daredevil 3

Sembrava giunta al termine la luna di miele Marvel/Netflix dopo la cancellazione di Iron Fist, quella appena successiva di Luke Cage, e l’approdo imminente della piattaforma streaming Disney che prometteva di creare scompiglio per quanto concerne i diritti televisivi dei personaggi de La Casa delle Idee.
Una luna di miele troppo breve, una di quelle finite alla seconda notte di nozze dove il neomarito fa cilecca e lei (la Marvel/Disney) se la prende e non poco.

Netflix, non ti piaccio più?”

Poi, quando tutto sembrava per sprofondare senz’appello nel pantano della mediocrità, ecco arrivare questo gioiellino di ritrovata virilità: la terza stagione di Daredevil. Il cappello opportuno per chiudere una trilogia sempre sopra le righe nonché sintesi perfetta della spirale del supereroe trasfigurato in icona thriller.

Ed eccoci già giunti al titolo provocatorio (ma nemmeno tanto) dell’articolo:

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Daredevil è il Cavaliere Oscuro del piccolo schermo?

Prendetevi un momento e respirate. Lo sappiamo tutti, stiamo andando ad intaccare un piccolo cult del cinema di genere, ma quando si visiona Daredevil la mente volge subito al Batman di Nolan. Perché? perchè Daredevil, come il suo antesignano, sbaraglia la concorrenza della produzione supereroistica per autorialità e cura dell’opera, cosa che non permette di incastrarlo nel suo genere di riferimento.

Daredevil somiglia molto al Cavaliere Oscuro, prima di tutto per la similarità dei due protagonisti: Batman e il Diavolo di Hell’s Kitchen sono personaggi cupi le cui azioni sono il riflesso dei demoni che si portano dietro, dei traumi adolescenziali irrisolti e ciò li rende, in breve, dei reietti e dei solitari. Eppure combattono per il bene, per il bene degli altri in maniera pura e altruistica. Un antinomia che innesca un’immediata presa nello spettatore, perché li trasforma in degli esempi, in dei simboli.
“Non siete soli!” vorremmo urlargli e si torna infantili alle nostre presidposizioni basilari del pensiero e dell’agire, una sorta di empatia primaria, innata, impolverata, ma ancora presente in ognuno di noi.

Ma la cosa più affascinante è che entrambi i prodotti sono adatti a tutti e non solo a chi ama gli eroi in calzamaglie. In entrambi il punto centrale è il supereroe, la sua eccezionalità e il suo superpotere, ma il tutto viene usato come una grande metafora (o pretesto) per raccontare – anche con un certo mestiere – storie di criminalità, spionaggio, dall’alto concentrato di thrilling, che fanno invidia a tante produzioni del settore.

Ma il motore artistico di entrambe le opere è senz’altro il villain.

Come il Joker di Heath Ledger lo era al cinema, Wilson Fisk (aka, Kingpin) lo è nella tv, ovvero il miglior villain supereroistico live action mai partorito. Il Joker ha dato il volto alla nemesi di Batman e di lui ci tormenta quella risata sadica, vuota, quelle movenze ancheggianti da squilibrato, quell’aspetto trasandato e fradicio, quelle ferite ignote che solo alla vista disturbano e inquietano. Il clown che dovrebbe divertire e invece terrorizza, come speculare alla sua natura (King lo sapeva bene).

Nel formato televisivo, più scomodo perchè sta stretto alla mole di un personaggio del genere, invece, c’è Wilson Fisk.
Un uomo che dietro l’apparente tranquillità cela una una mente instabile e tormentata, pronta a schiacciare chiunque si trovi sulla sua strada. Ciò che spaventa in Fisk è la furia che è in grado di sprigionare, continuamente reincanalata come sangue corrotto verso quella che è la sua megalomania.
Di lui si ricorda lo sguardo vacuo, perso negli abissi neri e densi della sua mente, prole di disturbi psichiatrici e traumi mai superati. Ma lui è anche un occhio che vede e provvede come un Grande Fratello della morte.
Lui è Wilson Fisk, colui che incarna e ipostatizza la gerarchia, l’autorità, il modus con cui il capo di una grande corporazione in una società burocratizzata e di colletti bianchi (toh, come il suo outfit) schiaccia l’impiegato. Una grande mente manipolatrice che assoggetta tutto a sé. Wilson Fisk fa paura perché è il cattivo della modernità, che si muove dietro le quinte e non si sporca le mani, o quasi mai. È invisibile eppure così tangibile.

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Si parla di villain, si parla di male.

Daredevil, come Batman, impressionano per come riescono a raccontarlo.
È un male endemico, che si insinua nei giusti o in chi dovrebbe rappresentare il bene. Lo abbiamo visto in Daredevil nell’ultima stagione con l’FBI – diventata suo malgrado una gendarmeria privata di Fisk – così come nel procuratore Harvey Dent, paladino della giustizia, che diventa un complice del Joker. Insomma parliamo di un male maturo che rifugge dai manicheismi ma anzi è in fieri.

Altra elemento comune è il colpo di scena: credibile, ben costruito, difficilmente forzato dove, alla fine, tutto torna al suo posto come in un complicatisssimo puzzle. Gli sceneggiatori delle due opere partono da lontano, confondono, disorientano lo spettatore nel corso delle puntate interlocutorie e alla fine lo lasciano inebetito come chi ha ricevuto uno scacco matto. A quel punto, è amore.

Le scene di azione sono un altro must. Quelle di Daredevil superano in realismo, dinamismo e feticismo per la spettacolarità quelle viste in Batman che, soprattutto nel terzo capitolo, colpiscono più per coralità e costruzione.
Anche nei dialoghi troviamo spunti mai banali, soprattutto nella trilogia di Nolan, tuttavia anche in Daredevil non mancano discorsi, citazioni, monologhi sul potere, sulla morale, sulla giustizia, si smuovono senza paura (The man without fear come il soprannome di Devil) i massimi sistemi ma con un linguaggio del quoitidiano che induce alla riflessione.

Si perdonerà nell’eroe di Hell’s Kitchen una certe faciloneria in fase sceneggiatura (per esigenze narrative), come quando Bulsseye grazia il protagonista durante l’attacco in chiesa, che per atmosfera ricorda l’attentato del Bataclan, una scelta scommettiamo non casuale.
Sceneggiature che tuttavia conservano una loro grammatica dalla marcata impronta ansiogena che punta a irretire e innescare quel senso di impotenza nei protagonisti (e di riflesso nello spettatore) man mano che la storia va avanti. Nonostante la brutta piega sul finale della terza stagione di Daredevil che più che una sospensione dell’incredulità ci vorrebbe un coma dell’incredulità (ci riferiamo al confronto finale Daredevil/Fisk) unica onta di questa produzione.

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Insomma, il cinema ha bisogno di supereroi, così come la tv. Finalmente quest’ultima ne ha uno con una sua precisa estetica e che nel formato televisivo ha raggiunto il suo apice formale. E farà scuola, eccome se la farà.

Enrico Ciccarelli

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Sociologo, specializzando in Comunicazione pubblica, sociale e mediale. Giornalista. Scrittore amatoriale. Appassionato di cinema.

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