Parla Debora Serracchiani: servono strade nette e radicali
Fonte immagine: serracchiani.eu

L’Onorevole Debora Serracchiani, vicepresidente del PD, prende il posto di Graziano Delrio come capogruppo del Partito Democratico alla Camera. Dopo il pasticcio in merito alla questione della parità di genere, la scelta di affidare questo incarico a una donna appariva quasi scontato, ma non lo era necessariamente il risultato: 66 preferenze contro le 27 di Marianna Madia, sua sfidante.

Pochi giorni dopo l’insediamento di Enrico Letta alla segreteria del partito, abbiamo intervistato Debora Serracchiani, incuriositi dalla forte sincronia presente fra le parole usate dal neo segretario del partito e quelle che lei stessa aveva usato nel suo celebre discorso nel 2009, in occasione dell’Assemblea Nazionale dei Circoli del Partito Democratico.

On. Debora Serracchiani, dopo i giorni frenetici che hanno visto le dimissioni di Nicola Zingaretti dalla segreteria del Partito e la scelta di Enrico Letta di ricandidarsi, le chiediamo: la scelta di Zingaretti l’ha reputata necessaria?

«Non entro nel merito delle ragioni che hanno indotto Zingaretti a dimettersi. Certo sono rimasta molto colpita dal modo in cui lasciato la segreteria, senza una sorta di strategia che permettesse al partito di organizzare il dopo. Posso capire l’amarezza personale e la difficoltà del momento politico. Forse avrei evitato certe parole dure.» 

Una delle scivolate più recenti del Partito Democratico è stato il non vedere nessuna donna del partito alla guida di ministeri nel nuovo Governo Draghi. Quanto pesano queste “sviste” sui malumori interni al partito e perché non scegliere proprio una segretaria donna?

«La questione di genere è stato il tappo sotto cui sono saltate molte tensioni. E’ stato un tema enormemente sottovalutato nella formazione della delegazione ministeriale ed è stata una brutta battuta di arresto per un partito che ha fatto della questione di genere un tema identitario. La sottovalutazione è stata fatta anche riguardo la proiezione esterna: nella pandemia sono le donne che si sono ammalate di più, che hanno perso più posti di lavoro, quindi il tema ha un peso ancor maggiore nel particolare periodo che stiamo vivendo. Sarei stata contenta di un segretario donna, penso sarebbe stato un valore aggiunto, ma credo anche debbano esserci le giuste condizioni affinché ciò possa avvenire.» 

Onorevole Serracchiani, nel 2009, con il suo celebre discorso, che oggi potremmo ritenere più che attuale, sottolineava la necessità di una linea unica e netta. Sono parole simili a quelle usate da Letta in questi ultimi giorni. Le chiediamo: perché se in 12 anni il PD non è riuscito a compattarsi neanche con una pandemia, dovrebbe riuscirci proprio adesso?

«Perché credo che il Partito Democratico sia arrivato a un passo dal baratro, e mi auguro abbia capito che è necessario ricominciare dai fondamentali, dalla politica vera. Enrico Letta, che ne è stato fuori per 7 anni, potrà aiutare molto il PD sotto quest’aspetto. E’ necessario tornare alle origini, al legame col territorio e gli amministratori locali, frequentare i circoli, ascoltare idee e proposte. Ricominciare da lì.»

Riguardo al rapporto con il M5S, Zingaretti è stato accusato di aver indebolito il Partito Democratico a vantaggio dell’alleanza con il Movimento. Aprirsi al Movimento come Letta ha dichiarato di voler fare, seppur con “attenzione”, non rischia di impedire al Partito Democratico di creare quell’identità forte necessaria per guidare il centro sinistra?

«Intanto ritengo importante sottolineare che la linea del partito che intende assumere Enrico Letta differisce dalla linea del suo predecessore. Letta ha parlato della necessità di far ritrovare al PD un ruolo centrale all’interno di una coalizione, nella quale il dialogo si aprirà non solo col M5S ma anche con tutti i soggetti del centro sinistra, da Speranza a Calenda, a chi è uscito verso Italia Viva. Il rapporto col M5S non sarà esclusivo, ma nell’ambito degli interlocutori con cui si interfaccerà il Partito Democratico.»

On. Serracchiani, in seguito alle dimissioni di Zingaretti, ha dichiarato: «Subito un leader, superare le divisioni e ritrovare l’identità». Il leader è stato trovato, sulle divisioni state lavorando. Allora le chiedo: qual è la vera identità del Partito Democratico? Quali sono gli elementi in cui lei si rispecchia nel Partito Democratico di oggi?

«Sicuramente il forte legame che il partito ha con l’Europa è un elemento identitario. Non intendo un europeismo fine a se stesso, sbandierato recentemente solo al fine di entrare in un perimetro politico. L’identità politica del Pd si esprime anche nell’appoggio totale del Partito Democratico al Governo Draghi: un’agenda che parla di transizione ecologica, digitale, parità di genere, equità, coesione sociale e competitività del sistema Italia, è del tutto nostra. Poi ci sono le questioni legate al lavoro e ai diritti: una strategia occupazionale volta a rendere efficace l’accesso dei giovani nel mercato dei lavoro (eliminando stage e tirocini non pagati e ridimensionando i contratti di apprendistato) e mettendo il sociale in primo piano. Infine, il tema dei diritti civili. Parlo dello ius soli e dello ius culturae, che rappresentano la strada giusta. E altro verrà.»

Pensa che alcuni punti possano essere realisticamente raggiunti, considerando che attualmente siete al governo con il M5S, che sullo ius soli si è sempre mostrato abbastanza rigido?

«Sono d’accordo. Alcuni temi sono assolutamente alla portata, quale i giovani, la parità di genere e l’occupazione. Altri obiettivi, fra cui il voto ai sedicenni e lo stesso ius soli non saranno facili da raggiungere, essendo molto divisivi.»

Onorevole Serracchiani, da quel famoso discorso di 12 anni fa, quanta altra strada c’è da fare?

«Ad un certo punto, giunto di fronte a un bivio, il Partito Democratico ha come smarrito la sua strada originaria e abbiamo anche commesso diversi errori e sottovalutazioni. Al contempo abbiamo anche dato una notevole spinta riformista al Paese, cercando di dargli la stabilità che serve alla crescita. Certo, gli errori sono stati fatti, e sono state prese scorciatoie, ma oggi il tempo delle scorciatoie è finito: servono strade chiare, nette e radicali.»

Nel 2009, Debora Serracchiani aveva “l’impressione che l’appartenenza al partito fosse sentita più dalla base che dai dirigenti”. Cos’è cambiato 13 anni dopo? Che oggi neanche la base sente più quest’appartenenza.

L’unica certezza che abbiamo sul Partito Democratico che verrà, è che possederà una maggiore componente femminile. Il resto sono parole, che, per quanto “importanti”, negli ultimi 13 anni sono state svuotate di ogni significato dagli stessi dirigenti del Partito Democratico, più concentrati in “protagonismi e personalismi” piuttosto che a riconquistare la base elettorale disorientata da un PD lontanissimo da valori storicamente di sinistra. 

Nella speranza che la Debora Serracchiani di 13 anni fa ci sia ancora, non ci resta che aspettare e sperare che un cambiamento radicale si verifichi davvero.

Giulia Esposito

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