Fase 2 e ripresa, cerchiamo di non fare gli stessi errori
Fonte immagine Mantovauno.it

Domenica 26 aprile Conte ha deciso di parlare in diretta alla nazione per annunciare un graduale allentamento delle misure restrittive per evitare la diffusione del coronavirus. Ma la ripresa non sarà repentina e la fase 2, invece, non prevede un “liberi tutti”.

Nel corso di queste settimane l’opinione pubblica, fomentata dai giornali che facevano previsioni senza poterselo permettere, ha riposto una mole impressionante di aspettative nei confronti della fase 2, salutata come una nuova liberazione. Infatti il Presidente del Consiglio ha dovuto dapprima rassicurare gli italiani circa i motivi di questa decisione e poi spiegare, non senza qualche difficoltà, cosa prevedeva il nuovo dPCM.

Ci sono ancora molte misure da definire, soprattutto a livello economico, ma il messaggio è chiaro: “distanziamento sociale, ripresa graduale”. In molti non hanno gradito, com’era prevedibile date le aspettative, ma la paura è ancora tanta e il sistema sanitario non sarebbe in grado di sostenere un’eventuale e repentino aumento della curva dei contagi.

Il Governo si è mosso con cautela, coerentemente con quanto andava affermando da tempo. Resta da capire se sia questa la direzione giusta per evitare di compiere gli errori commessi in passato.

Fase 2 al rallentatore: l’Italia si divide

A partire dal 4 maggio potranno riprendere le attività manifatturiere, di costruzioni e di commercio all’ingrosso. Quello al dettaglio riprenderà, salvo complicazioni, il 18 maggio. Cambia poco per gli spostamenti, dentro e al di fuori della Regione. Nel primo caso ci si potrà muovere anche per far visita ai parenti. Scuole chiuse fino a settembre e parchi pubblici aperti per le attività fisiche, salvo diversa decisione degli amministratori locali. Stesso discorso per le cerimonie religiose all’infuori dei funerali a cui potranno partecipare al massimo quindici persone.

Tutte le altre attività ripartiranno gradualmente a partire dal 18 maggio per concludersi con parrucchieri, centri estetici, bar e attività di ristorazione (che non fanno asporto e consegne a domicilio) che riapriranno dal 1 giugno.

Sono queste le misure che inaugureranno la fase 2, la quale non sarà altro che una ripresa scaglionata e sicuramente piena di polemiche. Non solo le opposizioni, anche Italia Viva, all’interno della maggioranza, ha fortemente criticato la posizione del Governo sulle cerimonie religiose e sugli spostamenti. Nel primo caso è evidente la forte pressione esercitata dalla CEI circa la libertà di culto, tanto che l’intero arco costituzionale si è scagliato contro Conte. Nel secondo caso pesa l’insorgenza di un problema formale attorno alla parola “congiunto” contenuta nel dPCM. Chi sono i congiunti? Stando alla giurisprudenza questo termine si applica alle relazioni giuridicamente strutturate. Fonti di Palazzo Chigi, invece, hanno fatto intendere di voler estendere questa definizioni anche alle relazioni stabili.

Gli italiani sono insorti, suddividendosi in schieramenti. Le maggiori polemiche sono sorte contro la limitazione degli spostamenti e la serrata delle piccole attività, tanto da spingere gli stessi a ribattezzare la fase 2 come “fase 1.01”.

L’Italia è pronta per la fase 2?

Ormai è chiaro, l’emergenza sanitaria si sta trasformando in un’emergenza economica e i dati a sostengo di questa tesi sono a dir poco terrificanti. Secondo Bankitalia l’Italia perde lo 0,5% del PIL (9 miliardi di euro) ogni settimana di lockdown. Il bollettino economico dipinge una situazione davvero preoccupante. Le attività chiuse dal governo Conte e definite non essenziali contribuiscono al 28% del totale del valore aggiunto.

Via Nazionale stima una caduta del PIL attorno al 5% nel primo trimestre dell’anno a causa dell’emergenza sanitaria che ha avuto un impatto rilevante nel settore dei servizi, azzerando il fatturato di molte attività. La produzione industriale ha subito un ribasso del 15% solo a marzo. Anche il Fondo Monetario Internazionale ha previsto un repentino calo del PIL a livello mondiale. Italia maglia nera assieme alla Grecia, con un crollo del 9,1%.

