Licenziamenti e dimissioni
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Non sempre i licenziamenti, ossia l’interruzione di un rapporto di lavoro, avvengono per valide ragioni. Sempre più spesso vengono recapitate lettere di licenziamento a ignari lavoratori che presi alla sprovvista non sanno come comportarsi di fronte a tali ingiustizie. Ma oggi siamo anche di fronte a un mondo del lavoro in costante cambiamento e che spesso non soddisfa le aspettative e le esigenze di chi vi entra a farne parte. Motivi per i quali da qualche anno siamo abituati a leggere sui giornali del fenomeno delle dimissioni di massa. Ma come comportarsi in tutti questi casi per essere sicuri che i propri diritti non vengano violati?

Tipi di licenziamento

Innanzitutto, bisogna chiarire il tipo di licenziamento e distinguere se esso è avvenuto per giusta causa, per giustificato motivo soggettivo o per giustificato motivo oggettivo.

  • Il licenziamento per giusta causa è dovuto a causa di un grave comportamento disciplinare di un dipendente per il quale l’azienda stabilisce l’impossibilità di mantenere in essere il contratto con lo stesso.
  • Per quanto riguarda il licenziamento per giustificato motivo soggettivo, invece, le ragioni sono molto simili al licenziamento per giusta casa. La differenza sta nel preavviso, dovuto in questo caso ma non nel primo.
  • Infine, il licenziamento per giustificato motivo oggettivo. La prima differenza con i primi due è che solitamente vengono coinvolte più di una persona. In questo caso il licenziamento è causato da motivi di carattere economico e/o tecnico-produttivi dell’azienda e quindi non imputabili a un comportamento inappropriato del lavoratore. Tra queste vi sono la cessazione totale dell’attività produttiva, la chiusura di un reparto di lavoro, l’esternalizzazione di alcuni servizi, nuove tecnologie che sostituiscono la forza lavoro umana o una riorganizzazione aziendale per migliorare il sistema di produzione e l’aspetto organizzativo della struttura.

Cosa fare in caso di licenziamento

Ovviamente per poter licenziare un dipendente devono esserci comprovate motivazioni in linea con la legge vigente. Nel caso in cui un dipendente ritenga di essere stato licenziato immotivatamente dovrà appurare che si tratti di un licenziamento illegittimo, vale a dire che non sussistono validi motivi che possano giustificare la cessazione del rapporto di lavoro. Parliamo di ragioni discriminatorie, su contestazioni di illeciti non così gravi da condurre al licenziamento o bancarotte fraudolente, giusto per citarne alcuni. In questo caso sarà opportuno contattare un avvocato del lavoro, anche detto giuslavorista, che possa assicurare una valida assistenza per licenziamento.

Avere una figura professionale di riferimento durante tali situazioni è molto importante per due motivi. Il primo è nelle tempistiche richieste dalla legge. Le documentazioni devono essere prodotte seguendo stringenti termini e scadenze. Una volta ricevuta la lettera di licenziamento il dipendente ha massimo 60 giorni per poterla impugnare e contestare nella maniera più appropriata. Nell’arco di 180 giorni deve essere invece depositato il ricorso al tribunale o manifestato l’intento di conciliazione. Se entrambe le opzioni non saranno considerate, allora sarà il caso di rivolgersi al tribunale entro 60 giorni. Il secondo motivo per cui ingaggiare un avvocato giuslavorista è per avere la sicurezza di venir veramente tutelati. Le aziende, specialmente le più grandi, hanno indubbiamente un maggior potere economico per poter affrontare senza troppi problemi cause e processi. Agire con cognizione di causa, oltre ad accrescere le possibilità di far valere le proprie ragioni, non farà sperperare inutile denaro al dipendente che si trova in questa difficile situazione.

Come fare per licenziarsi

Ci sono poi casi in cui è lo stesso dipendente a non voler avere più avere nulla a che fare con l’azienda o la società dove lavora. Gli scenari possibili sono diversi e prevedono tutti differenti azioni legali. Partendo dall’ipotesi più semplice, ossia il dipendente che vuole licenziarsi perché ha trovato un nuovo lavoro. In questo caso non si necessiterà di ricevere la Naspi, conosciuta anche come disoccupazione, o un incentivo all’esodo, ossia un’ulteriore somma corrisposta dal datore di lavoro al dipendente che intende dimettersi. A questo punto al licenziatario non resterà che mandare le proprie dimissioni in modalità telematica e rispettare i tempi di preavviso previsti dalla legge e dal proprio contratto. Nel caso in cui questi ultimi non vengano rispettati il lavoratore perderà dalle competenze di fine rapporto o dall’ultima retribuzione l’importo pari ai giorni di preavviso.

Altra ipotesi è quella del lavoratore che vuole licenziarsi, per svariate ragioni personali, ma non avendo un’altra occupazione prova a chiedere un incentivo all’esodo o un escamotage per ricevere la Naspi. Tale processo necessita dell’intervento di un avvocato giuslavorista, il quale contratterà le suddette questioni attraverso risoluzioni consensuali.

Infine, vi è il caso in cui il dipendente voglia dimettersi per giusta causa, ossia in seguito a un comportamento scorretto da parte del datore di lavoro o durante il periodo di gravidanza fino al primo anno del figlio. Data la situazione, il lavoratore potrà licenziarsi e percepire la Naspi senza problemi. Anche in questo caso è utile avvalersi di un’assistenza legale per curare nei dettagli tutto il processo di licenziamento.

Giornalista, web writer e consulente Seo.

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