La strategia di Salvini sull'immigrazione tra Decreto Sicurezza e sindaci
LaPresse

Il dissenso di alcuni sindaci italiani nei confronti del cosiddetto Decreto Sicurezza ha occupato le prime pagine dei giornali a cavallo del nuovo anno e gravita attorno alla questione immigrazione. La battaglia riguarda, più nello specifico, l’articolo 13 della Legge 132/18, convertita con modifiche nel dicembre scorso dal governo gialloverde.

I sindaci contro Salvini

Il portabandiera di questo dissenso è il primo cittadino di Palermo Leoluca Orlando, che è stato il primo a inviare una circolare all’anagrafe per chiedere la sospensione parziale dell’applicazione del Decreto Sicurezza. Il sindaco di Parlemo è stato poi seguito dai sindaci di Napoli, Firenze, Parma e altre unità territoriali. Infatti, al di là del picco mediatico esauritosi nel giro di una settimana, il rifiuto nel mettere in pratica queste norme da parte delle giunte locali perdura in diverse parti d’Italia.

Questa “piccola” crisi politica è in realtà il primo tentativo di bloccare il progetto politico di Salvini sull’immigrazione – il Ministro dell’Interno non perde occasione per presentare ogni legge varata sul tema come una doppia soluzione per povertà e sicurezza. Sebbene le norme repressive di questo decreto rappresentino un vero e proprio investimento in insicurezza, sono comunque utili a legittimare in maniera continuativa la lotta al nemico comune. Il tema dell’immigrazione è infatti, inevitabilmente, un’arma a doppio taglio per il governo gialloverde: un fuoco che brucia molto bene ma sul quale bisogna soffiare incessantemente per tenere alte le fiamme.

L’art. 13 del Decreto Sicurezza

Come si inserisce quindi il nuovo articolo 13 della Legge 132/18, il cosiddetto Decreto Sicurezza, in questa caccia al nemico?

Innanzitutto tenta di minare i diritti dell’immigrato in quanto individuo, nemmeno più ormai secondo la logica regolare-irregolare, ma in quanto straniero. Il comma 1bis dell’art. 13 specifica infatti che il regolare permesso di soggiorno non sarà più sufficiente per procedere all’iscrizione presso l’anagrafe. Ossia, il documento che attesta la presenza regolare sul territorio italiano comunque non basterà più per accedere ai servizi sociali, sanitari, ai centri per l’impiego e ai bandi per l’assegnazione di case popolari.

Senza anagrafe niente residenza, né carta d’identità né servizi.

Tuttavia, considerando che nessuno Stato democratico può chiaramente privare un essere umano presente sul suo territorio dell’accesso ai diritti basilari, sempre l’art. 13 consente ai richiedenti asilo l’accesso “ai servizi […] comunque erogati sul territorio”, cioè quelli che vengono erogati nel luogo di domicilio. E pur mettendo da parte un effetto comunque fondamentale – ossia l’ulteriore pressione che questa misura imporrà sul sistema di seconda accoglienza nel Sud Italia –, qui risiede un buco nero logico inspiegabile se non, appunto, tramite la logica di Salvini.

Nella nuova norma non viene infatti specificato quale altro documento sarà richiesto per usufruire dei diritti garantiti, fino ad ora, dalla residenza. In assenza di decreti attuativi, per quanto ne sappiamo, sta alla benevolenza del singolo ente pubblico o privato se erogare o meno i servizi agli immigrati domiciliati ma senza residenza. La possibilità di aprire un conto corrente o di iscrivere i propri figli all’asilo dipenderà dalla benevolenza del singolo funzionario locale: la responsabilità viene scaricata dalla cima della scala, il governo, al gradino più basso dell’amministrazione statale.

Una legge che viola la generalità, colpendo senza ragionevole motivazione solo la categoria dei titolari del permesso di asilo, ma che rimane volutamente molto generalista, lasciando ampi spazi di interpretazione. Un funzionario territoriale che possiede la discrezionalità nel decidere quali documenti un immigrato deve ottenere per accedere all’anagrafe diventa così un co-produttore di legge.

Nel concreto questo sistema è destinato a creare vaste disuguaglianze, differenze di trattamento e di accesso ai servizi che dipenderanno dalla regione, dal singolo ente pubblico (e privato) e dalla tipologia di servizio. Smontare la già poca certezza di alcune leggi e de-responsabilizzare i veri responsabili è il crogiolo della destabilizzazione, preludio di ulteriore insicurezza. E Salvini, giustamente, se la ride.

La strategia di Salvini sull’immigrazione

L’immigrato è il nemico perfetto per creare consenso: facilmente individuabile e con pochi strumenti di difesa. Intorno a lui continuano a gravitare una serie di norme e immaginari che criminalizzano ogni soggetto appartenente a questa categoria a priori, in ragione della sua sola presenza su questo lato del Mediterraneo. Possiamo anche non chiamarlo razzismo, ma questo è.

