Bandersnatch
Black Mirror Bandersnatch

Il nuovo episodio “interattivo” disponibile su Netflix di Black Mirror, Bandersnatch, segna un cambio definitivo dell’anima di una serie che sempre più si dedica all’intrattenimento puro con elementi crime e fantascienza pop e abbandona quasi del tutto la riflessione sul rapporto tra tecnologia e società.

Black Mirror: uno specchio che non riflette

L’anno scorso, dopo la visione della quarta stagione, la riflessione che più veniva spontanea era sostanzialmente una: lo specchio di Black Mirror ha smesso di riflettere. Riflettere le brutture, le paure, le angosce e i pericoli di una società che cambiava il proprio modo di essere attraverso il supporto tecnologico. Lo specchio nero era quello del mezzo tecnologico, di uno smartphone, del pc o di una tv.

Black Mirror per le sue due prime stagioni di produzione inglese (Channel 4), e in alcuni episodi della terza stagione prodotta da Netflix, aveva chiaro il suo intento: mettere lo spettatore dinanzi a uno specchio che riflettesse la realtà attraverso la narrazione distopica.

Nell’ultima stagione la serie cambia il proprio pubblico di riferimento e di conseguenza la sostanza, gli episodi si rivolgono a un pubblico al quale non viene chiesto di riflettere ma solo di intrattenersi. I temi trattati e il modo in cui vengono raccontati si avvicinano molto di più ad argomenti di fantascienza “Wikipedia” e da cinema muscolare anni ’80 che a una interpretazione dei tempi moderni.
Gli episodi hanno una impronta maggiormente crime e horror e la funzione pedagogica sparisce quasi totalmente mentre la tecnologia diventa il nuovo mostro e non è più invece il mezzo attraverso il quale la mostruosità umana si libera.
È la tecnologia ad essere cattiva, non più chi la usa.

Bandersnatch: nerd, videogiochi e vecchie paure

La trama dell’episodio è decisamente povera di spunti e novità, l’episodio sembra scritto per una serie per ragazzi di fantascienza di fine anni ’80. Il tema è quanto di più scontato ci possa essere: “videogiochi, realtà virtuale, l’illusione della scelta”.

Stefan è un nerd nell’Inghilterra del 1984 con la passione dei videogiochi, è ossessionato dal libro Bandersnatch dello scrittore Jerome F. Davies.

Davies ha una storia maledetta alle spalle ed era sostenitore della teoria degli universi paralleli, una volta impazzito e aver perso il controllo di se stesso lo scrittore si è reso colpevole dell’omicidio della proprie moglie.

Il librogame Bandersnatch da l’idea a Stefan di creare un gioco che riproduca le stesse possibilità del libro, dare al giocatore come al lettore la possibilità di scegliere più percorsi e diversi finali nel corso della lettura.

Propone il gioco alla Tuckersorft software house famosissima e dove lavora il suo idolo Colin Ritman. Da qui inizia la sua avventura e anche l’inizio del gioco per lo spettatore, che come nel gioco dovrà fare delle scelte per portare avanti la trama dell’episodio.

Non si scappa da Philip K. Dick

La figura dello scrittore Jerome Davies è un chiaramente ispirata a Philip Dick, scrittore di numerosi racconti e romanzi di fantascienza verso cui tutta la produzione cinematografica e videoludica di fantascienza dagli anni ’80 in poi paga un enorme debito e anche Black Mirror non fa eccezione.

Ovviamente lo fa in chiave pop, dando al pubblico la versione di uno scrittore visionario che finisce per essere preda delle sue ansie e del mondo che egli stesso ha creato.

Al contrario Dick, nella sua visione e nelle sue narrazioni era molto lucido, anche se aveva fatto uso di sostanze e risentiva anche lui delle spirito new age in voga in America a fine anni ’60.

Molte delle tecnologie attuali erano state predette nei sui libri. Dick era un attento osservatore della società e aveva capito in che direzione andasse il mondo e soprattutto cosa stava avvenendo all’uomo e quale fosse la sua trasformazione.

I romanzi di Dick non raccontano un tempo lontano, ci parlano del tempo presente e molte delle lezioni di Dick sono tutt’oggi valide, ecco perché non si riesce a parlare di fantascienza senza pagare dazio allo scrittore.

È colpa è anche nostra, colpevoli di vivere ormai come in un eterno presente, dove sembra che il futuro sia già domani, per questo non si riesce più a immaginarlo.

Non a caso chi oggi riesce ad avere successo sono tutte quelle poche persone che riescono ad avere una visione della società che sia almeno proiettata verso i prossimi cinque anni.

Philip Dick e la teoria degli universi Paralleli e della simulazione della realtà.

Philip Dick, come Davies, parlava di simulazione della realtà e universi paralleli, che in alcune sue apparizioni pubbliche diceva di aver conosciuto e visitato, avendo addirittura incontrato altre entità.

Bandersnatch è davvero interattivo? No.

