Lottare per un mondo sano senza sacrificare nessunǝ: l’ecologia decoloniale di Malcom Ferdinand
Foto da: pexels.com/ shvetsa

Nel panorama delle battaglie ecologiste si sente sempre di più l’esigenza di raccontare il Sud del mondo, regione particolarmente colpita dalla crisi climatica ma poco responsabile a determinarla.

Grazie al lavoro di Tamu edizioni, a ottobre 2024 è stato un pubblicato in lingua italiana un importante testo di ecologia politica che risponde a questa esigenza, che tratta della questione ambientale portando avanti una proposta di politica ecologica dalla prospettiva del Sud del mondo, dalla prospettiva caraibica. Un’ecologia decoloniale di Malcom Ferdinand (pubblicato in originale in francese nel 2019) ci mostra, a partire dai Caraibi e inserendosi nel filone di studi noto come ecologia decoloniale, le radici storiche e sociali della crisi climatica e i rischi di una politica ecologica non attenta alle tematiche razziali e coloniali.

Cos’è l’ecologia decoloniale?

Per approccio decoloniale si intende una particolare prospettiva teorica, nata negli anni ’90 sulla scia degli studi postcoloniali, che oltre ad attaccare le forme politiche del colonialismo tenta anche di portare avanti una critica del modo di pensare imposto dalle colonizzazioni storiche. Per gli studi decoloniali, il colonialismo non è solo un’organizzazione politica ed economica che ha portato avanti la sua egemonia sotto forma di stati coloniali fino al ’900 e che perdura tuttora in altre forme, ma è anche l’ideologia di dominio e sfruttamento ormai diffusasi su scala globale. La specificità di un approccio decoloniale in ecologia è quindi quella di legare assieme crisi climatica, razzismo e colonialismo e di portare avanti una critica dell’attuale ideologia economica, che fa dei viventi e degli ambienti risorse al servizio di un arricchimento capitalista iniquo. Una delle tesi più importanti dell’ecologia decoloniale è il rapporto di causalità tra crisi climatica e assetto socioeconomico del colonialismo: è il secondo infatti che ci ha condotto tragicamente al primo.

Con questo testo Ferdinand, riprendendo le tesi classiche dell’ecologia decoloniale, cerca di fornire il suo contributo presentando una nuova teoria e un nuovo dizionario sia per la critica all’attuale assetto socioeconomico sia per la costruzione di una nuova politica ecologica.

L’analisi decoloniale del sistema coloniale

Il punto di partenza è analizzare l’ideologia coloniale, che inficia anche la nostra comprensione del passato, soprattutto attraverso l’operazione culturale della frattura. Questa operazione ci fornisce una storia scissa con divisioni tra fenomeni invece collegati e continui e avvantaggia il sistema coloniale, non mostrando l’intersezionalità del suo modo di sfruttamento. Il mondo naturale e il mondo sociale, soprattutto, presentano la scissione più importante per Ferdinand, poiché alimenta quell’illusione per cui non c’è una correlazione tra sfruttamento degli individui e sfruttamento degli ecosistemi. La prima operazione da compiere per Ferdinand è dunque quella di fornire una storia senza fratture, che riconnetta questioni ambientali e questioni coloniali e che costruisca una genealogia della questione ecologica in seno al colonialismo.

Da qui quindi l’analisi del sistema socioeconomico coloniale, definito Piantagione: esso consiste nello sfruttamento intensivo delle terre di una parte di mondo, la colonia, al fine di rifornire un’altra regione del mondo, la madrepatria, e ha come sue conseguenze l’imposizione di monoculture che depauperano la ricchezza biologica della terra colonizzata. Attraverso questo sistema estrattivista si è giunti a uno sfruttamento tanto intensivo degli ecosistemi da riuscire a modificare con l’azione antropica le caratteristiche dell’intero ambiente terrestre. Quindi per Ferdinand, anziché parlare della nostra attuale era geologica con il termine neutro di Antropocene, è meglio utilizzare altri termini per richiamare subito le cause storiche e sociali che hanno portato a questa condizione: il primo termine è Piantagiocene, ripreso dalle filosofe Haraway e Tising, e denota la nostra attuale era geologica partendo dalla sua causa scatenante, cioè la Piantagione come sistema economico; il secondo è quello di Negrocene, concepito come complementare al primo termine, perché si sofferma sul processo di razzializzazione degli individui, elemento essenziale per la legittimazione dello sfruttamento.

