Ministri e sottosegretari: è questo il cambio di passo che voleva Renzi?
Fonte Immagine Openpolis

Da settimane l’opinione pubblica italiana parla del nuovo governo come di un esecutivo formato soltanto dai migliori, da ciò che di meglio l’Italia ha da offrire. D’altronde, era questo il cambio di passo che Matteo Renzi aveva chiesto dopo l’esperienza di Giuseppe Conte. Qualcosa di diverso, lontano dagli errori e dalle sciagure della precedente amministrazione, nomi freschi, ministri competenti, il Mes e un piano da riscrivere perché inadeguato.

Niente di ciò che Renzi auspicava si è verificato: Mario Draghi nel suo discorso al Senato ha affermato di voler partire proprio dalla base del lavoro di Giuseppe Conte; Davide Faraone, esponente di punta di Italia Viva, ha liquidato il Mes con una frase che è tutto un programma (“è lei il nostro Mes“), mentre i nomi più che indicare “discontinuità e competenza” hanno il retrogusto un po’ amaro della restaurazione. Quella parte della classe dirigente che la politica italiana era riuscita con fatica ad archiviare e che si pensava mai potesse tornare a Palazzo Chigi è stata riabilitata e adesso figura tra i ministri e i sottosegretari del nuovo esecutivo.

Ma se i vecchi nomi non fanno sorridere, riconferme e new entry non sono da meno. L’alto profilo richiesto da Mattarella non è altro che un flebile ricordo, una debole speranza che si scontra con la cruda e triste realtà partitica italiana. Inadeguatezza, mediocrità, povertà dialettica, c’è davvero di tutto nel governo dei migliori. L’unica cosa che manca è proprio il cambio di passo auspicato dall’ex segretario del Partito Democratico. L’attuale esecutivo pare più un’ircocervo dalle larghe intese, il cui unico spiraglio di luce è offuscato dalla realpolitik partitica e dai nomi impresentabili.

I ministri e i sottosegretari del “governo dei migliori”

Cencelli alla mano, il governo Draghi è l’esempio perfetto della distribuzione delle cariche ministeriali in base al peso di ognuno dei partiti politici presenti in Parlamento. Peccato che i princìpi che avrebbero dovuto ispirare l’azione del nuovo governo fossero quelli dell’alto profilo e l’assenza di formula politica enunciati proprio da Mattarella, cioè un governo apartitico dai nomi altisonanti. Il risultato non è gratificante, a fronte soprattutto dell’assordante campagna mediatica che ha provato a dipingere il medesimo come il “governo dei migliori”.

Guai a farsi troppe aspettative. Il governo Draghi non è quello che si auspicavano in molti. Sicuramente gli italiani non si aspettavano di vedere resuscitare personaggi che la politica aveva felicemente accantonato, come Mariastella Gelmini che tutti gli studenti ricordano con sicura nostalgia, e che ora prenderà le redini di un dicastero delicatissimo come quello gli Affari Regionali, oppure Renato Brunetta, cioè colui che considerava gli ammortizzatori sociali per le donne “una scusa per andare a fare la spesa”. Anche Garavaglia, nuovo ministro del Turismo, ha il suo perché, dato che voleva eliminare i dipendenti pubblici meridionali e durante il lockdown arrivò ad asserire che al Sud fossero arrivate “troppe mance“. Mettere un leghista di questo calibro a capo di un settore come quello turistico, che produce il 13% del PIL ed è fondamentale per la sopravvivenza del Meridione, è stato davvero un atto temerario.

Susciterà un certo sollievo sapere, al contempo, che il dicastero per la disabilità (?!) sarà guidato da una persona dalla grande empatia come Erika Stefani, in prima fila per la battaglia contro lo Ius Soli. Ma i grandi nomi non si fermano soltanto al vertice dei dicasteri. Ci sono anche i sottosegretari, ed è proprio da queste nomine che la dicitura “governo dei migliori” assume la forma di un ossimoro.

