E così alla fine Renzi è diventato D’Alema
Fonte Immagine ettoremariacolombo.com

“Non c’è più spazio per voi cari partitini dei veti, care persone che vogliono mettere le zeppe”. Correva l’anno 2012 e Matteo Renzi, dal palco della Leopolda, criticava il potere di veto delle piccole formazioni partitiche, accusate di non garantire la stabilità dei governi. La stessa accusa da lui rivolta a tutti coloro i quali agivano controcorrente rispetto alla sua azione esecutiva, come ad esempio Massimo D’Alema.

Al giorno d’oggi, invece, le cose paiono cambiate. Il piccolo guasta-governi sembrerebbe essere proprio lui, l’ex sindaco di Firenze che, al governo, vanta 29 deputati e 17 senatori. Un numero davvero esiguo di parlamentari ma che sta tenendo sotto scacco il Conte-bis.

Alla luce dei capricci del leader di Italia Viva, viene da chiedersi cosa abbiano lasciato al Paese questi dieci anni di rottamazione renziana: dall’homo novus della politica italiana, all’ennesima meteora di un centrosinistra sempre più ombra di sé stesso.

E così alla fine Matteo Renzi è diventato proprio ciò che criticava, cioè Massimo D’Alema. E non solo per quanto detto. Entrambe due figure considerate innovatrici di una vecchia classe dirigente alla canna del gas ma che alla fine si son dovute arrendere ai propri limiti e alle proprie inique strategie. Errori madornali da una parte e dall’altra: dal governo con Berlusconi alla bicamerale, passando per i continui battibecchi, le numerose purghe interne e le scissioni.

Renzi, il rottamatore… di governi

Dieci anni fa, proprio ad agosto, l’ex sindaco di Firenze lanciava quel movimento che puntava a rinnovare la vecchia classe dirigente del Partito Democratico e più in generale tutto il centrosinistra. Un annuncio che aveva un sapore nuovo, diverso. La classica ventata di aria fresca. Quell’onda di rinnovamento nel giro di quattro anni portò Matteo Renzi da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi, a spese di un primo esecutivo, quello di Enrico Letta. Celeberrima è la frase simbolo di quello smacco governativo: “Enrico stai sereno”. Figurati. Il governo che ne scaturì durò mille giorni, terminando con la triste parabola discendente del referenzum costituzionale del 2016, quello che sancì la sconfitta definitiva del renzismo.

Un rottamatore di governi, anche del suo. Una tendenza patologica che anche in questi giorni sta mostrando i suoi deleteri effetti sulla sua personalità da Dottor Jekyll e Mister Hyde. Un giorno partecipa attivamente alla nascita di un esecutivo, un altro concorre, con i suoi capricci, a distruggerlo. La mozione di sfiducia paventata nei confronti di Alfonso Bonafede è, molto probabilmente, un attacco diretto al vero obiettivo/rivale di Matteo Renzi: Giuseppe Conte. L’avvocato pugliese è la figura presa di mira dal senatore a causa della sua posizione di leadership all’interno della maggioranza che si scontra con il volontario protagonismo del primo.

La prescrizione rappresenta solo un pretesto per rimettere in discussione il lavoro di tutto il governo e portare la manciata di parlamentari di Italia Viva verso l’opposizione. L’attacco contro il reddito di cittadinanza ne è la dimostrazione. D’altronde, il senatore ha già palesato la sua volontà di travalicare il confine intergovernativo, votando con il centrodestra contro la legge Costa. Un atteggiamento che persevererà fin quando gli equilibri non si romperanno e il bluff di Renzi verrà rivelato: continuare con questi giochini di potere oppure abbandonare la nave e tentare il tutto per tutto alle elezioni, magari cercando un accordo proprio con il centrodestra?

Il risiko quotidiano di “Matteo D’Alema”

Evidentemente un governo stabile non risponde alle necessità elettorali di Italia Viva. L’obiettivo di Renzi era quello di indebolire il Partito Democratico e il Movimento Cinque Stelle, sottraendo loro voti utili per raccogliere la forza necessaria per affrontarli a viso aperto. In poche parole il senatore di Scandicci rappresenta il Matteo Salvini del governo giallorosso.

Il piano non sta funzionando e la micro-formazione non si schioda dal 4%. Così non va, avrà pensato Matteo Renzi. Bisogna aumentare la visibilità e sottolineare la “supremazia”, ovviamente in pubblico, dello stratega fiorentino. L’unico modo per farlo senza conseguenze rilevanti è quello di attaccare il governo, agitando continuamente lo spettro di una crisi nella speranza di indebolire la leadership di Nicola Zingaretti e del premier Conte, consumando le loro immagini.

