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“Io da bambino l’ho capito subito. Mia madre poteva comprarci solo uno yogurt a testa, altre volte il cibo a tavola non c’era e allora io provavo a mangiare da un amico. Ma io e miei fratelli, nonostante qualche mancanza, ce la siamo cavata

Firmato Marcus Rashford.

Si sa, a volte le esperienze passate sono in grado di trasformare le persone in promotori delle loro stesse sofferenze, anche quando queste vengono superate. Questo accade perché quella situazione di disagio è stata vissuta in prima persona e assorbita fino a tal punto da essere percepita come uno stato di normalità.
Poi un giorno tutto cambia, soprattutto quando si ha un talento fra piedi, come nel caso di Rashford, oggi calciatore milionario del Manchester United e della nazionale inglese. Dal suo ingaggio ai red devils, infatti, è partito il cambio di vita: una vita di agi e di vizi, dove il superfluo non manca mai, figurarsi il cibo. 
Ma non per questo le cicatrici spariscono. Certe sofferenza attecchiscono e lasciano tracce indelebili. Non che sia un male se, alla fine, quella memoria permette di fare della celebrità un utilizzo nobile come nel caso di questa storia.

Da un grande popolarità deriva una grande responsabilità d’azione

E forse questa la frase rielaborata che potremmo usare in chiave mediatica per Marcus Rashford che dopo una lunga lotta è riuscito, grazie anche alla sua esposizione mediatica, a coinvolgere aziende multinazionali come McDonald’s nella sua battaglia alla povertà infantile, uno dei problemi più sentiti in Inghilterra. Si parla infatti che oltre il 30% dei bambini inglesi, ossia circa 4,1 milioni, oggi viva in uno stato di povertà relativa. Di questo totale, un nucleo duro di 3,7 milioni vive in povertà assoluta, ossia disponga di 2.3 sterline al giorno (2.60 euro al cambio odierno).
Rashford non dimentica il suo passato che è il presente di tanti bambini, e con il suo lavoro è riuscito a mobilitare il suo network e le aziende multimilionarie a sposare la sua campagna: somministrare pasti gratuiti agli studenti del Regno Unito in difficoltà economica anche durante i periodi di vacanza, almeno fino a Pasqua 2021.

Quella del calciatore inglese è stata una mossa pubblica intelligente, in quanto ha esortato a gran voce le multinazionali a intervenire su un problema sociale critico, sentito. Oltre a McDonald’s, infatti, altre grandi aziende hanno deciso di aderire all’iniziativa, catene di supermercati come Co-op e Tesco, ma anche Deliveroo e Kellogg’s. Aziende ingolosite dalla campagna e dalle opportunità d’immagine della stessa. Ci dispiace distogliere dalla poesia, ma oltre i fini solidali siamo sicuri che questi ultimi si siano fatti i loro conti aderendo a una campagna che tocca solo in minima parte i loro macroscopici fatturati.
Ma bisogna pensare alla sostanza e, in questo caso, ci guadagnano tutti: Rashford, aziende, bambini. Con il calciatore inglese che continua la sua nobile missione, da uomo che non dimentica. Sì, perché questo risultato straordinario è frutto di una battaglia che Rashford ha cominciato già molto tempo fa .

Rashford calciatore e politico? No umano

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Dicevamo, la battaglia di Rashford non è iniziata oggi. Il calciatore, infatti, già mesi fa lanciò una lettera aperta al parlamento del Regno Unito con cui chiedeva buoni pasto gratuiti agli studenti meno abbienti. Vi citiamo un passo di seguito:

“Possiamo tutti essere d’accordo sul fatto che nessun bambino dovrebbe andare a letto affamato? Un quarto degli 1,3 milioni di studenti registrati per i pasti scolastici gratuiti non hanno ricevuto nulla da quando le scuole sono state chiuse. Questo è un fallimento del sistema. Chiedo di proteggere tutti i bambini e tutte le persone più vulnerabili del Paese. E di riconsiderare la cancellazione dei regimi dei buoni pasto durante i prossimi mesi”.

È andata proprio così, per fortuna. Anche grazie anche alla lettera di Rashford i politici furono costretti a mostrare il loro untuoso lato umano. Marcus ha giocato sull’orgoglio e sulla decenza, conscio che i politici amano tanto i loro privilegi quanto detestano esibirli di fronte alle iniquità. A quel punto sembrava già un’impresa. Un calciatore che riesce a mettere in imbarazzo il parlamento inglese? Oggi, addirittura, ingolosisce le multinazionali spingendole a sposare la sua causa.
Sembra tutto un gioco intelligente, architettato a tavolino, una grande mossa pubblicitaria che coinvolge uno sportivo, brand internazionali e politici. E probabilmente lo è. Ma alla base c’è una missione vera e la possibilità concreta di aiutare qualcuno.

Rashford ha imposto il suo gioco, non su un campo da calcio, ma in quello politico e mediatico, e proprio lì ha fatto il suo più bel dribbling.

Enrico Ciccarelli

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