Le riconferme di Carlo Sibilia e di Laura Castelli, rispettivamente sottosegretari all’Interno e all’Economia, sono soltanto la punta dell’iceberg. Il primo è reo di aver smascherato il gioco della NASA: per lui l’uomo non è mai stato sulla Luna. E non finisce qui: il grillino era uno di quelli che voleva far arrestare Mario Draghi, cioè il suo “capo”. Castelli, invece, è diventata celebre grazie allo “scontro” dall’alto valore pedagogico con Pier Carlo Padoan sullo spread (“questo lo dice lei“). Alle riconferme si aggiungono le nuove leve. Stefania Pucciarelli, nuovo sottosegretario alla Difesa, è molto attiva sui social: nel 2017 mise un like a un post sui forni crematori per i migranti. Ma la lista è lunga: Gianmarco Centinaio e Alessandro Morelli, rispettivamente alle Politiche Agricole e viceministro delle Infrastrutture vantano interventi di grande valore politico nei confronti di immigrati e “terroni“.

E non finisce qui. All’Interno la Lega è riuscita a sfrattare il Partito Democratico per inserire il “padre” dei decreti sicurezza Nicola Molteni, che assumerà la carica di sottosegretario, e che di Luciana Lamorgese diceva: «Lamorgese vergogna, abolisce i confini e difende i clandestini». Una garanzia per il corretto funzionamento, senza intoppi, di un dicastero di fondamentale importanza quale l’Interno. Assieme a lui, degno di nota è anche Rossano Sasso, che ha scambiato una frase di Topolino per una citazione della Divina Commedia di Dante. Ed è il sottosegretario all’Istruzione.

Nonostante il grande materiale a disposizione per mettere in discussione l’assunto che questo sia il governo dei migliori, c’è ancora un’altra nomina meritevole di attenzione, quella che più di tutte ha fatto discutere: Lucia Borgonzoni alla Cultura. L’incarico affidato all’ex candidata presidente dell’Emilia Romagna appare il più inspiegabile. Gli unici legami biografici con la cultura sono una dichiarazione in cui ha ammesso di non leggere nessun libro da tre anni e lo strafalcione sui confini della stessa regione in cui si candidò a governare.

In un momento in cui il settore della cultura annaspa, con perdite nell’ordine di miliardi di euro e con le istituzioni che si preoccupano di tutto fuorché del sapere, il colpo di grazia arriva proprio da una nomina che con la cultura ha poco a che fare. É tutto così surreale ma nulla accade per caso. La scarsa caratura dei ministri e dei sottosegretari è il quadro perfetto di un elettorato superficiale e lacunoso e non segna assolutamente quel cambio di passo auspicato dal leader di Italia Viva, il quale per portare i “migliori” a Palazzo Chigi ha fatto cadere un governo in piena pandemia.

Cambio di passo?

A giudicare dalla composizione del nuovo esecutivo, di migliore c’è soltanto la strategia che alcuni hanno perseguito per accaparrarsi le nomine di peso. Ad esempio, Berlusconi è riuscito a infiltrare il suo avvocato nel processo Ruby alla Giustizia, un fedelissimo all’Editoria (conflitti di interessi?) e Salvini è riuscito a ritornare all’Interno con il falco dei decreti sicurezza. Mastica amaro il Partito Democratico che esce dal Viminale, ottiene lo stesso numero di sottosegretari di Berlusconi ma in posizioni più defilate come gli Esteri, l’Economia e al Mise in coabitazione con le forze politiche di centrodestra. I democratici, poi, sono divisi dalle lotte interne, soprattutto a seguito delle polemiche circa l’assenza di donne tra i nomi proposti per i dicasteri.

Non sorridono nemmeno i grillini (a eccezione di Luigi Di Maio) che devono rinunciare a Stefano Buffagni, esponente di spicco del partito. Renzi dal canto suo, riesce a restituire una poltrona ai suoi fedelissimi.

Più che un cambio di passo, quello inscenato da Renzi è stato un cambio della guardia. La costruzione del nuovo esecutivo è fragile, dato che riuscire a far convivere istanze partitiche così diverse richiederà un grande lavoro di mediazione che necessariamente dovrà distogliere Mario Draghi da altre importanti vicissitudini e obbligherà le parti a concludere continui compromessi che scontenteranno tutti ma riusciranno a garantire la sopravvivenza del governo quel tanto che basta. Un po’ come è successo con la lista dei ministri.

Il governo è cambiato, alcuni nomi anche, mentre le trame politiche e i giochi di potere sono sempre gli stessi. Scriveva Giuseppe Tomasi di Lampedusa: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Una frase profetica: cambiare ministri e sottosegretari non serve a nulla se i calcoli politici sono ancora l’unica ragione che muove i partiti.

Donatello D’Andrea

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