Dopo Achille Lauro, ricordiamo che esiste anche una femminilità tossica
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C’è chi sulle orme di Wilde decide di fare della propria vita un’opera d’arte e chi abbandona invece l’estetismo per dedicarsi alla sovversione, liberando se stessi da limiti e prigioni e decantando un ideale di libertà che dovrebbe essere dovuto, ma è sempre conquistato da quelle anime prave, audaci e incoscienti, che hanno il coraggio di dire “NO“.

Sul palco più importante d’Italia, Achille Lauro ha detto “no” fregandosene delle conseguenze e dei giudizi negativi, ha celebrato il suo essere umano nella più autentica accezione del termine, un individuo libero di essere tra tutti i non che la società impone. Il potente e inaspettato messaggio ha scosso il sistema, che veglia sui suoi personaggi attentamente e registra qualsiasi tipo di deviazione, impegnandosi poi nel sopprimerla con una  divulgazione costante del medesimo obsoleto messaggio. Non può esserci esempio migliore, visto che siamo in tema, di un Amadeus come star indiscussa del Festival della musica italiana accompagnato ogni sera da una grandissima donna perché, in caso ve lo foste persi, quest’anno è stato proprio “Il Sanremo delle Donne”.

Le donne allora vi saranno sicuramente grate per questo, sorrideranno e non aggiungeranno nient’altro, perché è questo quello che si ci aspetta da loro, giusto? La domanda da porci, a questo punto, è la seguente: Avete mai sentito parlare di femminilità tossica?

La nostra società è organizzata su meccanismi che seguono schemi ben precisi e riducono scrupolosamente l’individuo al ruolo che deve occupare nella macchina sociale. Avere la pretesa di poter contenere un essere umano e tutte le sue possibilità d’essere e d’agire in una forma statica è  un’ambizione fuori dalla portata di chiunque, persino del patriarcato, eppure certe dinamiche continuano ad esistere e certi stereotipi alimentati.

Achille Lauro sull’Ariston ha sfidato le regole del padre scagliandosi contro quella mascolinità tossica che delinea le caratteristiche del maschio alfa ed esclude chiunque manchi di una delle regole delineate con cura sul foglietto illustrativo. Ansa, a tal proposito, ha pubblicato un articolo in cui viene mostrata una pagina di “Sono io Amleto”, libro dell’artista, in cui egli spiega le sue ragioni: “Sono allergico ai modi maschili, ignoranti con cui sono cresciuto. Allora indossare capi di abbigliamento femminili, oltre che il trucco, la confusione di generi è il mio modo di dissentire e ribadire il mio anarchismo, di rifiutare le convenzioni da cui poi si genera discriminazione e violenza. Sono fatto così mi metto quel che voglio e mi piace: la pelliccia, la pochette, gli occhiali glitterati sono da femmina? Allora sono una femmina. Tutto qui? Io voglio essere mortalmente contagiato dalla femminilità, che per me significa delicatezza, eleganza, candore”

La stessa femminilità a cui Achille Lauro aspira, soddisfa esattamente lo stereotipo promosso da secoli dalla società patriarcale, corrispettivo femminile di quello che lui ha cercato di sconfiggere quelle sere sul palco di Sanremo. Questo non mette in dubbio le intenzioni dell’artista, ma denuncia come certi meccanismi siano interiorizzati e portino ad avere definizioni prestabilite per gli unici due generi che quel binarismo fallace (mai messo in discussione) propone.

La femminilità tossica

Riflesso distorto della sua controparte maschile, la femminilità tossica è quell’insieme di caratteristiche da sempre associate al femminile: il rosa, il decoro, la gentilezza, la sottomissione.