Le risposte al Piantagiocene

E se questa genealogia coloniale è la storia della nostra attuale crisi climatica, quali sono le soluzioni possibili? Ferdinand analizza innanzitutto la tipologia di soluzioni proposte dalla prospettiva coloniale, che vengono sintetizzate attraverso la metafora dell’Arca di Noè. Tale prospettiva, ricalcando la retorica dell’emergenza e della necessità di attraversare la tempesta, porta alla giustificazione di una politica escludente, la quale, per non abbandonare l’assetto della Piantagione e in nome della protezione di una generica “natura”, porta a sacrificare gli individui precedentemente razzializzati. A causa di questa visione politica, che perpetua una frattura tra soluzioni ecologiche e dimensione sociale, le politiche ambientaliste possono anche portare ad alimentare il sistema coloniale, nello sfruttamento intensivo e nei processi di razzializzazione, e aumentare le disuguaglianze sociali. L’Arca di Noè, per via di questa politica escludente, assume sempre di più, dal punto di vista di chi si ritrova come ultimǝ nella stiva di quell’arca, le sembianze di una spaventosa nave negriera (e lungo il testo ci sono numerosi esempi di questa trasformazione).

L’ecologia che propone Ferdinand è invece una politica che si faccia carico di tutte le prospettive e che stia attenta a non creare esclusioni e quindi, utilizzando il gergo dell’autore, di fare mondo. Con l’espressione “mondo” Ferdinand intende l’orizzonte delle nostre esperienze, in cui troviamo altri individui con bisogni, interessi e obiettivi diversi dai nostri. La proposta di unirsi, non per la difesa di una generica natura (come l’ambientalismo criticato da Ferdinand) ma per “fare mondo”, significa lottare per uno spazio comune a tuttǝ e contro le violenze sui corpi e sugli ambienti causate dal sistema della Piantagione. Significa anche pensare un mondo plurale tra le varie alleanze che si possono incontrare, tra cui l’alleanza con i non umani.

Oltre a questo quadro teorico di fondo, Ferdinand avanza anche obiettivi politici più “concreti”: ridistribuzione mondiale delle ricchezze; giustizia sociale, intesa anche nelle forme dell’equa rappresentanza, dei riconoscimenti di genocidi schiavitù passate e dell’assunzione di responsabilità per i disastri ecologici passati; considerazione sociale e politica equa per donne e altri soggetti discriminati.

Conclusioni

I testi come Un’ecologia decoloniale sono sempre una buona notizia nell’attuale panorama ecologista. Sempre di più, infatti, ci accorgiamo come l’attuale crisi climatica renda ancor più ampio il divario tra popolazioni ricche e povere e come a volte le stesse soluzioni “green” si rivelino fenomeni acceleratori di tali disuguaglianze. E sempre più evidente risulta il rischio di avallare delle soluzioni alla crisi climatica che hanno però come prezzo lo sfruttamento e la morte di un numero spaventosamente alto di individui umani e non umani.

Ferdinand ci ricorda costantemente questo rischio e con un’attenta analisi lo ricollega alle caratteristiche strutturali della nostra società ormai globale e della nostra economia. Lungo tutta la lettura si sente lo sforzo continuo di risanare la doppia frattura, mostrando i collegamenti tra sfruttamento delle persone e distruzione dell’ambiente e invocando una risposta alla crisi climatica che contempli sempre giustizia sociale e ambientale. Quello che più lascia stupiti, almeno secondo il sottoscritto, è però un appello ad unirsi e a iniziare un futuro nuovo, senza dimenticare la storia di disuguaglianze e violenze ma con l’intento di un vivere comune. Nonostante questo testo elenchi una serie di atrocità e violenze inimmaginabili, a emergere è la continua speranza di un cambiamento dall’attuale sistema di sfruttamento e la continua richiesta di fare mondo, di unirsi in una lotta per un’ecologia equa, perché non si abbandoni nessunǝ.

Fabrizio Ferraro

Fabrizio Ferraro
Mi sono laureato nel 2022 in filosofia con una tesi su Darwin. Da quel momento ho coltivato una passione per tutte le questioni intorno alla vita e ai viventi, soprattutto quelle legate agli animali non umani e alle nostre relazioni con loro. Grazie a Libero Pensiero cercherò di scrivere di ambiente, degli animali e dei loro diritti, con l’intento di fare la mia parte in queste sfide complicate.

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