psicologia-politica

Come può una scienza che parla ed analizza il singolo e che ne cerca l’individuazione, occuparsi o a parlare anche di politica? Sembrerebbe un bel paradosso o comunque qualcosa di poco credibile. Ma fermiamoci a riflettere di quanto la politica abbia unito e unisca in modo forte, ma diverso, tutti i popoli in ogni epoca storica. I popoli sono composti da singoli individui e la psicologia si occupa del singolo e quindi c’è molta più psicologia nella politica di quel che si immagina.

«Oggi si vuol sentire parlare di grandi programmi politici ed economici ossia proprio di quelle cose che hanno condotto i popoli ad impantanarsi nella situazione attuale, ed ecco che uno viene a parlare di sogni e di mondo interiore…» diceva Jung.

Il primo ad interrogarsi sul cosa riunisse tante persone nelle piazze è stato Gustave Le Bon il quale, riflettendo sulla rivoluzione francese, teorizza che alla base di questa coesione sociale c’è una sorta di suggestionabilità reciproca ipnotica che fa regredire le masse in branchi, sotto la guida di un agitatore. Nota che ciò che fa la folla, non lo farebbe mai il singolo.

Anche Freud si sofferma sulla politica e trova, anche in questo ambito della vita, una base di pulsione libidica. Si ripristina un complesso edipico con il leader che, proprio come il padre nella triade madre-padre-figlio, è amato e odiato allo stesso tempo. Il leader è contemporaneamente ricercato e respinto. Come il padre, nella storia, i nuovi capi spesso sono prima amati e poi messi alla forca dallo stesso popolo che li ha eletti.

Qualcosa di inconscio agisce nel singolo e lo spinge a partecipare alla politica come pubblico o come attore principale. La psicologia ci fa riflettere su quanto importante sia agire e tornare sul singolo, se si vuole veder emergere un cambiamento, da quelle urne, il prossimo 4 Marzo.

«Ogni situazione politica è espressione di un parallelo problema psichico presente in milioni di individui. Problema che è in gran parte inconscio (il che lo rende particolarmente pericoloso)… le forze distruttive sono anche in noi, più esse sono inconsce, più sono pericolose…» scriveva Jung.

Fino a che non guarderemo dentro di noi, non potremo cambiare nulla di quello che è fuori. È un lavoro scomodo porsi davanti ad uno specchio e scrutarsi bene. Laddove qualcuno di coraggioso lo facesse, sarebbe più facile pensare di cambiare specchio piuttosto che l’immagine riflessa in esso. È sempre più facile fare “chiacchiere da bar” o comizi sui Social, invece che domandarsi di cosa è espressione la situazione politica a livello individuale. Domandarsi quanto del Renzi o del Berlusconi di turno ci appartenga.

Se quel politico è stato eletto, è perchè il popolo italiano ha proiettato proprie caratteristiche su di lui e, magari, al quinto anno di mandato, ritirate le proiezioni e tolti i filtri, lo ha visto per quello che realmente era. Più un leader è odiato e più, molto probabilmente, è la personificazione più vera del popolo che rappresenta. Avere un persecutore fuori di noi è più semplice che averlo dentro, che autocriticarsi e riconoscere in sé gli stessi difetti che risultano repellenti nell’altro. Quanto, anche noi nei panni dell’altro che giudichiamo cosí duramente, faremmo lo stesso? Quanto ne abbiamo già fatto? Anche la nostra psiche per difendersi fa una bella campagna elettorale con il nostro io per “farci fessi e convinti”, convinti di essere i più bravi e di sani principi ma la nostra parte in ombra, la più nascosta, ci agisce dentro.

Riconoscere questa realtà è semplice: basta guardare la pagliuzza che vediamo nell’occhio dell’altro per svelare la trave che è nel nostro. Ciò che odi dell’altro, appartiene proprio a te.

Il prossimo 4 Marzo portiamo con noi, alle urne, nel nostro voto, un po’ di questa psicologia. Guardiamo cosa non va in noi e cosa vorremmo per noi. Noi come individui che compongono un popolo e una Nazione. Singoli che compongono un’Italia che necessita un vero cambiamento.

Valentina Di Fonzo

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