Da questo punto di vista, le pressioni delle varie categoria produttive, di Confindustria e dell’imprenditoria sono giustificate ma, mettendo un attimo da parte tutto questo, l’Italia sarebbe stata davvero pronta ad affrontare una ripresa in “grande stile”? Per rispondere basta dare un’occhiata a ciò che l’Organizzazione Mondiale della sanità ha diffuso. Un documento che contiene sei criteri da rispettare per uscire in tutta sicurezza dal blocco totale. Si tratta di uno strumento utile, il quale tiene in considerazione solamente l’aspetto sanitario della vicenda e non economico.

Innanzitutto il documento raccomanda di allentare le restrizioni dopo essere riusciti a ridurre ad un numero molto limitato i contagi. Un requisito del genere è soddisfatto, in Italia, solo da poche Regioni del Sud. Nel nostro Paese si contano ancora diverse migliaia di contagi di cui un terzo solo in Lombardia. L’Oms consiglia di rimuovere le restrizioni per gradi, in modo controllato a intervalli di due settimane (come sta facendo l’Italia) col fine di valutare il riemergere di effetti indesiderati.

Altro punto importante è predisporre un sistema efficace di tracciamento, cioè di monitoraggio epidemiologico, per identificare e isolare ogni nuovo caso per evitare nuovi focolai. Questo è il caso dell’applicazione Immuni, quella che in teoria dovrebbe tracciare la catena dei contagi. L’applicazione, per risultare efficace, dovrà essere scaricata dal 60% della popolazione. Una soglia importante, soprattutto a fronte dell’adesione volontaria e non obbligatoria al suo utilizzo.

Di considerevole interesse è anche il punto che riguarda la riduzione del rischio di contagio negli ambienti a più alta vulnerabilità, a partire dagli ospedali e dalle strutture sanitarie generali. Si tratta di un punto veramente critico per il nostro Paese, il quale in queste drammatiche settimane ha dovuto fare i conti con la morte di diversi medici e con il caso delle RSA. Il ministero della Salute aveva predisposto la creazione di ospedali ad hoc per i pazienti affetti dalla Covid-19 ma resta molto da fare sul fronte organizzativo, soprattutto per quanto riguarda l’assistenza territoriale.

Con l’ultimo dPCM riaprono alcuni luoghi di lavoro e l’Oms ha previsto nel suo documento che questi dovranno avere la capacità di garantire la sicurezza dei lavoratori, cioè distanziamento fisico, turnazione, mascherine e dispositivi di protezione individuale e il monitoraggio della temperatura corporea all’ingresso.

L’Oms ha poi consigliato di limitare i casi importati o esportati rafforzando il sistema di sorveglianza alle frontiere, rimediando alle carenze e agli errori compiuti nei mesi scorsi. In Italia, poi, a causa della differente diffusione del virus, anche gli spostamenti interni dovrebbero essere limitati. In questo caso il divieto di circolazione tra Regioni previsto dal dPCM risponde a questa esigenza.

Infine, l’Oms ritiene che i cittadini debbano essere informati, consultati e coinvolti nelle decisioni che riguardano gli interventi per arginare la pandemia, poiché il loro successo dipende dalla cooperazione fra istituzioni e cittadinanza. Gli italiani devono essere consapevoli dell’importanza delle misure di prevenzione. I medici non escludono che l’epidemia possa ripresentarsi in periodi diversi ed è importante che la politica tenga un comportamento responsabile. Un problema che in Italia ha una rilevanza particolare, dato il difficile rapporto tra maggioranza e opposizione.

Prendendo per buono il documento dell’Oms, l’Italia non avrebbe le carte in regola per intraprendere una ripresa. I numeri della scorsa settimana, 18mila nuovi contagi e tremila decessi, non sono lo specchio di una pandemia sotto controllo. Inoltre alcune misure sono ancora lontano dal dirsi pronte e operative. L’app di tracciamento è allo stadio embrionale e i test sierologici si eseguiranno a campioni. Senza contare che non c’è stato nessun potenziamento della medicina di territorio.

Evidenti ritardi e problemi indipendenti dalla volontà esecutiva, come l’assenza di vaccini e di terapie efficaci, chiariscono una volta per tutte che l’Italia non è davvero pronta per una ripresa. Le flebili riaperture rispondono alla chiara intenzione di “permettere qualcosa in più senza concedere troppo” a una società incapace di fermarsi. D’altronde pare abbastanza chiaro che, fino ad ora, il metodo più efficace per contenere il virus è il distanziamento fisico, e l’Italia lo sa bene, così come è evidente che non sono concessi errori ora che la situazione sembrerebbe essere leggermente migliorata. Ecco perché, almeno per ora, una ripresa “liberi tutti” è ancora un miraggio.

Donatello D’Andrea

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