Petrolio, Chevron e giornalismo: il greenwashing è servito
Calgary, Alberta, Canada - November 14, 2013: Chevron Oil s head office in Calgary Alberta. Chevron is one of the developers of the Alberta Oil sands, and a global energy company based in the USA.

Da anni si sostiene che il giornalismo stia vivendo una fase di declino, lenta ma inesorabile. Tuttavia, invece di parlare della morte del giornalismo, sarebbe forse più opportuno parlare delle sue molteplici trasformazioni. Questo infatti si sta evolvendo attraverso le nuove forme e i nuovi canali di comunicazione. Uno dei settori sicuramente più florido nell’ultimo decennio è il corporate journalism. In questo senso, le imprese ormai fanno informazione come se fossero una vera e propria testata giornalistica: diventano esse stesse editori e curano pubblicazioni. E più un’azienda ha una natura controversa, più ha bisogno di una corporate communication forte e strategica. Questo è il caso della Chevron Corporation, che ha deciso di assumere giornalisti per creare una sua Newsroom. Ma perché un gigante del petrolio come la Chevron Corporation non dovrebbe fare giornalismo?

Da sempre le aziende petrolifere provano a tutelare i propri interessi, screditando o istillando dubbi circa la scienza del clima. La loro intenzione è quella di partecipare al dibattito pubblico sull’impatto climatico delle loro attività, per plasmarlo a loro favore. Appare chiara quindi la motivazione di un colosso come Chevron per tutelarsi e offrire una propria narrazione circa l’attività.

L’annuncio di lavoro, pubblicato su Linkedin il 12 dicembre, e con cui hanno cominciato a cercare giornalisti, era intitolato “Business Writer, Oil & Energy” e non vedeva comparire il nome della Chevron da nessuna parte. Tuttavia, è stato poi confermato da Braden Reddall, un portavoce della compagnia, che il post era da ricollegare a loro.

La notizia è divenuta di dominio pubblico e ha suscitato l’attenzione mediatica grazie a un articolo di Molly Taft pubblicato sulla rivista online Gizmodo. In realtà il primo a venire a conoscenza della proposta lavorativa di Chevron è stato il portale d’informazione E&E News: uno dei suoi giornalisti è stato infatti contattato da Cella, l’agenzia che si occupa di gestire i colloqui per conto della multinazionale.

Un gigante del petrolio: la Chevron Corporation

La compagnia nasce nel 1911 con il nome di Standard Oil of California. In Europa e in altre parti del mondo la società opera a lungo attraverso la Caltex, joint-venture creata con la Texaco, fino al 1967 quando il sodalizio nel Vecchio Continente fu sciolto, e la Chevron acquisì gran parte degli impianti Caltex in Svizzera, Italia, Benelux e Danimarca.

Dal 1971 la compagnia è attiva in tutto il mondo nel campo dell’esplorazione petrolifera, sia direttamente che attraverso società controllate. Nel 2000, sulla scia delle fusioni di Exxon con MobilBP con Amoco e Total con Fina, la Chevron si è fusa con la Texaco, mentre nel 2005 ha acquistato il controllo della Unocal Corporation. Dal 19 febbraio 2008 è entrata a far parte dell’indice Dow Jones. Nel 2009 ha raffinato 1,9 milioni di barili di petrolio al giorno e ne ha venduti una media di 3,3 milioni.

La Chevron è adesso proprietaria di 16 raffinerie di petrolio sparse per il mondo, mentre il suo quartier generale si trova a San Ramon, in California, ed è attiva in più di 180 paesi del mondo. Dispone di importanti giacimenti petroliferi e di gas naturale, raffinerie di petrolio e petroliere per arrivare ad un utile di 27.342 milioni di dollari.

Chevron e giornalismo: il Richmond Standard

Il tentativo di Chevron di creare una sua Newsroom non è il primo investimento della compagnia nel mondo dei media: nel 2012 infatti, in seguito all’esplosione di una centrale di sua proprietà, aveva fondato il Richmond Standard. Si tratta di un quotidiano attivo nell’omonima città californiana dove sorge anche la Chevron Richmond, raffineria di petrolio di 2.900 acri affacciata sulla baia di San Francisco che impiega oltre 1.200 lavoratori, costituendo il principale datore di lavoro dell’intera città.

A causa della crisi del settore giornalistico e con la conseguente chiusura di molti giornali locali, l’unica possibilità sembra quella di informarsi alla Chevron. Per questo motivo il San Francisco Chronicle, principale quotidiano dell’area, da subito si disse contrario a questa compromissione fra comunicazione (pubblicità e public affairs ) e informazione, due settori profondamente diversi per quanto associabili sotto taluni aspetti. Ma come abbiamo già esplicitato la direzione è questa e non riguarda solo Richmond.

Gli owned media sono ormai la realtà che padroneggia nel mondo della comunicazione. Molte imprese hanno compreso però che una componente di CSR (corporate social responsability) sia imprescindibile nella propria attività e soprattutto comunicazione. Sempre più aziende decidono di portare avanti una politica che tenda a coniugare le operazioni commerciali con un interesse particolare verso le questioni sociali e ambientali, il tutto in maniera volontaria. Lo fanno forse troppo spesso per portare avanti soluzioni di greenwashing, ma senza dubbio innescando un circolo virtuoso autovincolandosi a comportamenti lodevoli.