Lo sviluppo della trama di Bandersnatch è guidato, l’esperienza dell’interattività si limita a poche scelte e non trilioni come si legge in qualche recensione. La trama principale resta tale, i dettagli delle scelte secondare non aggiungono nulla né si differenziano di molto tra loro. Alcuni percorsi rasentano il ridicolo e in alcuni casi il sistema ti impone di tornare indietro e fare una determinata scelta oppure semplicemente non lo spettatore.

Bundersnatch Netflix

Questo nasce dal fatto che anche lo spettatore, come il protagonista, dovrebbe sentirsi ingabbiato nella propria realtà, ma questa cosa applicata al prodotto audiovisivo finisce semplicemente per tediare e risultare priva di interesse.

Inoltre essendo il personaggio di Stefan, come anche gli altri del racconto, privo di una reale introspezione e stereotipato fino all’eccesso non riesce a stabilre un’empatia con lo spettatore che non riesce a rivedersi in esso e a provare un qualche sentimento nei suoi confronti.

L’esperimento fallisce perché non diverte e tantomeno non rivela la vera anima dello spettatore, Stephen non è nelle mani dello spettatore, entrambi sono semplicemente guidati verso il finale scelto da Netflix.

bandersnatch black mirror

Non ci sono dichiarazioni in merito dell’autore dell’opera e non sappiamo se questa fosse la reale intenzione.

Ma nella società odierna nella quale gli appassionati richiedono sempre più open world questa forma di interazione appare vecchia, non fa gridare al miracolo e anche per il format audiovideo risulta priva di novità.

Infatti, questo tipo di format negli anni ’80 o nella televisione dei primi anni duemila sarebbe stato rivoluzionario. Oggi è ampiamente superato da numerosi esperimenti videoludici che partono appunto dagli anni ’90 ad oggi con le opere della casa di produzione Quantic Dream che con i suoi Movie Game sin dai primi anni del 2000 da al giocatore la possibilità di scegliere come portare avanti la trama con una complessità notevole e un ampio margine di libertà. Nella televisione post reality davvero è questa la nuova frontiera? Si fa fatica a crederlo. In quel caso si poteva scegliere il destino di alcune persone e esserne spettatori come topi in gabbia. Dopo vent’anni anche questo (per fortuna) finisce. Ora, il futuro dell’audiovisivo pare essere la scelta di un finale diverso.

Di per sé la fruizione del prodotto audiovisivo mal si presta a questo tipo di interazioni e la formula usata è piena di errori. Per questo Black Mirror: Bandstach finisce per non essere nulla, non è un gioco e non è un film, non prende una precisa direzione e finisce per sbattere contro se stesso. Non coinvolge lo spettatore e non riesce a sorprenderlo, quello che resta è l’esperienza di aver guardato un film di due ore che non lascia nulla.

Bandersnatch ha poche idee e confuse

La trama di Bandersnatch è povera di idee, il prodotto finale risulta avere uno stile vecchio e una narrazione più vicina a un episodio della serie Piccoli Brividi che di Black Mirror.

Alla fine della visione resta tanta stanchezza, non vi è la riflessione, manca l’angoscia, non si avverte paura, insomma non c’è Black Mirror. Quindi quello che alla fine preoccupa di più è la povertà di idee e di scrittura che si avverte durante tutto l’episodio.

bandersnatch black mirror

Non si esce vivi dagli anni ’80

Basta con gli anni ’80. Gli anni 80 ci hanno regalato tantissime belle cose ma ora non se ne può più. Il ricorso agli anni d’oro dell’edonismo sta diventando un abuso.

Una ambientazione moderna avrebbe offerto maggiori spunti, calato il personaggio in una realtà in cui anche lo spettatore avrebbe potuto identificarsi e posto nuovi quesiti. La trama invece tratta temi vecchi e utilizzati fino alla noia, oltre ad essere totalmente superati.

C’è ancora qualcuno che ha paura della realtà virtuale nell’epoca della realtà aumentata? Che pensa che i videogiochi facciano male? Nell’epoca in cui ci si deve difendere dai terrapiattisti e il loro effetto pacman le teorie complottistiche fanno ancora effetto? Gli anni ’80 sono finiti, purtroppo e per fortuna. Sarebbe il caso di guardare oltre.

Black Mirror: Bandersnatch ci presenta un futuro vecchio di trent’anni

L’ultima riflessione da fare è cercare di comprendere a chi si rivolga il nuovo corso della serie. Sicuramente un pubblico di massa, che ha a che fare con la tecnologia con la fantascienza dei film di Arnold Schwarzenegger e la cultura nerd da The Big Bang Theory. Ma davvero un nativo digitale può trovare innovativo tutto questo? Se basta cosi poco per gridare al futuro ci sarebbe seriamente da preoccuparsi.

In definitiva, Black Mirror e il suo autore, Charlie Brooker, meriterebbero una pausa. Forse sarebbe meglio scegliere di cominciare a percorrere altre strade. Non è contemplata questa opzione nella sua interattività?

Salvatore Boccarossa

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Salvatore Boccarossa
Giornalista pubblicista. Laureato in "Culture Digitali e della Comunicazione". Appassionato di tecnologia digitale, netgrafia e cultura pop.

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