Albert Camus

Albert Camus nacque a Moldovi, in Algeria, il 7 novembre del 1913. Scrittore di fama mondiale, la sua capacità di rappresentare la condizione dell’essere umano durante gli anni bui della sua epoca, il Novecento, gli valse il premio Nobel per la Letteratura nel 1957. Il padre Lucien, nato nella regione francese dell’Alsazia, era impiegato in un’azienda vinicola come operaio, mentre la madre, Catherine Sintés, aveva origini spagnole. Lo sradicamento e l’estraneità che caratterizzeranno il pensiero di Camus derivano dunque proprio dalle sue origini: essendo nato in Algeria da padre francese, si trova nella condizione di pied-noir, un’espressione francese dispregiativa che indica proprio chi é legato alla madrepatria per origini familiari pur essendo nato nella colonia francese. L’Algeria, infatti, fu una colonia della Francia fino al 1962, quando i cittadini e le cittadine algerini decisero di insorgere contro i padroni europei. Nonostante l’impossibilità di vedere la sua patria libera – morì nel 1960 – la posizione politica di Albert Camus sulla questione algerina, rappresentata magistralmente in presa diretta da Gillo Pontecorvo nel film La battaglia di Algeri, fu unica e indipendente, poiché temeva che la liberazione dai francesi avrebbe portato solo alla sottomissione a nuovi padroni. Non fu l’unica opinione scomoda di Camus: giá nel 1941, in piena Seconda Guerra Mondiale, aveva espresso tra le colonne della rivista Combat la sua riluttanza all’accettazione dell’autoritarismo comunista russo che si proponeva come alternativa al sistema nazifascista occidentale, pur avendo dichiarato in precedenza la sua adesione agli ideali comunisti. Rifiutando ogni tipo di autoritarismo e oppressione, Camus assumeva ancora una volta una posizione libera e militante.

Durante l’adolescenza, segnata dalla tubercolosi e dalle difficoltà economiche, grazie all’incontro con Louis Germain e, in seguito, con Jean Grenier, ebbe modo di avvicinarsi alla letteratura, alla filosofia e al teatro. A causa della tubercolosi fu costretto a rifiutare un incarico come professore universitario, evento che non gli impedì di continuare a coltivare l’esercizio della scrittura. Morì nel 1960, dopo aver lasciato al mondo capolavori di inestimabile valore come Lo straniero, La peste, Il mito di Sisifo, L’uomo in rivolta, La caduta e Caligola.

Albert Camus negli anni della sua attività di intellettuale e libero pensatore esplorò dunque diversi generi di scrittura: fu autore di saggi a tema filosofico, di romanzi, di opere teatrali e di inchieste giornalistiche. Nonostante abbia affrontato nelle sue opere temi cari alla corrente filosofica dell’Esistenzialismo come l’assurdità dell’esistenza umana e la concezione del destino individuale come una condanna per chi decide di accettarlo pienamente, sosteneva di non essere un filosofo vero e proprio. Infatti, proprio in ragione della sua vicinanza ai temi dell’Esistenzialismo, il suo atteggiamento nei confronti della filosofia e della scrittura può essere definito come asistematico: Camus sostiene polemicamente che se per filosofia si intende solo quella disciplina volta alla ricerca delle verità ultime e alla creazione di sistemi utili a descrivere e rendere ragione della realtà, allora egli stesso non può essere annoverato tra i filosofi, data la sua disposizione ad affrontare principalmente temi e argomenti di natura etica e a esplorare le questioni teoretiche con un atteggiamento completamente diverso da quello diffuso tra i principali autori della storia del pensiero dell’Ottocento. Non è un caso che fra gli autori di maggiore ispirazione per Camus vi siano Nietzsche, Pascal, Kierkegaard e gli stoici.

