I diritti un optional, il lavoro un lusso: ecco l’era del 4.0

A chi si occupa di informazione è richiesta una certa diplomazia nel trattare gli argomenti, per non incappare in discorsi retorici, populisti e personali.Eppure ci sono argomenti che è davvero difficile trattare con dolcezza, perché prendono alla pancia, perché toccano nervi scoperti e si teme, usando toni troppo dolci e poco incisivi, di sminuirne il valore e la carica sociale. Diritti, salute e lavoro. Eccoli, gli argomenti da “trattare con le pinze”, ma troppo impellenti per usare mezze misure.

Quando infatti i cardini che tengono in piedi un Paese cigolano, è imminente la necessità di cambiamento. Nel 2008 si poteva accettare ancora che fosse colpa dell’Europa e degli speculatori finanziari, ma oggi, dopo il susseguirsi di governi d’emergenza, capi di Stato non regolarmente eletti, dopo berlusconiani, renziani, salviniani e grillini si spera nel tempo degli italiani. Insomma il punto è sempre lo stesso, banale e scontato: il cambiamento non va demandato ad alcuno se non a noi stessi. Andrebbe riscoperto un senso di solidarietà, un amor proprio che unisca tutti sotto l’unica bandiera, quella dei diritti inalienabili.

Bisogna però fare un passo indietro per capire la situazione italiana e di altri Stati in cui si trovano oggi. Andrebbe tirato in ballo l’eterno conflitto ideologico tra capitalismo e comunismo, facce forse della stessa medaglia se si utilizzano uguali mezzi per raggiungere obiettivi economici comuni. La differenza sostanziale tra le due ideologie è che nella società capitalista c’è l’illusione di vivere una vita soddisfacente, socialmente accettata, in cui si ha piena consapevolezza di sé e delle proprie scelte, dettate dalla nostra condizione di consumatori (in)felici.

Tirando le somme, le grandi potenze politiche ed economiche sono tre: America, Russia e Cina. Ognuna di esse ha imposto a suo modo la dittatura del profitto e noi, che dovremmo esserne i fruitori, in questo mondo di smartphone fighi, viaggi low-cost fighi, di vestiti fighi, rincorriamo un benessere fittizio senza alcuna progettualità e avanzamento, che di figo ha ben poco. Il lavoro, attività che i padri costituenti definirono nobilitante per l’uomo nella misura in cui contribuiva alla crescita materiale e spirituale del Paese, ad oggi diventa un’attività angosciante, usurante, svilente da tener stretto a qualsiasi condizione. Il paradosso è tutto qui: dal Positivismo ad oggi, dalla Prima rivoluzione industriale in poi, la vita avrebbe avuto una migliore qualità permettendo all’uomo di aver maggior vantaggio con minor sforzo.

In realtà questa formula è stata applicata al mondo del lavoro: minor costo per maggior profitto. Il progresso tecnico ed economico doveva essere il mezzo per migliorare la vita dell’uomo, di cui era il fine ultimo, ma c’è stato un capovolgimento e l’uomo da fine è divenuto mezzo, inerme ed inerte. Le conseguenze sono state le 40 ore settimanali di lavoro (quando tutto va bene), licenziamento senza giusta causa, pensione minima (per chi ci arriva), cancellazione dell’articolo 18, mancanza di progettualità, alienazione sociale e sociopatia. Di diritti neanche a parlarne. Ma da tempo, ormai.

Da quando nel ’94 si insediò il primo governo Berlusconi; la situazione è poi peggiorata quando Renzi, capo di un governo di emergenza, e “uomo di sinistra”, eliminò l’articolo 18. Il Jobs act, che doveva creare flessibilità per un mondo smart e cool, ha generato precarietà ed un esodo infinito di giovani neolaureati verso mete estere. Una riforma, quella del lavoro, apprezzata anche dai cugini francesi che hanno provato subito a metterla in pratica. Ma il popolo francese, figlio della rivoluzione, non ha reso facile l’impresa compiendo scioperi e manifestazioni. Pressione che ha condizionato, in parte, la decisione del governo che ha attuato il jobs act modificandone diversi punti al fine di tutelare i lavoratori. L’Italia, invece, ne subisce ancora i colpi.

Lo sanno ad esempio i 140 lavoratori dell’Auchan di via Argine a Napoli che rischiano il licenziamento e che sono ancora in protesta. L’Auchan di via Argine si trova difatti in una delle zone più difficili del napoletano, per povertà, delinquenza, prostituzione e per dismissione di locali industriali che rendono i quartieri ancora più degradati e fatiscenti. Un errore anche della politica locale, quindi, incapace di sfruttare il potenziale economico apportato da imprese straniere, facendo convergere progetti di riqualificazione urbana e socioculturale. Un circolo vizioso dal finale decisamente amaro per chi, come i lavoratori dell’Auchan, pensava di trovare un minimo di stabilità affidandosi ad una grande impresa straniera. Niente di tutto ciò. Anzi.

Si vocifera che l’ipermercato sia stato ceduto a sorpresa già a febbraio a un gruppo di Castellammare di Stabia appena emergente. Ma la cessione è avvenuta senza che i lavoratori e i sindacati ne sapessero nulla. In ogni caso l’Auchan ha già preannunciato alle organizzazioni di categoria che potrà cedere alla società subentrante solo una parte dei 140 dipendenti. Infine, i sindacati temono che l’impresa subentrante non intenda applicare le tutele contrattuali, il trattamento salariale e riconoscere quei diritti che finora aveva garantito la multinazionale francese.

Se è permesso di poter cedere un’impresa ad un compratore senza che i dipendenti sappiano a quale destino andranno incontro, se saranno assorbiti o meno (nelle migliori delle ipotesi), chi ci sarà alla dirigenza, quale sarà la nuova politica aziendale, vuol dire che di ‘nobile’ non c’è proprio più nulla. Il lavoratore è divenuto una macchina in tutti i sensi. Non lo si informa dei cambiamenti, anche quando questi interessano la sua persona e il suo futuro lavorativo. È tale la penuria di lavoro che avere diritti è un lusso, e non una necessità. Paradossale ma, in un mondo smart e digitale dell’industria 4.0, i diritti sono un optional. Eppure sono le condizioni a determinare la qualità del lavoro, ed è l’amor proprio che spinge a lottare. I diritti non hanno categorie, per questo insieme ai dipendenti dell’Auchan ci si aspetterebbe l’indignazione di studenti, insegnanti, funzionari pubblici e tutte le categorie di lavoratori. Gli scioperi, le manifestazioni sono ancora un magnifico mezzo legittimo, democratico e trasversale per far valere l’opinione pubblica, di fronte alla potenza della quale alcun politico potrebbe rimanere indifferente e grazie al quale il cambiamento è ancora possibile.

Agnese Cavallo

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