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Chiariamo una cosa, che non sarà mai ribadita a sufficienza: la questione dell’aumento improvviso del prezzo di Amazon Prime viene da lontano, ha radici profonde ed è una pratica consolidata in auge da anni.

La paternità della scelta di Amazon Prime, difatti, è ascrivibile a due giganti del mondo videoludico: Microsoft e Valve, la casa madre di Steam.

Come Amazon, Steam nasce da un presupposto “nobile”: rendere accessibile a chiunque, nella comodità della propria scrivania, la disponibilità di un catalogo immenso di titoli per PC (e per Mac), che sarebbe stato impossibile reperire non solo nei negozi specializzati, ma anche presso templi della GDO come GameStop, MediaWorld, Fnac o Saturn. Inoltre, particolare non da poco, periodicamente i titoli, anche quelli più recenti, venivano e vengono tuttora scontati — o anche offerti in prova gratuita in versione completa per tutto il weekend.

Microsoft invece, grazie alla grande diffusione della Xbox 360, ha lanciato nel 2005 la versione “gold” del preesistente Xbox Live, cioè ha richiesto un canone (mensile, trimestrale o annuale) aggiuntivo rispetto al prezzo di hardware (la console) e software (il videogioco) per poter giocare online con altri giocatori sparsi per il mondo.
Sostanzialmente, un sovrapprezzo che non offre alternative per poter usufruire di una funzionalità già pagata al momento dell’acquisto del titolo.

Ora, la responsabilità nell’acquisto sta sia in capo a chi compra che in capo a chi vende; e noi, che compriamo da Steam o da Amazon o da Spotify o da Netflix, sappiamo cosa paghiamo?

La prima notizia, sconvolgente, è che paghiamo per il nulla.
La seconda, deprimente, è che di quel nulla non ci resta niente in mano.
La terza, preoccupante, è che siamo anche contenti di pagare per il nulla.

Credendo di comprare un videogioco su Steam o su Microsoft Store, per fare un esempio concreto, noi non compriamo davvero il videogioco in sé, con la possibilità di disporre del prodotto come si voglia, con la possibilità di prestare il disco all’amico o al vicino cosicché anch’egli possa usufruirne; con il digital delivery, nato anch’esso con il “nobile intento” di combattere la pirateria — che rimane comunque attiva più che mai, anche per quanto riguarda l’online —, noi utenti acquistiamo una licenza d’uso limitata del prodotto, legata ad un account che dovrebbe essere costantemente connesso alla rete per poter usufruire di tutte le funzionalità: tu puoi usare il mio gioco con il mio account se non sono connesso io, ma io e te non possiamo giocare in contemporanea, magari insieme, se non abbiamo una licenza del prodotto ciascuno — cosa che in precedenza si poteva fare, magari condividendo un CD o un DVD su due computer.

Dovessimo, per qualsiasi motivo, non poter più accedere al nostro account, non avremmo più modo di utilizzare qualcosa che abbiamo pagato — e che magari, per ragioni di spazio sull’hard disk, non abbiamo scaricato in quel momento —, cosa che invece sarebbe stata impossibile avendo una copia fisica del prodotto, sia esso un gioco quanto un programma professionale quanto la suite Office.

D’accordo, ma cosa c’entra tutto il discorso su Steam e Microsoft con Amazon Prime?

Apparentemente nulla, se non fosse per Twitch Prime.

Se ricordate, prima dell’ampia digressione avevamo attribuito al mondo videoludico la paternità dell’aumento di prezzo di Amazon Prime, passato da 19.99€ a 36€ l’anno.
Escludendo la consegna gratuita via corriere in 1 giorno lavorativo — promesse non sempre rispettate né sul tramite né sulle tempistiche — ed il servizio Amazon Prime Video, già inclusi nel pacchetto precedente, le novità sostanziali sono un cloud storage di 5 GB per le foto (un terzo dello spazio disponibile gratuitamente con Google Drive, un decimo di quello di MEGA) e soprattutto Twitch Prime, il servizio premium della piattaforma di streaming di videogiochi ed eSport acquisita da Amazon nel 2014.
Proprio così, 16 euro l’anno in più per servizi che non avreste mai chiesto e che con ogni probabilità non utilizzerete mai, senza la possibilità di rinunciarvi per pagare di meno. Pacchetto completo, take it or leave it.

Ma sono queste le condizioni che noi, clienti-utenti-prodotti-consumatori, abbiamo contribuito a creare: abbiamo detto esplicitamente ai grandi gruppi che siamo disposti a pagare di più per soddisfare dei bisogni che in realtà non abbiamo nemmeno, ma che ci hanno creato e ritagliato addosso su misura.

D’altronde, cosa possiamo farci se oggi possiamo ordinare l’album in vinile del gruppo preferito da nostro padre e farlo arrivare a casa domani, proprio mentre ordiniamo la maglia con i protagonisti dell’ultimo manga che abbiamo letto, che ci sarà consegnata dopodomani quando avremo appena ordinato un set di batterie ricaricabili agli ioni di litio che arriveranno tra 3 giorni grandi come il drone in arrivo tra 4 giorni per l’hoverboard che ci consegneranno tra 5 giorni?

Sì, in altri tempi avremmo chiesto che fosse tutto incluso nello stesso ordine, così avremmo avuto un unico pacco consegnato da un unico corriere, senza pagare le spese di spedizione grazie all’importo già elevato, in un tempo complessivo pari o addirittura inferiore, con una minor perdita di tempo nostra e con minori emissioni da parte dei furgoni dei corrieri.
Ma è il progresso, e dobbiamo ringraziare Amazon Prime.

Così come è indubbiamente un segnale di progresso l’abbonamento a Spotify Premium, che ci permette di portare nei nostri smartphone, dotati di capiente memoria SDHC poco utilizzata o di hard disk integrato da 64-128-256 GB, una quantità di musica che probabilmente non ascolteremmo mai alla sola condizione di avere una connessione dati o WiFi sufficientemente potente.

Un pagamento del quale potremmo fare tranquillamente a meno utilizzando servizi gratuiti come Jamendo o TuneIn Radio. Salvo poi maledire comunque, in assenza di internet, il fatto di non aver riempito con la nostra musica preferita la cara, vecchia e mai troppo abusata memoria SD, o di non saper più trovare le frequenze della radio FM integrata.

Amazon Prime, Twitch, Microsoft Store, Steam, PlayStation Store, Spotify: ormai è tutto connesso, tutto a pagamento, e forse anche tutto superfluo.
Sembra quasi di essere in una serie tv distopica, di quelle che fa Netflix.

Simone Moricca

1 commento

  1. Ciao Luca,
    Steam ha portato nelle case di tutti la possibilità di avere migliaia di videogiochi, dicendoci in cambio “usalo, ma non puoi fare di questo gioco quello che vuoi”. Se hai voglia di provare qualcosa di più “etico”, e a volte anche di più conveniente, ti consiglio di dare un’occhiata a quello che offre GOG. Pensa che hanno anche un servizio, il GOG Connect, che è basato sul principio “se hai già pagato Steam per un gioco che abbiamo anche noi, lo aggiungiamo gratuitamente al tuo account GOG perché per noi è giusto così”. Provalo, secondo me non te ne pentirai!

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