
Il 16 ottobre 1943 le truppe naziste, coadiuvate dai fascisti, provvedono alla razzia del ghetto e alla deportazione degli ebrei romani. Con riguardo al 16 ottobre 1943 si parla spesso, erroneamente, di «rastrellamento del ghetto di Roma». Quella giornata va invece ricordata per la più ampia e complessiva operazione di genocidio, di cui il rastrellamento del ghetto fu l’episodio centrale e più massiccio. Il 16 ottobre 1943 i nazifascisti tentano infatti di deportare tutte donne e uomini ebrei romani, prelevandoli dalle proprie case ovunque essi fossero, anche in zone molto diverse dal ghetto.
Un’operazione così capillare sarebbe stata impossibile per un esercito occupante, presente in città da appena un mese. Le truppe naziste furono infatti supportate attivamente dai fascisti italiani che, tra le varie cose, fornirono i risultati del censimento degli ebrei realizzato dal governo fascista. Le operazioni avvennero all’alba di sabato 16 ottobre. Il sabato è giorno festivo per gli ebrei, i nazifascisti scelsero questo giorno perché sapevano che avrebbero trovato nelle proprie case quante più persone possibile.
Gli arrestati, che ammontarono a 1023, vennero rinchiusi per due giorni nel Collegio Militare di Via della Lungara. Poi, fatti salire a forza su un treno merci alla stazione Tiburtina, furono deportati verso il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Sopravvissero e tornarono a Roma solamente 16 persone, di cui solamente una donna, Settimia Spizzichino.
Quanto accaduto il 16 ottobre 1943 non fu il colpo di mano di pochi esaltati ma una macchina della morte, meticolosamente pianificata e organizzata secondo il progetto della soluzione finale, l’eliminazione degli ebrei in quanto “razza inferiore”. E di donne e uomini considerati anch’essi inferiori: disabili, testimoni di Geova, rom, sinti, dissidenti politici e altri.
Neanche la vulgata revisionista neofascista tenta di sollevare il regime dalle proprie responsabilità nella Shoah. Essa piuttosto rilancia a ribasso, sostenendo che l’errore di Mussolini fu l’alleanza con Hitler e che il fascismo divenne criminale dalle leggi razziali, e quindi dal 1938, in poi. Sottintendendo che quello fu l’unico errore e che il fascismo divenne criminale solamente da quel momento in poi.
Uno dei tentativi più fastidiosi e subdoli attraverso cui si tenta di riabilitare il regime fascista. Il fascismo, invece, nasce violento e resta tale per tutta la sua durata, scegliendo paura e rabbia sociale come motore delle proprie azioni criminose.
Tra il 1919 e il 1921, secondo i dati dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI), le squadracce fasciste distruggono 59 case del popolo, 119 camere del lavoro, 107 cooperative, 83 leghe contadine, 141 sezioni socialiste e comuniste, 100 circoli culturali, 10 biblioteche e teatri, 28 sindacati operai, 53 circoli ricreativi. Secondo Gaetano Salvemini, tra il 1921 e il 1922 i fascisti uccidono tremila persone. Numeri che aiutano a comprendere la violenza politica insita al fascismo.
Il fascismo non diventò criminale ma nacque tale. L’alleanza con la Germania nazista non fu “l’unico errore” di Mussolini, bensì un fatto politicamente naturale. Ecco perché Sandro Pertini disse che «il fascismo non è un’opinione ma un crimine», ed ecco perché esso è bandito dalla nostra Costituzione democratica e repubblicana.
Sui fatti del 16 ottobre 1943 e quelli immediatamente precedenti, si ricorda il capolavoro di Giacomo Debenedetti, 16 ottobre 1943. Circa un centinaio di pagine, ognuna preziosa, in cui il noto critico letterario rimette in fila i fatti concreti e li rende strumento di riflessione. Un manuale per mantenere viva la memoria in modo critico.
Gabriele Bartolini

















































