movimento 5 stelle

“Lo tsunami tour! Apriremo il Parlamento come una scatoletta! Noi non siamo né di destra né di sinistra!” 

Anche perché destra e sinistra erano diventate, ormai, la stessa cosa. Questa era la potenza dirompente con la quale il Movimento 5 Stelle esplose nel 2013, rompendo definitivamente il già precario bipolarismo italiano. Una forza fresca, grezza per molti aspetti, ma chiara. Vera. O percepita come tale. Si definivano – come fanno tuttora – “né di destra né di sinistra” e, del resto, da tempo la destra e la sinistra non erano più tali, essendo state totalmente assorbite dal vortice del centrismo. Il campo politico italiano – e, fino a qualche tempo fa, anche quello europeo e internazionale, salvo rare eccezioni – può essere rappresentato come un campo gravitazionale, con al centro una massa che lo deforma. Gli impedisce di essere perfettamente piano e fa scivolare verso di sé gli altri corpi presenti nel campo. Più questi corpi aumentano di massa – consenso – più rotolano necessariamente verso la “gobba” al centro del campo.

I 5 Stelle erano l’anti-centro: se in un campo politico classico esistono forze contrapposte (destra e sinistra), nel momento in cui esse si sono identificate nel centro, è stata prodotta una reazione uguale e contraria: ovvero il Movimento di Grillo e Casaleggio, l’anti-centro. Come a dire: se destra e sinistra hanno smesso di fare gli interessi del popolo, noi non siamo né di destra né di sinistra e facciamo gli interessi del popolo.

Una teoria tanto semplice e banale quanto efficace e veritiera. Lo slogan del 2013 di Grillo era “PD+L PD-L”, a sottolineare l’uguaglianza tra i due poli. “Demagogia pura”: questa era la risposta degli avversari. Peccato, però, che quelle elezioni venissero dopo il governo Monti – governo, oltre che impopolare, realmente antipopolare –, sostenuto sia dal PD che dal PDL e peccato, soprattutto, che dopo quelle stesse elezioni centrodestra e centrosinistra crearono nuovamente un governo insieme, a confermare la propaganda grillina dei mesi precedenti.

La nascita del governo di “larghe intese” di Letta fu una grande vittoria del Movimento 5 Stelle: fu il suo ingresso in massa nelle istituzioni a renderlo necessario e, al tempo stesso, la sua nascita confermava le accuse mosse dal movimento ai partiti dell’establishment. Da questo momento, per l’organizzazione di Grillo si aprivano intere praterie per diventare una forza di opposizione realmente radicale e popolare, capace di portare nel dibattito politico nuove tematiche, ignorate fino ad ora. Imporre agli avversari i propri argomenti, costringendoli a rincorrere il Movimento 5 Stelle in un campo loro ostile. Invece, salvo per alcuni casi come il reddito minimo – oggi sostenuto, seppur in varie e diverse forme, o quantomeno discusso da tutti gli schieramenti – è avvenuto l’esatto opposto: il Movimento 5 Stelle, quello vicino al popolo, si è ridotto a dover inseguire gli altri schieramenti sulle loro tematiche per costruire il consenso popolare. Che ne è stato delle grandi battaglie ambientaliste, sul ruolo dello Stato e del pubblico, della trasparenza (a quando risale l’ultimo streaming?) e della democrazia diretta  (stendiamo un velo pietoso sulle parlamentarie)? Solo qualche singhiozzo qua e là. Per il resto, il Movimento 5 Stelle ha tentato di giocare sul campo degli avversari. E l’ha fatto in modo pessimo, finendo continuamente nell’ambiguità.

Le ambiguità sono sempre esistite all’interno del Movimento 5 Stelle, ma la prospettiva presentata era sempre di assoluta alternatività a ciò che la politica aveva fatto fino ad ora, con elementi addirittura progressisti. Gradualmente, le ambiguità sono aumentate. Sì Ius Soli, No Ius Soli. Sì unioni civili, No unioni civili. Sì Euro, No Euro. O “chi lo sa” Euro, nuova linea teorizzata dalla deputata pentastellata Laura Castelli.

