La nuova Politica Agricola Comune è il fallimento dell’ambientalismo

Il 23 ottobre 2020 il Parlamento Europeo ha votato la riforma della Politica Agricola Comune che la Commissione europea di Ursula Von Der Leyen aveva proposto per aderire agli obiettivi del Green New Deal. La riforma puntava su un’agricoltura ecosostenibile, biologica e sulla tutela della biodiversità, grazie a strategie concrete come Farm to Fork e Biodiversità 2030, con l’obiettivo di cambiare gli attuali modelli intensivi dell’agricoltura industriale che contribuiscono a una crisi climatica sempre più grave.

Non è una questione di poca importanza: la Politica Agricola Comune (PAC) è una manovra da 390 miliardi di euro (circa il 39% del bilancio dell’Unione Europea) da investire dal 2021 al 2027. Si tratta di un insieme di regole approvate dall’Unione Europea per garantire uno sviluppo equo dell’agricoltura tra i vari Paesi membri. Gli obiettivi dal punto di vista ambientale, sulla carta, sono ambiziosi: si va dalla volontà di incrementare la produttività dell’agricoltura fino al voler assicurare un tenore di vita equo alla popolazione agricola. 

La riforma coraggiosa della Politica Agricola Comune proposta dalla Commissione Europea sarebbe resa necessaria da almeno due dati: la PAC del periodo precedente non è servita ad arrestare il declino della biodiversità e in Europa gli allevamenti intensivi, dove gli animali sono ammassati in condizioni critiche, emettono una elevatissima quantità di CO2, persino maggiore a quella prodotta da tutte le auto e i furgoni dell’intero continente.  

Eppure, nel passaggio della riforma, qualcosa è andato storto. E il Parlamento Europeo, assecondando gli interessi delle lobby, ha affossato il lavoro potenzialmente rivoluzionario della Commissione andando contro il parere dei cittadini europei e l’appello di 3600 scienziati che chiedevano una politica agricola più sostenibile. 

Il primo problema riguarda la gestione dei fondi della PAC: dei 390 miliardi di euro stanziati, quasi la metà (162 miliardi)  sarà spesa in forma di sussidio diretto per gli agricoltori. Una notizia solo apparentemente positiva, che nasconde una realtà ben diversa: i sussidi, infatti, proporzionali alle superfici coltivate e alla quantità di animali allevati, finiscono per agevolare solo le aziende agricole in posizione dominante e gli allevatori intensivi più grandi (circa il 20% delle aziende europee). Alle aziende piccole e medie, che rappresentano la maggioranza, resta solo il 6%. Si tratta di una  decisione pericolosa perché mette sullo stesso piano modelli agricoli molto diversi tra di loro: da una parte agricoltura e allevamenti intensivi, che antepongono l’interesse economico al rispetto dell’ambiente; dall’altra i piccoli agricoltori, schiacciati dalle logiche commerciali dei colossi. 

Il secondo punto riguarda i cosiddetti eco-schemi, cioè delle misure pensate per favorire pratiche agricole rispettose della biodiversità e dell’ambiente. In concreto, si tratta di incentivi per quegli agricoltori che gestiscono il territorio e le sue risorse in modo più sostenibile. 

Il problema? Anche se i singoli Stati europei sono obbligati ad includere almeno un eco-schema nei loro piani strategici, l’adesione per gli agricoltori è su base volontaria. Non solo: gli Stati possono anche decidere i contenuti e il budget dei loro eco-schemi, misura che di fatto indebolisce i vincoli di tutela dell’ambiente.

Se la Politica Agricola Comune rimarrà quella votata dall’Europarlamento, si tratterà, ancora una volta, del trionfo delle lobby agricole e dei grandi gruppi industriali alimentari e non solo. Ma qualcosa potrebbe cambiare: infatti il vice presidente della Commissione Europea Frans Timmermans ha ribadito la sua determinazione a rendere la nuova PAC più in linea con gli obiettivi del Green New Deal europeo, anche a costo di ritirare la proposta e far saltare i negoziati. La partita rimane quindi ancora aperta e si giocherà nelle trattative tra la Commissione e il Consiglio europeo. 

Valeriano Musiu

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