castagnaro
fonte immagine: www.mangiare.moondo.info

Anche se l’autunno al Sud tarda ad arrivare e le temperature, decisamente alte, allontanano usanze e odori che sanno di mezza stagione e natura in torpore, a Napoli qualcuno (fortunato!) ha già potuto assaporare le prelibatezze del castagnaro, venditore di caldarroste e custode di una lunga tradizione.

Antico mestiere partenopeo – e non solo, quello del castagnaro è un lavoro che si svolge direttamente in strada: con un carretto munito di fornello e pentola forata, ‘o castagnaro vaga per la città o si piazza quotidianamente in uno stesso luogo per inebriare vicoli, palazzi e passanti con l’inconfondibile profumo di castagne. In realtà, sono davvero pochi quelli che ancora oggi praticano quest’attività: se ne incontrano alcuni soltanto lungo il corso Umberto o nel centro storico, là dove il passato con le sue abitudini meglio si conserva.

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Un castagnaro di Vico del Fico al Purgatorio. Fonte immagine: Retenews24

All’opera fin dalle prime luci del mattino e figura quasi presepiale, il castagnaro originariamente offriva oltre che le classiche caldarroste – prelevate da un cesto coperto di lana, utile a preservare il calore del frutto appena cotto, e vendute nel foglio di giornale a forma di cono, il cosiddetto cuoppo –, anche le allesse e le palluottele. Si tratta di castagne lasciate bollire in acqua aromatizzata con alloro, sale marino e semi di finocchietto: mentre però le allesse si calavano nel brodo sbucciate, le palluottele venivano immerse ancora avvolte dalla scorza, forata in unico punto per evitare che le castagne scoppiassero nel corso della cottura. In ambo i casi, il risultato era delezioso: i bocconcini, caldi e sostanziosi, andavano a placare l’appetito mattutino dei partenopei e a contrastare i primi freddi dell’autunno.

La vendita, ovviamente, proseguiva anche durante l’inverno: il castagnaro con il suo calderone regalava sollievo e buon umore in mesi di gelo, e anche un po’ di luce in pomeriggi in cui il sole tramontava presto. Tutti, dunque, si riversavano in strada al suon di ‘castagne càvere‘ o di ‘o fummo‘, pronti a consolarsi con il piacere della semplicità: i nostri nonni lo ricordano bene e, forse, con un po’ nostalgia.

Accanto al più noto castagnaro ambulante, la cui voce – accompagnata dallo scricchiolio delle ruote del carretto – scandiva le ore del giorno a mo’ di orologio, vi era però anche il castagnaro a bottega che, tra sacchi di mandorle, noci, nucelle e cibi conservati sott’olio, vendeva sì castagne, ma crude, per coloro che preferivano riscaldarsi e deliziarsi con i sapori e i profumi autunnali direttamente in casa propria. In particolare, il periodo nel quale il castagnaro a bottega ricavava maggiori guadagni dal commercio delle castagne era quello natalizio: la tradizione voleva, difatti, che i fine pranzi e cenoni festivi venissero allietati dalle caldarroste abbinate a un buon bicchiere di vino.

Il mestiere di castagnaro, tra l’altro, veniva spesso svolto anche dalle donne. A dircelo, oltre che padri e nonni, è un componimento della poetessa Maria Pantano:

Sempe assettata a ‘nu purtone ‘e strata | ‘ncopp’ a ‘na seggia ch’è meza spagliata;| ‘o muro le fa comm’a ‘na spallera:| “Castagn…” allucca, specie quanno è sera.| A mana dritta ten’ ‘e bancarielle| e ‘int’a ‘na sporta piglia ‘e cuppetielle;| annanze è sistemata ‘a furnacella,| chien’ ‘e castagne e nera ‘e gravunella. | […] “Càvere so’ ‘e castagne, meh…, accattàte, | scarfatavelle ‘e mane, a chi aspettate?” | […]”‘A no’, nun alluccate, ch’aggio ‘ntiso; | iammo, duie cuppetielle, ampressa, ampressa,| l’aggi’ ‘a purta’ a ‘e criature, vaco ‘e pressa”|

Rappresentativi di un frammento della vita cittadina napoletana, i versi della Pantano mettono ben in evidenza quanto fosse “forte” un tempo la figura della venditrice di caldarroste e del castagnaro in generale. Arrostire castagne per offrire alla gente, anche alla più povera, una piccola consolazione non era allora un semplice mestiere, bensì una vera e propria arte. Un’arte che, per fortuna, alcuni continuano a preservare, concedendoci di respirare in città gli odori di una volta, quelli di stagioni –quali l’autunno – che paiono non esistere più.

Anna Gilda Scafaro

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