Insomma, la definitiva trasmutazione del populismo da tattica – tradurre le proprie idee e i propri scopi finali in modalità dettate dalla contingenza e volte alla costruzione di un ampio consenso – a strategia – costruire le stesse idee e gli stessi scopi finali a partire dalla contingenza e dalla maggior facilità nella conquista del consenso. In parole povere: non più la costruzione del consenso per il raggiungimento di fini chiari e precisi, ma la ricerca del consenso per il consenso stesso.

Oggi l’indagine di mercato mi dice che è meglio essere favorevole allo Ius Soli? Sostengo lo Ius Soli. Domani mi dice che la gente è terrorizzata da una “invasione” di immigrati e che, grazie anche alla propaganda volutamente confusionaria di certa destra, l’opinione pubblica ha connesso anche lo Ius Soli a questo pericolo? Be’, allora lo Ius Soli oggi no, domani forse… ma dopodomani sicuramente. Poco importa se per questi giochetti – degni della “vecchia politica” tanto, e spesso giustamente, vilipesa – tantissime persone vivono da cittadini di serie B.

Ed è triste vedere che un movimento, con un reale seguito popolare e in origine portatore di molte istanze giuste e necessarie, si sia ridotto all’ennesima caricatura cerchiobottista della Democrazia Cristiana. La consacrazione definitiva del Movimento 5 Stelle al dogma italiano del centrismo (“Le elezioni si vincono andando al centro”) è stata celebrata l’altra sera, a Porta a Porta di Bruno Vespa, dal leader pentastellato, Luigi Di Maio. Tra un “noi non siamo contro i ricchi: vogliamo abbassare le tasse anche a loro” e un altro, Di Maio ha mostrato alcuni punti del programma del Movimento 5 Stelle: la proposta del reddito garantito resta, ma restano anche gli attuali tre scaglioni dell’IRPEF, con un giusto taglio sui redditi più bassi (no tax area fino a 10.000€) ma anche con leggere spuntatine sui redditi più alti.

Altro che tassazione maggiormente progressiva! Invece di differenziare maggiormente la tassazione, rendendola più equa e giusta, viene mantenuta la suddivisione in tre macro-scaglioni che porta al pagamento della stessa percentuale di tasse in situazioni economiche totalmente diverse. Ci si chiede come verranno combattute le diseguaglianze, rilanciati servizi pubblici e welfare e sostenuto il reddito minimo, senza una tassazione progressiva – accompagnata, magari, da una patrimoniale, alla quale Di Maio si è subito detto contrario –.

Insomma, per il Movimento 5 Stelle, l’establishment è rappresentato solo dai vecchi politici e non da chi detiene il potere economico e finanziario, ovvero il potere reale.

Dunque, secondo una semplicistica logica “legalitaria”, il potere politico fino ad ora è stato corrotto e solo ed esclusivamente questo è stato il problema dell’Italia. Quindi basta un cambio della classe dirigente, anche riproponendo politiche non eccessivamente dissimili da quelle della precedente, purché “pulite/oneste”, perché le cose vadano per il verso giusto. Senza chiedersi come mai i politici siano stati corrotti, ovvero come determinati e ristretti gruppi di persone abbiano potuto ottenere – o, più che altro, accumulare – un potere tale da influenzare le politiche di intere nazioni. Senza porre, in pratica, una vera e propria critica al sistema economico-finanziario, ma concentrandosi semplicemente su alcuni dei suoi sintomi, proponendo palliativi per combatterli. I politici non sono l’establishment. I politici ne sono sono l’espressione ultima e più evidente.

E così, la formazione di “anti-centro” radicale, nata per contrapposizione al “centro liberale/moderato”, si è trasformata – o forse si è solo rivelata – anch’essa una formazione sempre più radicalmente di centro. Ha occupato un ampio spazio di protesta – lasciato colpevolmente vuoto dai soggetti che lo hanno saputo egemonizzare in passato –, che in altri Paesi europei è stato occupato da forze “antisistema/populiste” ma chiaramente “reazionarie” o “progressiste”, per trasformarlo gradualmente nell’ennesimo spazio di “sistema”. Del resto, un intento, quello di non essere né di destra né di sinistra, è stato mantenuto: il Movimento 5 Stelle non è né destra né sinistra. È centro. L’ennesimo. Non se ne sentiva la mancanza e, presto o tardi, sempre più dovranno rendersene conto.

Pietro Marino
@PietroPitMarino