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Nella Bloody Libia è dall’inizio di aprile che scattano allarmi e codici rossi di evacuazioni e sfollamenti: è iniziata la terza guerra civile, in un territorio che da decenni vive di equilibri precari.

Nel tumultuoso contesto sociale libico, frastornato da leaders autoproclamati e quotidianità a suon di colpi d’arma da fuoco, circa trentamila persone (tra cui settemilatrecento bambini) sono stati evacuati e
«milleottocento hanno urgente bisogno di essere evacuati dalle zone in prima linea di combattimento» avverte l’UNICEF.

Siamo alla terza guerra civile dal 2011, ovvero dalla caduta di Gheddafi, è bastato poco per demolire il già fragile equilibrio del governo al-Sarraj.

È accaduto che Khalifa Haftar si è auto proclamato leader del LNA (Esercito nazionale libico) e a capo di questa forza militare è partito alla volta di Tripoli tentando di espugnare la capitale. Prima città caduta nella mani del Generale è stata Gharian. Haftar è il deus ex machina, il Generale della Cirenaica che aspira ad essere il nuovo Gheddafi, nuovo dittatore di un Paese esasperato da centri di detenzione, presenze dell’ISIS, traffico illecito di esseri umani, povertà. E poi dalla guerra infinita.

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International, denuncia:
«La situazione è grave e finalmente sotto gli occhi di tutti. Per quanto grave non è eccezionale, in quanto dopo l’uccisione di Gheddafi gli scontri tra gruppi armati rappresentanti di istituzioni (se così possiamo chiamarle) o altri soggetti non istituzionali, sono stati una costante. Attacchi contro civili, sequestri di persona, torture, esecuzioni extra giudiziali. L’esercito nazionale libico di Haftar si è reso responsabile di crimini di guerra così come il governo nazionale riconosciuto dalla comunità internazionale si è comportato in spregio ai diritti umani».

L’intento di Haftar è quello di liberare Tripoli dal terrorismo come ne riferisce il portavoce, ma con dati alla mano e denunce di Amnesty International si evince che il risultato è stato un’ulteriore escalation di violenze, crimini di guerra, disordini militari e incremento della dose di terrorismo.

Terrorismo iniettato endovena al popolo libico. L’Organizzazione Mondiale per la Sanità ha registrato solo nelle ultime tre settimane la morte di 280 civili e 1300 feriti.

«Continuiamo a ricevere notizie di persone che fuggono e che non riescono a fuggire,continua Riccardo Noury – a preoccupare è sia la situazione dei civili libici, sia dei migliaia di rifugiati e richiedenti asilo che sono nei centri di detenzione. Il 23 aprile c’è stata un’irruzione di gruppi non ancora identificati, forse militanti pro Haftar, all’interno di un centro alla periferia di Tripoli e c’è la necessità urgente di garantire percorsi sicuri per chi vuole lasciare la Libia. La priorità è evacuare tutti i centri di detenzione».

Dall’altro lato della barricata c’è appunto al-Sarraj, per nulla democraticamente eletto bensì internazionalmente benedetto; al-Sarraj è stato messo alla guida del GNA (Governo di legittimità nazionale) dalle Nazioni Unite dopo la fine della dittatura gheddafiana. Eppure anche lui si sente isolato, abbandonato dalle Nazioni Unite e dall’Europa che fondamentalmente stenta a prendere una posizione chiara. Come al solito.

Cade Gharian, cadono Tobruk, Alasaba, Jandouba, Tripoli resiste per ora e la battaglia a monopoli tra i capi di forze militari che impongono con la forza bruta il loro dominio non lascia spazio ai diritti umani dei civili.

Per alcuni capi politici sembra una minaccia, di fatto al-Sarraj ha decretato un’emergenza migratoria di ottocentocinquantamila profughi in fuga dalla Libia, destinati a rifugiarsi in Europa. Dichiarazione da interpretare come un invito (per quanto enfatici possano essere i numeri di profughi stimati) agli Stati a destarsi dal sonno e agire per porre fine al conflitto libico che non è una guerra interna ma coinvolge interessi economici di vari Paesi.

In Libia c’è una guerra per procura

Lontani da scenari romantici d’insurrezione popolare come fu la Resistenza dei partigiani, la guerra in Libia è una guerra per procura (con due eserciti composti per lo più mercenari) i cui protagonisti degli schieramenti vanno dall’America all’Europa e all’Asia. Tutti hanno interessi in Libia, a partire dagli appetitosi giacimenti petroliferi. Tutti i leader europei sapevano che Haftar avrebbe agito, ma non hanno fatto nulla. Come un banale gioco per i potenti e fiume di sangue per i civili, ora compaiono gli schieramenti, le strategie, le tergiversazioni.

Nello scenario attuale il Generale della Cirenaica è appoggiato da Egitto, Arabia Saudita, l’ombra della Russia. Al Sarraj da Italia, Turchia, ONU, Qatar, con un cambio di rotta di Trump che (affascinato dai dittatori) con una telefonata il 15 aprile ha espresso il suo sostegno ad Haftar (come riporta l’agenzia Bloomberg). Una telefonata che ha messo in crisi l’Italia indecisa sulla ratifica del suo sostegno al governo nazionale o invertire la rotta sulla scia degli USA.

L’Europa, del resto, si è spezzata sulla questione libica anche in virtù delle ambiguità francesi che se nei discorsi istituzionali dicono di discostarsi dall’offensiva, nei fatti fiutano chi potrebbe dare seguito al commercio petrolifero. Ormai i campi petroliferi della Total (società francese) e ENI (italiana) sono sotto l’egida di Haftar e questo è uno dei motivi della tensione decisionale. Parigi, sempre nei fatti, finanzia la guerra libica.

Come afferma Riccardo Noury: «Ci sono comportamenti irresponsabili tanto dagli attori in campo quanto delle potenze che sostengono le une e le altre. Con Amnesty abbiamo denunciato proprio il 25 aprile che la Francia ha intenzione di donare sei navi alla marina libica ed è già un atto illegale perché violerebbe l’embargo sulle armi alla Libia. Ci siamo rivolti ad un tribunale francese per chiedere che la consegna sia fermata».

Uno scenario allarmante per i diritti umani, che quotidianamente vengono calpestati. Oltre le strategie di guerra, le decisioni istituzionali, le notizie di bombardamenti, ci sono storie di persone alle quali, in Paesi come la Libia, ancora non è riconosciuto il più elementare diritto alla vita. Figuriamoci gli altri.

Melissa Bonafiglia

Melissa Bonafiglia
Giornalista pubblicista. Studentessa di giurisprudenza. Presidentessa dell'Associazione "Omnia". Credo che l'attivismo socio-politico, in specie l'interesse verso questioni collettive, sia l'unico modo per ricercare la giustizia laddove regnano soprusi, sia anche uno dei tanti modi per onorare la libertà: la lotta per ciò è continua e inarrestabile.

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