Perchè se l’ideale di mascolinità tossica promuove un uomo forte che detiene il potere, quando si sentirà minacciato o sfidato da una donna che non fa (im)propriamente la femmina, le sue reazioni potrebbero essere le peggiori. Di risposta la donna, illudendosi di farsi del bene, si limita a fare quello che si ci aspetta da lei, sistemandosi per bene nella forma che le è concessa, senza mostrare alcun cenno di sofferenza mentre man mano soffoca. La femminilità tossica è misoginia interiorizzata, è vedere se stesse con gli occhi di una società patriarcale che ha sempre ripudiato il sesso femminile, è limitare il proprio valore e possibilità, ma sempre con un sorriso e dopo aver ringraziato.

“La mascolinità tossica ha come obiettivo finale il potere, perché è considerato l’unico modo per trionfare nella società; quella che viene definita come “femminilità tossica” ha invece come traguardo la sopravvivenza” […] “perchè la mascolinità tossica fa male prima di tutto agli uomini” afferma Benedetta Geddo

Quando la donna vede se stessa in questo modo, comincia anche a escogitare metodi per sfruttare la sua posizione subalterna. Rientrando perfettamente nell’immagine della damsel in distress, dirà con un sorriso all’uomo di fare l’Uomo e di pagarle il pranzo perché tanto si ci aspetta che lei sia economicamente dipendente, con le parole più dolci del suo vocabolario chiederà all’Uomo di spostare gli scatoloni più pesanti, perché lei è una donna, si sa, col corpicino che si ritrova come può solo pensare di smuoverli, gli preparerà a pranzo il suo piatto preferito in modo da aggrazziarselo e convincerlo ad accompagnarla a fare shopping, perché lei è una donna e le donne non sanno guidare. Quando l’unica cosa che resta è un’immagine precostruita alla quale bisogna costantemente coincidere, non resta che escogitare i metodi più subdoli ottenere ciò che si desidera.
E gli esempi proposti sono solo i più innocenti.

Ma il seme della discordia fiorisce nelle intemperie, la situazione diventa ancora più spiacevole se si prende in considerazione un altro fattore: la femminilità tossica è amara conseguenza di una mascolinità tossica bianca che è generata da un sistema patriarcale bianco per proteggere le loro fanciulle e garantire il potere nelle mani del forte Uomo Bianco, dunque e le persone non-bianche?

Se il patriarcato vede come sua istanza principale proteggere le dame indifese, conseguenzialmente ci sono moltissimi casi di uomini neri ingiustamente accusati di comportamenti inappropriati dinanzi ad una signorina, uomini che hanno subito i soprusi più atroci e hanno scontato pene che non meritavano lontanamente.
E la fanciulla bianca e la donna non-bianca? In un confronto tra le due, alla vista delle prime lacrime che rigano quel volto così puro, è evidente chi delle due abbia conquistato il cuore dei giudici e confuso la loro capacità di giudizio.
Ciò che è giusto o sbagliato viene alterato, se si guarda a qualsiasi tipo di evento con un pregiudizio costruito da uno stereotipo.
La femminilità tossica è anche questo.

Un sistema del genere è dannoso per il singolo individuo poiché tende a disumanizzarlo e a privarlo di caratteristiche che lo rendono umano, è dannoso anche per i rapporti umani stessi, con il suo tramutare qualsiasi tipo di relazione umana in una relazione di potere. Le vittime di una società malsana diventano migliori persecutori di se stessi e delle persone che li circondano. Le conseguenze di questo meccanismo sono disastrose e la prima cosa da fare è acquistare una nuova consapevolezza che ci porti ad agire, a dire quel no” che Achille Lauro ha cantato.

Giuseppina Pirozzi


Giuseppina Pirozzi
Se potessi, scriverei per sempre senza fermarmi neanche un istante. Ogni momento è perduto nel fluire continuo e incessante dell’esistenza, se non è cristallizzato dall’inchiostro alleato sul quel foglio innocente che accoglie le speranze e i sogni mancati, ed io forse ho perso un bel po’ di cose da quando son nata, ma la penna è la mia spada e il foglio è il mio scudo, insieme le mie battaglie le abbiam vinte tutte. Mi chiamo Giusy e ho 21 anni, amo la letteratura, la poesia, la primavera e i sorrisi degli sconosciuti che ti colorano le giornate un po’ grigie.

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