Tuttavia, non si può credere che una comunicazione di impresa ben strutturata basti per ripulire l’immagine di una realtà come quella di Chevron. Soprattutto bisognerebbe rimanere guardinghi rispetto alla possibilità che un colosso aziendale possa gestire canali informativi senza piegare le notizie a proprio vantaggio. Cosa che succede tutti i giorni in tantissime realtà del mondo dell’informazione, di cui la maggior parte delle persone fruisce senza interrogarsi.

Le controversie

Chevron risulta sottoposta a giudizio per la contaminazione di oltre 480.000 ettari di foresta amazzonica in Ecuador, in seguito alle operazioni di estrazione del greggio da parte di Texaco tra il 1964 e il 1990. A causa del mancato utilizzo di tecniche di prevenzione e protezione ambientale, la compagnia è ritenuta responsabile di aver causato un massiccio inquinamento del suolo e dei corsi d’acqua della zona, abitata da oltre 30.000 indigeni e contadini. Nell’area è stato rilevato un aumento esponenziale dei casi di cancro, malformazioni e aborti spontanei.

Per questo motivo, l’azienda è stata condannata da tre diversi tribunali ecuadoriani al pagamento di 18 miliardi di dollari, ridotti poi a 9,5 miliardi, comunque il più grande risarcimento ambientale della storia. Tuttavia, la società che nel frattempo aveva terminato l’attività estrattiva, aveva già ritirato i propri beni dal Paese, rifiutandosi poi di pagare la multa. Tutto questo negando la responsabilità della contaminazione e la validità del processo giudiziario.

«La giustizia ci ha dato ragione, perché abbiamo la verità come nostra alleata. Continueremo la nostra lotta fino a quando il nostro desiderio, la riparazione della nostra casa, di Madre Natura, diventi una realtà, solo lì vedremo la vera giustizia. Quando nessun’altra vita umana, piante o animali muoiano a causa della contaminazione lasciata da Chevron» afferma Humberto Piaguaje, presidente dell’UDAPT (Unione delle vittime della Chevron-Texaco).

Per questa ragione i querelanti ecuadoriani, riuniti nella UDAPT, hanno avviato nuovi procedimenti legali in diverse giurisdizioni estere, al fine di ottenere l’ammontare previsto per la riparazione ambientale dell’area attraverso la confisca dei beni dell’azienda negli Stati dove questa è tuttora presente.

Il caso Chevron-Texaco è anche conosciuto come “il Chernobyl amazzonico”. Oggi più che mai gli sforzi per la preservazione della foresta amazzonica lo rendono un caso attuale. Il Sinodo sull’Amazzonia, fortemente voluto da Papa Francesco nell’autunno 2019, ha riacceso i riflettori sulle condizioni delle popolazioni indigene amazzoniche e sulla necessaria di proteggerne l’ambiente e i diritti umani (Principi Ruggie 2011).

Sul caso ecuadoriano è stato anche pubblicato un libro: Caso Chevron,la Verdad no Contamina. Questo documenta gli operati delle multinazionali statunitensi che hanno operato tra le province di Sucumbiòs e Orellana per quasi 3 decenni e le conseguenze che ci sono state per la popolazione amazzonica. È stato stimato che su 30 mila abitanti, 1 persona su 15 muore di cancro o malattie respiratorie. I casi di leucemia nei bimbi dai 0 ai 4 anni sono 3 volte più alte in questa zona che in tutto l’Ecuador e il 14% dei bambini nasce con malformazioni. Effetti stigmatizzati dalla console generale, María Gabriela Vera: «Chevròn-Texaco è l’unica compagnia che ha operato nell’estrazione del petrolio in questa zona quindi è l’unica responsabile dei disastri ambientali che provocò. Il mio popolo non è più disposto a morire per mano degli stranieri che vorranno sfruttarlo».

Il libro, terminato nel 2014, è un’investigazione giornalistica che ha come obiettivo quello di rivendicare e salvare la verità, scuotendo la coscienza del mondo per salvare il popolo dell’Amazonia.

Perché puntare sul giornalismo

Chevron ha anche clamorosamente mancato l’obiettivo di ridurre di almeno l’80% le emissioni di CO2 del suo impianto per la liquefazione del gas naturale a Gorgon, in Australia. L’impianto, il più grande del mondo, è stato progettato per catturare 4 milioni di tonnellate l’anno di CO2, ma Chevron ha confermato a luglio 2021 di essere riuscita a catturare solo 5 milioni di tonnellate di anidride carbonica dal suo avvio nell’agosto 2019. Si tratterebbe quindi di circa un quarto  delle emissioni che la società si era prefissa di abbattere.

La necessità della Chevron di ripulire la propria immagine appare più che evidente. L’obiettivo del colosso dovrebbe essere adesso quello di creare i presupposti per l’organizzazione di una redazione “di parte”: un team composto da giornalisti ben stipendiati e fedeli alle direttive aziendali, disposto ad ammorbidire le posizioni di un’opinione pubblica sempre più consapevole della catastrofe ambientale in atto. Quello che probabilmente si chiederà ai redattori sarà di minimizzare le responsabilità dell’industria fossile nell’aumento delle emissioni, anche se ormai queste colpe sono sotto la luce del sole.

Nell’assetto mondiale odierno le grandi aziende hanno capitali superiori a quelli di uno Stato e agiscono come tali negli scenari geopolitici. Abbiamo da tempo demonizzato l’informazione asservita e controllata dalle logiche statali, la comunicazione di impresa subirà lo stesso destino?

Sara Valentina Natale

Quotidiano indipendente online di ispirazione ambientalista, femminista, non-violenta, antirazzista e antifascista.

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