obiezione di coscienza (fonte immagine: metropolitanmagazine.it)

Ecco le nostre #EvidenzeStrutturali verso la Giornata contro la Violenza sulle Donne.

Lombardia, Liguria, Piemonte, Veneto, Toscana, Umbria, Marche, Basilicata, Campania, Puglia le regioni con almeno un ospedale con il 100% di obiettori di coscienza. E sono almeno altri 20 gli ospedali con più dell’80% di operatori sanitari obiettori (medici, anestesisti, personale non medico). I dati dell’indagine “Mai dati” sono stati presentati da Chiara Lalli e Sonia Montegiove al XVIII Congresso dell’Associazione Luca Coscioni.

Sono dati che non compaiono nella Relazione sulla legge 194 del Ministero della Salute. In questa relazione ci sono solo i dati nazionali e regionali, dati chiusi, dati aggregati solo per Regione e aggiornati al 2019, che di fatto non rendono pubbliche le percentuali di obiettori nelle singole strutture e il massimo di obiettori che risulta è dell’85,5 % in Sicilia. In tutto il Molise c’è un solo ginecologo a tempo pieno (è il medico che non va in pensione per non lasciare scoperto il diritto all’interruzione di gravidanza) più una ginecologa a tempo parziale.

I numeri sull’aborto in Italia

fonte immagine: associazionelucacoscioni.it

L’Italia che emerge da Mai dati è un Paese in cui dopo 43 anni dall’approvazione della legge 194/78 Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza – il 15 % degli ospedali ha il 100% di obiettori di coscienza e in altri 5 presidi lo è la totalità del personale ostetrico e degli anestesisti. Ci sono poi 20 ospedali con una percentuale di medici obiettori oltre l’80%, mentre sono altri 13 quelli con una percentuale di personale medico e non medico che supera l’80%.

«Uno degli aspetti più gravi di non applicazione della legge 194, che dice che l’obiezione non deve essere di struttura, che il servizio va garantito e che la relazione ministeriale non vede», hanno dichiarato le autrici dell’indagine Chiara Lalli e Sonia Montegiove, «La nostra indagine ha una ragione politica e una pratica: i dati dovrebbero essere pubblicati regolarmente e in modo diverso: aperti e dettagliati sulle singole strutture, come previsto dal codice dell’amministrazione digitale per il principio che i dati devono essere aperti e accessibili. Solo se sono aperti i dati hanno davvero un significato e permettono alle donne di scegliere in quale ospedale andare, sapendo prima qual è la percentuale di obiettori nella struttura scelta. Non tutte possono scegliere perché vivono in una città dove c’è un solo ospedale oppure in una regione dove c’è un unico non obiettore. Un servizio medico non dovrebbe essere applicato in modo tanto diverso e non omogeneo».

L’indagine di Chiara Lalli, docente di Storia della Medicina, e Sonia Montegiove, informatica e giornalista, nasce con l’obiettivo di verificare se la legge 194 sulla interruzione volontaria di gravidanza viene effettivamente applicata, ma in realtà evidenzia come la Relazione del Ministero pubblicata lo scorso 16 settembre ci mostra dei dati che fotografano una realtà parziale rispetto a quello che avviene negli ospedali italiani. Alla richiesta di accesso civico alle ASL e alla aziende ospedaliere censite dal Ministero della salute ha risposto il 60%: «Chiediamo informazioni che loro dovrebbero già avere: il numero di obiettori diviso per ginecologi, anestesisti e personale non medico, e il numero totale di queste figure. Loro hanno 30 giorni di tempo per rispondere e, dopo quella scadenza, mandiamo un sollecito. Ci sorprende la scarsa adesione riscontrata e soprattutto alcune risposte, come chi si è appellato al covid o al diritto alla privacy. Ma noi chiediamo solo numeri, non nomi e cognomi», racconta Lalli. gli ospedali sono tenuti a rispondere: è stato infatti introdotto il Decreto legislativo 25 maggio 2016, n. 97 (“Revisione e semplificazione delle disposizioni in materia di prevenzione della corruzione, pubblicità e trasparenza, correttivo della legge 6 novembre 2012, n. 190 e del decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, ai sensi dell’articolo 7 della legge 7 agosto 2015, n. 124, in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche”) con cui si perfeziona il processo di riforma della trasparenza amministrativa in attuazione dei principi e dei criteri direttivi espressi nell’articolo 7 della Legge delega n. 124/2015.

Aborto e obiezione di coscienza

Il diritto all’aborto è ricompreso nella sfera di autodeterminazione della donna e se l’obiettore di coscienza può legittimamente rifiutarsi di intervenire nel rendere concreto tale diritto, non può rifiutarsi di intervenire per garantire il diritto alla salute della donna, non soltanto nella fase conseguente all’intervento di interruzione della gravidanza, ma in tutti i casi in cui vi sia un imminente pericolo di vita.

fonte immagine: ansa.it

Ma la legge 194/78 tutela anche il diritto del medico all’obiezione di coscienza. L’art. 9, comma 3 della legge n. 194 stabilisce: «L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento». Ma il comma 5 dello stesso articolo stabilisce che: «L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo».

La legge tutela il diritto di obiezione di coscienza entro lo stretto limite delle attività mediche dirette all’interruzione della gravidanza, esaurite le quali il medico obiettore non può opporre alcun rifiuto dal prestare assistenza alla donna. Se si oppone, infatti, si configura il reato di rifiuto di atti di ufficio e può essere denunciato. Quando l’interruzione, poi, è stata indotta per via farmacologica e non chirurgica, l’esonero è limitato alle sole pratiche di predisposizione e somministrazione di farmaci abortivi, coincidenti con quelle procedure e attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione. Il medico, pertanto, deve prestare la propria assistenza in tutte la fasi successive all’intervento, a prescindere dall’imminente pericolo di vita della paziente.

Il diritto del medico di astenersi nel praticare l’aborto alla donna trova un limite nella tutela della salute. Pertanto, va incontro alla condanna penale per “rifiuto d’atti d’ufficio” il medico obiettore che rifiuta di praticare l’ecografia alla donna nell’ambito della procedura farmacologica d’interruzione della gravidanza in corso nell’ospedale. Il professionista, dunque, può rifiutarsi di causare l’aborto, per via chirurgica o con la pillola, ma non anche di prestare assistenza. 

In Italia, nonostante l’aborto sia legalizzato, l’obiezione di struttura (che non è ammessa dalla legge 194/78) e la sempre più dilagante obiezione di coscienza aggravano di anno in anno la situazione in moltissime Regioni andando di fatto a limitare il diritto alle scelte riproduttive di molte persone.

Ci sono moltissimi modi per non applicare una legge, e quello di rendere inaccessibili i dati per poterne verificare l’attuazione è il più semplice. L’interruzione di gravidanza, l’aborto sicuro, non è solo una legge dello Stato: è una legge di civiltà. Basta pontificare sui corpi e sulla maternità. My body my choice: ripartiamo da questo per arrivare all’applicazione di un diritto che diritto – a quanto pare – non è.

Valentina Cimino

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