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[Copyright Simone Moricca, CC BY-NC-ND]

Se qualcuno avesse profetizzato a Filippo Tommaso Marinetti, al momento della pubblicazione del Manifesto del Futurismo su Le Figaro, che 110 anni dopo la società italiana sarebbe stata futurista, probabilmente la risposta sarebbe stata una fragorosa risata.

Certo, definire “futurista” l’Italia di Salvini e Di Maio, che sembra più strizzare l’occhio al passato che non progettare un futuro prorompente, può apparire un azzardo: ma è anche da considerare che il futurismo era sì qualcosa di rivoluzionario, però un secolo fa. In quello stesso passato ormai sempre più spesso richiamato e temuto, per l’appunto.

Non possiamo dimenticare l’aggressività come tema di fondo del futurismo: una società che si prepara alla guerra, allo scontro, un movimento che entra in conflitto contro tutto e contro tutti – curiosamente proprio come un altro MoVimento avrebbe fatto cent’anni dopo – ed un’esaltazione della virilità, dell’aggressività, della guerra stessa come «unica igiene del mondo» e base per una nuova costruzione di una società superomistica, in opposizione al nichilismo degli Untermenschen decadentisti.

La ragione è semplice: in questa società bisogna vivere velocemente, con tutta la vigoria possibile, e sopraffare ciò che appare debole, in difficoltà, o semplicemente più rilassato.

Live fast, die young

Le immagini di Nôtre-Dame de Paris in fiamme il 15 aprile scorso appartengono al passato: le abbiamo già dimenticate, e non si può non considerare come le immagini del fuoco che distrugge il tetto si adattino perfettamente all’immagine della fragilità demolita, e come facciano eco alla volontà di dissolvere e poi costruire qualcosa di nuovo. Ci siamo adattati al “live fast”, vivi velocemente, ed al dimenticare ancora più in fretta, perché non c’è tempo per fermarsi a riflettere: pensare può aprire alle debolezze la possibilità di farsi strada nella mente e mettere a repentaglio questo stile di vita.

Il culto della velocità e dell’immediatezza è un pilastro di questa società futurista. Bastano un paio di click sullo schermo del telefono ed in massimo mezz’ora si ha il pasto servito a letto a quasi tutte le ore del giorno e della notte, così come le birre o una bottiglia di vino.
La spesa? Consegnata direttamente a casa in serata. Qualche cosa utile, migliaia di oggetti assolutamente inutili ma proprio per questo presentati in maniera tale da spingere all’acquisto compulsivo? Nessun problema, poiché saranno consegnati dai corrieri durante la settimana, talvolta anche di sabato.
Ed in nome della velocità e del tutto e subito – o quantomeno più in fretta possibile – anche i riders muoiono sulle strade, e per un curioso contrappasso anche i clienti rischiano di essere investiti dai furgoni carichi di pacchi da consegnare.

La morte, è Marinetti a scriverlo, è il momento catartico del futurismo. Lui la immaginava a bordo di un’automobile, e nel 1909 sarebbe certamente stata una morte singolare. Nel 2019, però, in Italia è ben più futurista una morte causata con una pistola o un fucile, con le armi della modernità e del progresso.
Poco importa se qualcuno ha inteso – sbagliando – che sia possibile farlo sempre in casa propria, e che è tanto meglio se a farne le spese è un ladro, ancor più se non è italiano; il futurismo in tal caso è avanguardia talmente spinta da inculcare nelle menti quel ritornello che faceva «Me ne frego! Non so se ben mi spiego: me ne frego, fo quel che piace a me!». Forse più retroguardia che avanguardia, ma perfettamente aderente ad una cultura sociologica che si basa sull’individualismo.

Salvini, il futurista

Matteo Salvini, più per scelta di marketing che per convinzione, è l’esaltazione del futurismo, e poco importa se sia lui in persona o il suo staff ad agire in suo nome.
C’è bisogno di un intervento veloce? Ecco un tweet o un post su Facebook, che in concreto non è risolutivo ma fornisce l’impressione dell’onnipotenza istantanea.
Si avverte tensione sociale? Salvini crea il nemico del momento: che sia Roberto Saviano, una ONG, un personaggio politico come Laura Boldrini o Elsa Fornero, l’impianto comunitario o il fatto di cronaca (anche inventata) del giorno, tutto è utile per incanalare la rabbia verso soggetti diversi dal “solito” governo, che per assioma è ladro ed incapace solo quando è retto da altri.
C’è qualcosa di non gradito? Basta presentarsi in una trasmissione televisiva qualsiasi e fare qualche lista ed elencare le cose che non vanno, le cose che vanno, le cose che sono state fatte, le cose che gli altri non vogliono lasciar fare, le cose che altri fanno all’estero. Mal che vada, i giovani si ubriacheranno con il drinking game del momento: bere ogni volta che Salvini fa un elenco.

In questo video potrete trovare: Salvini che parla con la gente comune, Salvini che costruisce, Salvini che ripara, Salvini che fa elenchi…

Il futurismo di Salvini si concretizza nel catalizzare l’aggressività, nel fomentare la guerra, ed in tutto ciò si presenta come l’Übermensch che soggioga e pilota gli Untermenschen: peccato che l’ostentazione della vitalità sia fasulla e compiuta davanti ad una telecamera, poiché di un fisico virile, pronto a farsi valere per affermare il proprio primato, non se ne trova traccia nemmeno in mezzo ai filtri del suo profilo Instagram che anzi è improntato al relax, al piacere ed agli incontri con i fan. Solo chiacchiere e un distintivo, quello della polo gentilmente fornita dalla Polizia di Stato: perché il futurismo è avanguardia, e presentarsi come poliziotto è sicuramente l’avanguardia della moda, oltre che un possibile reato.

