ancora a scene disgustose di personaggi che potrebbero usare il loro privilegio per prendere le distanze dal nuovo trend politically incorrect che offre pretesti per vomitare idee misogine.

Foto scattata durante una marcia femminista in Argentina

Pochi giorni fa, per cominciare, Fabio Volo è finito al centro di una bufera mediatica. Durante una diretta del suo programma radiofonico ha commentato il video di 7 rings, una delle ultime hit di Ariana Grande, con queste parole: “Chi è sto putanun?” Questa ragazzina è a quattro zampe, in ginocchio, impecorata che muove il culo…“. Un attacco verbale gratuito, machista e volgare, giustificato dal fatto che alcuni contenuti potrebbero fungere da cattivi esempi e “rovinare le nostre figlie“.

Che il modo in cui si parla di violenza di genere in Italia fosse ancora controverso lo avevamo già appurato, e il linguaggio utilizzato da Fabio Volo è il solito linguaggio sessista abituato a descrivere la donna secondo i canoni del disprezzo. Non manca, infatti, il paternalistico richiamo alle sue figlie e al modello femminile proposto (o imposto).

Insomma niente di nuovo: la donna viene descritta secondo i canoni del depotenziamento, le parole da non dire vengono scelte con cura e ci si dimentica di contestualizzare il perché l’artista pluripremiata dalla critica, di successo planetario, attivista LGBT+ e femminista sia “impecorata” in un video musicale che non rispecchia la realtà. In fin dei conti, per l’anziano misogino che è stato educato a condannare è difficile nascondere il turbamento di fronte alla “bellissima ragazzina”. E se proprio dobbiamo guardare i fatti con la lente della discriminazione di genere, forse la “ragazzina impecorata” da trenta miliardi di streaming per le sue canzoni ha intimidito la fragile mascolinità di uno speaker radiofonico a cui è stata demandata la formazione sentimentale dei quattordicenni dei primi anni Duemila (e poi la deforestazione è un problema importante!).

Dall’altro lato, invece, Bruno Vespa non si è solamente limitato agli epiteti. Nella puntata di Porta a Porta del 17 settembre scorso, infatti, è stato capace di trasformare il femminicidio in uno squallido teatrino di battutine tipico di chi è imbevuto fino al midollo di cultura machista e patriarcale.

L’ospite della puntata era Lucia Panigalli, attualmente sotto scorta a causa dei vari tentatavi da parte dell’ex di ucciderla. Il primo tentativo risale al marzo 2010: l’uomo, con un passamontagna, la aggredisce con diverse coltellate e calci per strada; il secondo, invece, quando dal carcere cerca di pagare un sicario, il compagno di cella in uscita, che però lo denuncia alle autorità. Il secondo processo finisce con l’assoluzione perché secondo l’articolo 115 del nostro codice penale “le intenzioni, se restano tali, non sono punibili” (ma i cattivi esempi sono altri, giusto?).

Lucia Panigalli e Bruno Vespa nella puntata di “Porta a Porta” del 17 settembre

Lei è fortunata, perché è sopravvissuta!”, ha esordito Vespa, “i 18 mesi di relazione con Fabbri son un bel flirtino, probabilmente l’uomo era così innamorato di lei che poi avrà pensato finché morte non ci separi” ha poi continuato. A quel punto, la signora Panigalli ha replicato: “Guardi, quando sento associare la parola amore a questi fatti mi si accappona la pelle.”

La questione è semplice: non ce ne frega davvero niente se il termine con la “F” viene additato come un termine aggressivo, non inclusivo, incapace di risolvere il sessismo e antiquato. Abbiamo ancora bisogno del femminismo perché nonostante nel 2017, in tutto il mondo, siano state assassinate intenzionalmente un totale di 87.000 donne, più della metà delle quali, ossia 50.000 (58%), da partner stretti o familiari, il femminicidio viene ancora naturalizzato e pubblicizzato.

E non ce ne frega davvero niente se qualcuno storce il naso quando sente parlare di femminicidio perché in fondo che bisogno c’è di un altro nome? È anche cacofonico, e in fin dei conti si tratta sempre di omicidio, no? Ma no, la questione è ben diversa: si tratta di donne e bambine uccise in quanto tali.

Non ce ne frega davvero nulla perché abbiamo bisogno di un’alternativa reale: personaggi pubblici come Fabio Volo e Bruno Vespa rappresentano la coscienza dell’italiano medio e avere un ampio bacino di utenza è una responsabilità enorme. La scelta di cui abbiamo bisogno è quella di un antagonismo supportivo; sfruttare la posizione di privilegio per diffondere messaggi antiviolenza di genere concreti per un’informazione paritaria. Non abbiamo bisogno di essere messe al nostro posto, non abbiamo bisogno di un uomo che ci dica come essere più donne e che ci derida in diretta tv. I vecchi bacucchi non sono un nostro problema. Iniziate a sostenerci in maniera radicale, perché i cattivi esempi per le nostre figlie, cari Fabio Volo e Bruno Vespa, siete proprio voi.

Ana Nitu

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