Il suo pensiero filosofico è ben delineato, sul piano teorico, all’interno di due saggi: Il mito di Sisifo, del 1942, e L’uomo in rivolta, risalente al 1951. Nel primo saggio Camus affronta due problemi per lui fondamentali, cioé la questione dell‘assurdo e del suicidio. Davanti all’assurdità dell’esistenza, che si realizza nel riconoscere la mancanza di un senso che dia le fondamenta alle vicende umane e alla realtà in generale, la domanda essenziale rimane una sola: qual è il senso del nostro essere al mondo? Certamente chi si suicida non lo fa per ragioni di natura speculativa o teoretica, e in questo senso la letteratura fornisce analisi dettagliate del comportamento umano. Nel saggio, infatti, sono citati Dostoevskij con i suoi demoni, Shakespeare e la figura di Don Giovanni, personaggi e autori che incarnano il senso dell’assurdo. Di fronte, dunque, alla mancanza di senso, si può reagire solo accettando il proprio destino, qualsiasi esso sia, con atteggiamento stoico. E proprio Sisifo diventa il simbolo della ricerca della felicità quando, costretto dagli dei a sollevare per punizione un macigno per l’eternità, si scorge nei suoi occhi una scintilla di gioia.

Ne L’uomo in rivolta, invece, viene affrontato il tema della ribellione, inteso in modo non più individualistico ed esistenziale ma nella sua accezione sociale, politica. Camus distingue tra la rivolta metafisica, il cui senso consiste in una ribellione a Dio e alla assurdità del reale, che può facilmente sfociare nella sostituzione dell’individuo alla divinità e nella giustificazione del male; la rivolta storica, che prevede la considerazione dell’individuo come immerso nella storia, il che può portare al totalitarismo, che nella sua accezione bolscevica è deprecabile ma più accettabile del nazifascismo, essendo quest’ultimo intriso di irrazionalitá; in ultimo, la rivolta artistica, che consiste nella ricerca dell’equilibrio sul piano estetico ma anche etico, elemento che caratterizza nello specifico l’arte mediterranea.

I due romanzi fondamentali, Lo straniero e La peste, risalgono rispettivamente al 1942 e al 1947. Il primo consiste nella trasposizione romanzata delle idee espresse ne Il mito di Sisifo: Mersault, il protagonista della storia, è un uomo apatico e indifferente alle vicende che gli accadono. Al funerale della madre non piange e non vuole rendere omaggio al suo corpo senza vita. Piuttosto preferisce fumare e bere caffè vicino alla sua bara per poi andare a vedere al cinema un film comico. Per una serie di circostanze si trova ad ammazzare un arabo quasi per caso: la luce accecante e il caldo asfissiante dell’ambiente deserto in cui si svolge la storia lo spingono in uno stato confusionale che culmina in un efferato omicidio. Nella seconda parte, Camus narra il processo in cui Mersault viene condannato più per i suoi atteggiamenti stravaganti che per il reato commesso. È celebre il dialogo con il prete nella cella dove è rinchiuso: il protagonista lamenta l’indifferenza divina e la miseria della condizione umana.

La peste, invece, sembra essere una riflessione sulla solidarietà umana e sulla malattia morale che può colpire la società. L’autore descrive le vicende della cittadina di Orano, colpita da un morbo sconosciuto che continua a mietere vittime. Con attenzione giornalistica, Camus descrive la reazione della comunità all’isolamento cui viene costretta e la ricerca di una soluzione per debellare il morbo. 

La scrittura di Camus ha quindi il dono di riuscire a scavare nei meandri dell’anima umana per trarne l’essenza, per metterne a nudo le contraddizioni, anelando così alla rappresentazione dell’essere umano e di quei tratti che appartengono senza distinzione a chiunque faccia parte della stessa specie umana.

Fonti:

  • www.treccani.it
  • www.wikipedia.it
  • Albert Camus, Lo straniero, introduzione di Roberto Saviano, Bompiani.

Giulia Imbimbo

Nata a Napoli a ridosso del nuovo millennio, sono una studentessa di Lettere Moderne, divoratrice di album e libri. Credo nella capacità della cultura umanistica e dell'espressione artistica di rifondare i valori della società contemporanea.

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