È necessario chiedersi, a questo punto, se esista un’opposizione al futurismo, ed in caso di risposta affermativa quale sia.
Non lo è certamente quella dei “vecchi tromboni” demoliti dal futurismo populista, e sempre meno capaci di comunicare a qualcuno che sia diverso dal proprio pubblico abituale – per fare un esempio concreto, è fin troppo evidente la fortissima difficoltà di Nicola Zingaretti di rivolgersi ai giovani. Di questo, tuttavia, non se ne può far troppo una colpa: nessuno ha mai chiesto a Rancore di suonare Bach o a Ennio Morricone di fare drum and bass, appartengono a sfere diverse.

Futurismo contro futurismo

No, l’opposizione al futurismo è il futurismo stesso, ma quello che viene dai bassifondi della società: la dissacrazione che viene dalla street art, dalla trap e dal mare magnum dell’indie.

Per la street art il discorso è semplice: si sceglie un simbolo da dissacrare, si sceglie un modello figurativo, si smontano e si ricompongono in modo da creare una nuova opera da attacchinare alle pareti, un’arte non destinata a durare, ma anzi a subire i tentativi di rimozione o ad essere ricoperta da graffiti. Un’arte veloce, violenta contro i soggetti bersagliati, aggressiva nei confronti delle regole sulle affissioni, talmente sprezzante della morte da non curarsi di durare appena qualche ora o resistere diversi giorni.

Ed è futurismo anche la poesia che viene affissa ai muri, anch’essa attacchinata: l’azione del pensiero, che salta agli occhi nella semplicità dei suoi caratteri tipografici ed “aggredisce” la materia grigia, forzandola alla riflessione, anche solo per un istante fugace. Dalla lettura, l’incoraggiamento a tramutare il pensiero in azione, la sensazione in esperienza sensoriale. La demolizione di una struttura mentale, la generazione di impulsi vitali.

L’indie, o anche l’itpop, è futurismo: d’accordo, secondo il Manifesto della musica futurista lo è solo in parte, ma in una parte fondamentale: il cantante non conta più degli strumenti che lo accompagnano, ma è anch’egli uno strumento in mezzo ad altri strumenti suoi pari. Non è più importante che un cantante sia bravo o abbia una bella voce, se può avere una melodia orecchiabile e magari martellante (esattamente come i rumori della fabbrica nell’immaginario futurista “classico”), o se quello che ha da dire si dimostra di una forza in grado di spostare gli equilibri interni di chi li ascolta.
In parte minore rientra nel futurismo del Manifesto anche il rifiuto dei “grandi editori”, cioè delle major discografiche, e della critica musicale: gli album sono prodotti per essere ascoltati soprattutto su Spotify e sulle piattaforme di streaming, e si promuovono soprattutto all’interno delle community Facebook, arrivando grazie al passaparola nelle posizioni più alte delle hitlist e successivamente al pubblico generalista delle radio.

La trap, invece, rientra nella definizione del futurismo come movimento d’avanguardia: se già in uno “sku sku eskere” si può ritrovare un richiamo alle poesie onomatopeiche di Aldo Palazzeschi, è altrettanto corretto considerare la trap futurista tanto nella trasformazione in strumento del vocalist, anche grazie all’uso ed abuso dell’autotune – in tal modo chiunque può cantare ed essere apprezzato nonostante le stonature – quanto nella destrutturazione di musica già composta e campionata e nell’adozione di ritmi martellanti, quasi tribali, riconducibili ad una componente ancestrale se non addirittura rituale della cultura umana.

La fine è vicina

È futurismo vero? Non lo è? I tratti si ravvisano, e non è nemmeno un’operazione forzata – basti leggere il Manifesto di Marinetti. Sempre nel Manifesto del Futurismo si trova un invito a travolgere e cestinare gli stessi futuristi, i primi ad originare l’avanguardia: nulla di diverso rispetto al normale corso delle mode, che sono destinate ad esaurirsi.

Quando avremo quarant’anni, altri uomini più giovani e più validi di noi, ci gettino pure nel cestino, come manoscritti inutili – Noi lo desideriamo!
Verranno contro di noi, i nostri successori; verranno di lontano, da ogni parte, danzando su la cadenza alata dei loro primi canti, protendendo dita adunche di predatori, e fiutando caninamente, alle porte delle accademie, il buon odore delle nostre menti in putrefazione, già promesse alle catacombe delle biblioteche.


[F.T. Marinetti, Manifesto del Futurismo, 20 febbraio 1909]

È vero, viviamo in un periodo profondamente immerso nel futurismo, ma questo non deve spaventarci. La Storia e la stessa base teorica del futurismo ci insegnano che ogni futurista – nella politica come nell’arte – finisce con l’essere “sconfitto dalla storia”, tradendo le aspettative che s’erano generate.
Ci basta avere pazienza e fiducia.

Simone Moricca

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