The Lighthouse recensione
the lighthouse, i due protagonisti

Recensione di The Lighthouse, il nuovo film di Robert Eggers, già autore dell’apprezzatissimo The VVitch.

Lighthouse significa faro ma, con qualche forzatura letterale, potremmo tradurlo come “casa della luce”. In effetti , il film di Robert Eggers presentato al 72° Festival di Cannes, ha un che di domestico, in quanto i due protagonisti, Ephraim (interpretato da Robert Pattinson già visto in The King) e Thomas (interpretato da Willem Dafoe), si troveranno a vivere in un luogo remoto al largo del New England che, per quattro settimane o forse più, diventerà la loro spaventosa casa. Spaventosa perché l’isola è un luogo ostile, umido, pieno di mistero, angosciante e sempre più allucinogeno. Ma soprattutto è un posto perso nella natura primitiva, fuori dal tempo e dallo spazio, attraversato soltanto dai gabbiani, presenze consapevoli che sembrano le uniche a conoscere cosa nasconde quel luogo pieno di misteri.

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fonte: GamesVillage

L’ambientazione, dunque, è il vero protagonista della storia, in quanto elemento operante e imprescindibile ai fini della trama, questa canonica e altamente derivativa (Dai racconti di Edgar Allan Poe alla mitologia di H.P. Lovecraft, passando per la struttura narrativa di Melville, agli stilemi di Shirley Jackson con il suo Hill House) ma non per questo lesiva per la bellezza del film, la cui peculiarità artistica risiede in tutte le altre fogge cinematografiche: registiche, dialogiche, estetiche, sceniche.

Un racconto oscuro di mare con due interpreti camaleontici

E non è la prima volta che Eggers ci abitua alla centralità delle sue ambientazioni, trasformate in soggetti agenti nella sua visione orrorifica. I personaggi, invece, nelle mani del regista, diventano burattini camaleontici chiamati unicamente ad avvalorare le sue visioni. Attraverso l’utilizzo di espressioni reboanti – fatte di atteggiamenti e parole – i personaggi, infatti, si staccano profondamente dai propri interpreti fino e vivere di vita propria diventando dei meri strumenti a servizio dell’idea.

La storia di The Lighthouse, in effetti, nella sua semplicità, ci è presentata come una vecchia leggenda narrata dalle bocca sdentata di un vecchio marinaio, un insieme di memorie opache dove gli stessi pericoli sono appena percepibili. Presenze liminali, riverite, che incutono un terrore a bassa intensità, latente e serpeggiante, come una lenta ma agghiacciante anestesia.
Il mare stesso nella sua immensità e inconoscibilità, diventa il soggetto (e non scenario, attenzione) perfetto per esaltare queste storie.
Per la sua capacità di suggestione e la suggestionabilità, infatti, l’oceano si trasforma nella lente d’ingrandimento opaca con cui scrutare l’ignoto, il portale dove due dimensioni collidono, il conosciuto e lo sconosciuto, con quest’ultimo che ha un che di trascendente, in quanto determinante del primo.

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fonte: Movieplayer.it

C’è tanto di  H.P. Lovecraft in The Lighthouse, forse troppo (e in questa recensione lo ribadiremo più volte), è questo è segnale di quanto l’eredità di questi autori sia immensa e sia in grado, anche a distanza di decenni, di fornire suggestioni a tutti quegli artisti che banchettano con le loro intuizioni.
Robert Eggers è una di queste bocche: abile, rispettoso, forse fin troppo ossequioso di questo retaggio. Ma nonostante ciò, il regista riesce a sublimare la sua metafora semplice (quella di Prometeo) attraversoo le sue scelte stilistiche ed espressive donandola di un fascino mostruoso e antico, come si addice a una storia oscura persa nei meandri di un non-tempo.
Il film, infatti, è girato con pellicola 35 mm, in formato 4:3 e in bianco e nero, proprio come a voler richiamare qualcosa di atavico, antico, intoccabile.

The Lighthouse: recensione di un film cupo ma che acceca

Una scelta che può sembrare pretenziosa ma che, inversamente, dona un enorme fascino all’opera che ci appare, ripetiamo, come un incubo che tocca le paure recondite dell’animo umano.
Cosa temiamo di più? Siamo soli? Cosa percorre gli abissi? Cosa si aggira per l’isola, quali presenze la intaccano?
I due torvi protagonisti, tormentati da queste domande, messi a confronto con la natura criptica, arriveranno nella condizione più misera, selvaggia e primitiva facendo deflagrare ogni sovrastruttura culturale.
Il più esperto Thomas, però, sembra saperne di più: ha un legame subdolo con il luogo e conserva delle conoscenze sinistre che non ha intenzione di condividere con nessun altro, men che meno con il suo compagno di lavoro. E proprio da questo squilibrio di potere, da questo gap conosctivo, che si compone una latente ma sempre più morbosa lotta per il dominio. La lotta per la luce del faro, con quest’ultimo che rappresenta la conoscenza e, quindi, il potere.
Si tratta di una continua rincorsa tra un uomo, Ephraim, e qualcosa al di sopra di un uomo, forse un Dio (Thomas) che gode di un legame con la natura molto più profondo e viscerale, o forse ne è addirrittura parte.
E così che The Lighthouse diventa un trattato di antropologia, sonda, anzi, si tuffa nel degrado umano e lo illustra attraverso le immagini in ogni sua forma. Mostrando come l’uomo, nel tentativo di ergersi in qualcosa più grande di lui, in realtà non fa altro che ribadire la sua mediocrità.

The Lighthouse, quindi, è una pellicola dal fascino romantico, che si appropria di un mito classico per ribadire una questione semplice ma che si arricchisce di memorabili guizzi dal punto di visto estetico.
Una pellicola onesta, verso l’autore, la sua visione e i propri miti, in senso narrativo quanto autoriale.

Enrico Ciccarelli

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