Tredici 3

134 modi per innamorarsi.
Era questo il titolo del film di inizio duemila con Brian Austin Green. Beh, con Tredici 3, non è facile trovare un modo che sia uno per innamorarsi ancora, come in uno di quei quei matrimoni – in questo caso quello fra gli spettatori e la serie – che hanno perso la magia, senza emozioni, ma che si portano avanti in maniera stanca, perchè ormai è così.

Scorrono.

Com’è cresciuto questo disamore per Tredici? Ricordiamo a questo proposito la genealogia della serie:

La prima stagione fu una sorpresa assoluta, si parlava del suicidio di Hannah Baker, delle cassette, dei tredici motivi, con una spinta pedagogica e sociale che la trasformò, in breve, in un fenomeno di massa.
Poi venne annunciata la seconda stagione, una scelta forzata che destò più di qualche cipiglio per un cerchio che sembrava ormai chiuso e quell’insensata insistenza sul processo della morte di Hannah tradiva una volontà commerciale più che artistica.

Tredici 3

Poi, eccoci con la terza stagione: Clay, Justin, e il generoso Tony, impediscono a Tyler di compiere una strage e si prendono cura di lui. Questo era l’ultimo quesito da estinguere dopo il cliffhanger della seconda stagione e il tutto viene archiviato in dieci minuti di prima puntata.
Tutto finito? Macché: nuovo mistero, con la scuola di Evergreen piombata in una spirale drammatica peggiore di quella toccata al Seattle Grace Hospital di Grey’s Anatomy, un parafulmine di tutte le disgrazie e le problematiche adolescenziali.
Bryce Walker, infatti, ex alunno, stupratore, pezzo di sterco, viene trovato morto, probabilmente assassinato.

Come? Già ne eravate a conoscenza? Ciò è da imputare alla scelta di spoilerare la morte del protagonista prima della messa in onda, giusto per alimentare l’hype (calante anche fra i più affezionati) per la nuova stagione.
La storia, in ogni caso, procede in maniera rapsodica, gioca su su più piani temporali (almeno quattro) per poi riscostruire puntata dopo puntata il mosaico narrativo di tutto ciò che è avvenuto nell’arco degli otto mesi successivi alla festa di primavera, e lo fa a modo suo, sondando ogni parziale punto di vista dei ragazzi protagonisti, rivelando segreti e scheletri negli armadi di ognuno.

Tredici 3 si trasforma così in un giallo stile Cluedo.

È tutto un continuo sospettare l’uno e dell’altro: Clay che sospetta di Zack, che non si fida di Justin, che non si fida di Tyler, che non si fida di Jessica, che non si fida di Alex. Ah, e poi c’è Ani, di fatto nuova protagonista e voce narrante della stagione.
Tredici 3, così, diventa anche un poliziesco, un mistery, un teen drama, un buddy movie. La serie creata da Brian Yorkey sa bene cosa è, occupa un posizionamento ben preciso nella mente dello spettatore, ma non sa assolutamente cosa non è. Ogni stagione si arricchisce di pennellate di nuovi generi cinematografici, senza abbandonare il vecchio, questo imputabile anche alla liberazione dal nodo gordiano di Hannah Baker, l’iconica ragazza protagonista delle prime due stagioni, che ha permesso una libertà narrativa inedita.

Ma quindi funziona o non funziona Tredici 3?
Funziona, sorprendentemente, sebbene senza grandi exploit ed esclusivamente se la si considera nel recinto del suo target di riferimento. E ciò è un paradosso se si pensa che, ogni volta, di fronte a una nuova stagione di Tredici, viene facile sottolinearne l’inutilità. Poi, successivamente, come dolce contrappasso da binge-watch, rimanere inspiegabilmente intrigati dalla trama delle nuove puntate o, quanto meno, sentire l’emergere di una sana curiosità che contraddice la prima valutazione.
Perchè? Perchè alla fine Tredici rimane un buon lavoro di intrecci, un ottimo intrico di storie teen, spesso spettacolarizzate, non sempre coerenti, ma con le quali è facile empatizzare.

Tredici è il Berlusconi formato serie tv, l’Uomini e Donne targato Netflix, un prodotto dozzinale (alcuni direbbero scadente), tirato per i capelli, ma che attira o che, comunque, viene facile buttare l’occhio.

Tredici 3

Ma in questo coacervo di contraddizioni che affliggolo la serie, un elemento rimane coerente: Tredici parla di un mondo fatto di ragazzi e per ragazzi, di giovani che si sostiuiscono agli adulti, esprimono in ogni modo – anche violento – la loro emancipazione, e diventano i protagonisti delle problematiche del mondo vero, relegando gli adulti al ruolo di marionette passive.
Insomma, la serie della fu Hannah Baker, parla di super ragazzi con super problemi: omertosi, rivali, camerati, innamorati, che continuamo a fare da specchio, per quanto spesso superficiale e geografico, alle problematiche relazionali.

Tredici 3

Abbiamo bisogno di una quarta stagione di Tredici? No, Dio ce ne scampi.
Tredici ci piace ancora? Non proprio.
Continueremo a vederla? Probabilmente sì.

Enrico Ciccarelli

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