Per ora il governo è salvo. Finché Matteo Renzi sarà al 4% il governo non cadrà. Almeno questo è l’indirizzo generale dei media italiani. Il bluff del senatore è mirato a ottenere una visibilità che, altrimenti, gli verrebbe negata dagli altri due partiti. Anche la proposta del “sindaco d’Italia”, vecchio pallino di tutte le forze politiche e punto nevralgico del referendum del 2016, è stata ripescata dal mazzo dallo stesso senatore in occasione di una puntata di Porta a Porta. Oltre a presentare evidenti difficoltà di opportunità politica, a causa dell’incompatibilità tra la riforma proporzionale e la proposta, ci sarebbero anche problemi a livello parlamentare e costituzionale.

A Matteo Renzi, però, interessa poco del “sindaco d’Italia” se non nella misura di creare spaccature interne alla maggioranza per aumentare il suo potere contrattuale attraverso le defezioni.

Un risiko quotidiano che, a guardarsi indietro, ha sempre fatto parte delle strategie del senatore di Scandicci. Un protagonismo che ha portato la sua figura a macchiarsi di cose “poco di sinistra”, come il Patto del Nazareno con Silvio Berlusconi o la vicenda dei 101 falchi tiratori contro Romano Prodi due anni prima.

Vicende che hanno portato gli italiani a non fidarsi più di lui. Il suo continuo tatticismo lo ha portato a ignorare le sue promesse, le sue parole e soprattutto a dimenticare di tenere in considerazione cosa realmente il Paese pensi di lui. Se ad oggi è il leader meno amato, con una percentuale di gradimento attorno al 13%, gran parte della responsabilità è anche sua. Questo perché gli italiani hanno riposto una fiducia e un’aspettativa elevatissima nei suoi confronti.

Anche all’epoca di Mani Pulite, gli italiani credevano che la soluzione fosse il centrosinistra. Ecco perché anche Massimo D’Alema può essere annoverato tra i fallimenti di quella fazione politica che ha visto in Enrico Berlinguer il suo vero e ultimo interprete.

La bicamerale, la giustizia e la mancata riforma del conflitto d’interesse, che aprirono le porte ai governi Berlusconi degli anni Duemila, hanno tacciato di faciloneria l’ennesimo suicidio di centrosinistra, il quale non ha mai avuto il coraggio di contrastare la sua controparte di destra attraverso il democratico strumento del “saper governare senza scendere a compromessi”. Un errore ripetuto non solo dal buon D’Alema ma anche da altri eminenti esponenti della sua stessa corrente, i quali però hanno pagato dazio delle incompiute riforme degli anni ’90.

L’esperienza di Matteo Renzi può essere facilmente comparata a quella di Massimo D’Alema proprio anche e soprattutto in questo frangente. Ora come allora, la politica ha avuto la possibilità di redimersi e di migliorarsi attraverso il tanto agognato ricambio generazionale. Bene si ricordano le grandi speranze nutrite dopo Mani Pulite e dopo l’esperienza di Mario Monti. Purtroppo le cose non andarono come sperato: il secondo spalancò le porte al centrodestra di Berlusconi, il primo lo farà con Salvini e il suo sovranismo.

Perché, invece di continuare a picchiare duro contro il suo governo, l’ex Sindaco di Firenze non si dedica a mettere sul piatto richieste concrete. Come mai, una volta chiamato ad assumersi delle pesanti responsabilità, il senatore di Scandicci preferisce fare le valigie e scappare? Di un altro Matteo populista, d’altronde, l’Italia non se ne fa nulla. Dell’ennesimo personaggio che antepone se stesso al bene del Paese facendo apparire il contrario, gli italiani non ne hanno bisogno.

Quella portata avanti da Renzi è vecchia politica. Non è la rottamazione da lui promessa. Sfasciare tutto e dare la colpa agli altri non è sicuramente ciò che gli permise di arrivare al 40% alle Europee. Sono tante le domande a cui il senatore di Scandicci è chiamato a rispondere, a partire da quella più semplice: “A che gioco stai giocando?”.

Ciò che differenzia un politico da una meteora sta proprio in questo: le intenzioni. Il messaggio che si vuol trasmettere non ha solamente una pura importanza comunicativa. Alla sua base ci sono soprattutto i progetti. E affinché esista uno stralcio di relazione con il Paese, occorre uscire da quella coltre di fumo generata dai discorsi lunghi e senza senso, tipici dei parolai politici in cui Renzi pare essersi risvegliato.

Ristabilire questo contatto con il proprio elettorato, sempre se ce ne sia rimasto, è il primo passo per qualsiasi processo politico che non vuole essere l’ennesimo trucco da illusionista. Tutto ciò sempre se il buon rottamatore non si sia trasformato in rottamato. O meglio, se Renzi non si sia risvegliato in ciò che ha incessantemente ripudiato, cioè D’Alema.

Donatello D’Andrea

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