L’Italia sta addirittura scatenando una guerra diplomatica con la Francia rinnovando così la logica del nemico, un nemico intermedio colpevole della presenza in Italia degli immigrati (il nemico primario): lo scontro internazionale aiuta il governo a legittimare le sue posizioni anche attraverso la critica della politica estera di un altro Stato, definendola colonialista. In più è stata mossa una critica diretta al governo e alla persona di Macron, portatore dell’ideale di Europa che Lega e Cinque Stelle stanno combattendo. In questa vicenda la Francia è il mezzo, mentre l’ulteriore criminalizzazione dell’immigrato che ne risulta è il fine.

L’articolo 13 risponde all’esigenza di cristallizzare la situazione dell’immigrato in quanto tale, garantendo il domicilio ma non la residenza, rimarcando la condizione di transitorietà sul territorio italiano a tutti i costi. Ma la retorica dei porti chiusi, a parte la sua non veridicità, non deve significare zero immigrati: per Salvini lo straniero deve arrivare in Italia, deve vivere sul nostro territorio in posizione più debole, deve essere pronto a esporsi come capro espiatorio.

Il “lui” che non sarà mai “noi” più semplice da scovare. Anche perché il “noi” sembra esistere solo quando c’è un “loro” da combattere: per questa ragione Salvini deve continuamente alimentare il dibattito sull’immigrazione, dopo quasi un anno di governo.

La Lega è ben cosciente che il forte depotenziamento degli SPRAR e l’abolizione del permesso umanitario vanno in direzione opposta ai risultati positivi della seconda accoglienza e, di conseguenza, al tentativo di un individuo di stabilizzarsi e integrarsi nel tessuto territoriale – sempre legalmente, tra l’altro. Pensiamo al modello di convivenza di Riace e allora ci spieghiamo l’incessante lapidazione che se ne è fatta fino alla sua totale soppressione e ostracizzazione del sindaco ideatore. Ciò che riesce bene va distrutto, proprio perché va a minare le ancore fragili basi della narrativa xenofoba nel nostro Paese.

L’importanza del gesto dei sindaci

Per questa ragione l’opposizione di alcuni amministratori locali all’applicazione dell’art. 13 del Decreto Sicurezza va oltre le battaglie di partito. Essa rappresenta infatti il primo rifiuto formale al proseguimento della strategia di Salvini sull’immigrazione, una battaglia portata avanti da amministratori locali che vivono concretamente costi e benefici di queste politiche.

Ancora, una battaglia in grado di mostrare al governo che la politica locale non è solo un contenitore vuoto, all’occorrenza passerella di marcia per l’esecutivo, ma una realtà attiva che rivendica autonomia politica quando le norme imposte vengono giudicate eccessive o inique. Al di là delle opinioni personali sugli atti di disobbedienza civile, infatti, resta che la crepa aperta dai sindaci nel solido piano del Ministro degli Interni può ancora rischiare di diventare una frattura.

E, se così sarà, senza l’immigrato come capro, su quali basi si reggerà il consenso di questo eterogeneo elettorato? Almeno fino alle prossime elezioni europee Salvini proverà a convincere tutti che, nonostante la recessione economica ormai imminente, il problema della mancanza di lavoro in Italia si risolva cacciando via chi già è relegato e troppo spesso invisibile. Che, insomma, è finita la pacchia – come se in realtà ne fosse mai esistita una.

Lorenzo Ghione

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Lorenzo Ghione
Studente di relazioni internazionali a Forlì, bolognese di nascita e di formazione, passato a Lione, attualmente a Parigi, appassionato di migrazioni, Africa, Europa ed avventure politiche nostrane. Hobby: coprire manifestazioni con foto e reportage.

7 COMMENTI

  1. Bell’articolo, bravo Lorenzo…c’è da sperare che alla fine Salvini inciampi sui fili che lui stesso ha tirato e…miseramente cada….dipenderà molto dalla capacità di continuare una contestazione civile senza dare tregua…

  2. Bell’articolo, dettagliato nell’esposizione e nella spiegazione della normativa sull’immigrazione, ne coglie bene i possibili effetti negativi che inevitabilmente andrebbero a crearsi sul territorio soprattutto nei riguardi di ciò a cui il ministro tiene di più, la sicurezza.

  3. Questo articolo analizza e smaschera le basi delle recenti politiche sull’immigrazione. Sono felice che scaturisca da uno studioso della generazione che potrà contribuire ad una migliore umanità futura.

  4. Grazie Lorenzo per questa analisi politica. Il tuo articolo mi ha consentito di pensare e aggiungere riflessioni e spiegazioni su scelte governative veramente incomprensibili. Continua a scrivere i tuoi pensieri mi piacciono e mi aiutano a pensare!

  5. Ottime correlazioni tra fatti e meccanismi burocratici; ho capito qualcosa di più ed in particolare ho chiaramente compreso che la vera intenzione è quella di aggiungere caos in una già problematica situazione al fine di far credere alla persona media, informata dai Tg ormai allineati, che immigrazione = delinquenza ….Più volte detto in tv dall’innominabile ministro e dai suoi adeguati compagni.

  6. Mi auguro che come dici, l’opposizione dei sindaci al decreto sicurezza apra una crepa nel progetto del ministro.
    L’importante è togliere consenso a questi movimenti nazionalisti, e anche il tuo articolo, bello e ben argomentato, serve in maniera egregia a questo scopo.
    Per cui continua la tua opera di informazione, che ne abbiamo molto bisogno.

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