
Ci sono parole di uomini e donne del passato che a rileggerle o a riascoltarle suonano profetiche, rivelatrici, perché partorite dalla profondità di pensiero di chi ha uno sguardo lucido, onesto sulla realtà. È certamente questo il caso di uno dei più noti segretari del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer, e dei suoi comizi, che spesso diventavano l’occasione per fornire al pubblico delle chiavi di lettura a volte scomode sul presente. Ne è un esempio il discorso sull’austerità che tenne al Teatro Eliseo di Roma nel 1977.
«L’austerità non è oggi un mero strumento di politica economica cui si debba ricorrere per superare una difficoltà temporanea, congiunturale, per poter consentire la ripresa e il ripristino dei vecchi meccanismi economici e sociali. Questo è il modo con cui l’austerità viene concepita e presentata dai gruppi dominanti e dalle forze politiche conservatrici. Ma non è così per noi. Per noi l’austerità è il mezzo per contrastare alle radici e porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo, non congiunturale, di quel sistema i cui caratteri distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l’esaltazione di particolarismi e dell’individualismo più sfrenati, del consumismo più dissennato. L’austerità significa rigore, efficienza, serietà, e significa giustizia; cioè il contrario di tutto ciò che abbiamo conosciuto e pagato finora, e che ci ha portato alla crisi gravissima i cui guasti si accumulano da anni e che oggi sì manifesta in Italia in tutta la sua drammatica portata.»
Così sentenziava Berlinguer e le sue parole, in epoca di crisi energetica, economica e climatica, suonano come un monito, un’avvertenza per le generazioni future: il consumismo può avere degli effetti devastanti tanto sulla vita privata degli individui quanto sulla tenuta economica di uno stato. Negli anni Settanta quest’idea era sostenuta da Berlinguer in ragione tanto delle contingenze storiche – è questa l’epoca della ribellione dei paesi del cosiddetto Terzo Mondo nei confronti del dominio coloniale dell’Occidente, una forma di capovolgimento dei rapporti tra le classi sociali degna di nota per il segretario del PCI – quanto dell’inevitabile collasso strutturale del sistema capitalista, così come profetizzato da Karl Marx nel Capitale. Adottare politiche di austerità su scala nazionale voleva dire ridurre gli sprechi, immaginare un’autosufficienza economica che consentisse all’Occidente industrializzato di non dipendere dalle risorse dei paesi del Terzo Mondo, garantendo in questo modo una maggiore equità e un supporto fattivo delle popolazioni più povere e oppresse. L’austerità doveva però diventare anche un modello comportamentale per la classe operaia, un indirizzo morale: l3 operai3 avrebbero fornito il buon esempio alle classi dominanti. Questa posizione gli valse non poche critiche, specialmente da sinistra.
Che la lezione di Berlinguer sia rimasta inascoltata su scala globale è evidente. Tuttavia, non tutti sono rimasti indifferenti: senza l’esempio e la lungimiranza del segretario del PCI probabilmente non sarebbero esistiti gruppi ambientalisti e anticapitalisti come il Movimento per la Decrescita Felice. Infatti, il MDF predica proprio questo: una rivoluzione non solo economica e strutturale ma anche culturale, che parta dalle basi del vivere comune e che coinvolga anche l’etica dei singoli individui, per cercare delle alternative valide allo sfruttamento estremo delle risorse della Terra che è richiesto dal sistema capitalista.
Naturalmente, una simile visione non può che essere anche pacifista e anticolonialista, proprio come voleva lo stesso segretario del Partito Comunista Italiano: è celebre uno spezzone dell’intervista rilasciata da Berlinguer a Enzo Carra su Il tempo, nel 1983, in cui lo statista capovolse il celebre detto latino “si vis pacem para bellum” in se vuoi la pace prepara la pace. Berlinguer, ma non solo: fin dagli albori – si pensi al celebre testo L’imperialismo, fase suprema del capitalismo di Lenin – le teorie marxiste hanno sottolineato quanto la guerra non sia altro che un mezzo per fronteggiare le inevitabili crisi di sovrapproduzione generate dalle economie capitaliste. È evidente, dunque, che anche ai giorni nostri la voce di Berlinguer e dei marxisti non sia stata accolta: a dimostrarlo sono il coinvolgimento delle più grandi potenze mondiali nei due conflitti che stanno segnando la nostra epoca, il genocidio in Palestina e la guerra in Ucraina, per motivi puramente economici.
Giulia Imbimbo
















































