Ginzburg città, fonte: https://www.em.com.br/app/noticia/pensar/2020/05/29/interna_pensar,1151681/as-virtudes-de-uma-escritora-livros-de-natalia-ginzburg-ganham-novo-s.shtml
Ginzburg città, fonte: https://www.em.com.br/app/noticia/pensar/2020/05/29/interna_pensar,1151681/as-virtudes-de-uma-escritora-livros-de-natalia-ginzburg-ganham-novo-s.shtml

«Aspro, pungente, pieno di sapori nuovi come un frutto appena un po’ acerbo, La strada che va in città è un libro senza rughe: non perde mai di freschezza, e mantiene intatta, a ogni rilettura, la sua ruvidezza selvatica e adolescente». In questo modo Cesare Garboli commenta l’opera di esordio di Natalia Ginzburg: un racconto lungo dai mille significati possibili, tutti nascosti in penombra e negli angoli più cupi, seppur apparentemente sembri che tutta la narrazione si snoccioli in primo piano, sotto un sole cocente.

Natalia Ginzburg racconta sulla soglia della Prefazione di aver iniziato a scrivere La strada che va in città nel settembre del ’41, lasciandosi ispirare da una forte nostalgia che nutriva per Torino e per i ricordi delle sue calde strade e colline, che insieme le ribollivano dentro amalgamate dalla lettura de La via del tabacco. Confessa che avrebbe voluto scrivere un romanzo, ma un labor limae sottilissimo, messo a punto per non “sbrodolare” con la sua prosa (come le raccomandava sempre la madre), ha dato vita a questo racconto un po’ più lungo del solito e che oggi è presente in una raccolta di testi dal sapore estivo. Voleva che ogni frase fosse pregnante e che pesasse, come uno schiaffo, e a costruirle sono state le vite di personaggi che, indipendentemente dal suo volere, hanno animato la storia unendo riferimenti reali a quelli fittizi.
La protagonista che parla in prima persona potrebbe essere una sua compagna di scuola o una semplice passante che incrociava per le strade più remote del suo paese; in un modo o nell’altro Natalia Ginzburg si rendeva conto che, con la pratica della scrittura, infilava se stessa tra le righe e infatti, a opera finita, ha riscoperto dei legami di amore di odio che la legavano a quel paese, quasi come se quelle righe fossero dei semi pronti a germogliare in Lessico familiare.
Il titolo venne scelto dal marito e la pubblicazione avvenne sotto lo pseudonimo (a causa delle leggi razziali in vigore) di Alessandra Tornimparte, in modo che nessuno, in paese, sapesse che la Gizburg ne fosse l’autrice.

La trama de La strada che va in città si incastra perfettamente nella routine degli anni ’40: una ragazza racconta i suoi legami familiari che costruiscono tutto il suo modo, nel migliore e nel peggiore dei casi. La vita d Dalia, inventata dalla penna della Ginzburg, si dipana infatti tra un padre e una madre dal fare pratico, materialista e maschilista; la sorella Azalea sposata a soli diciassette anni e impegnata in città in una routine perfetta; i fratelli Giovanni, Vittorio e Gabriele che vivono la casa in paese in modo opposto: i più piccoli sembrano molto felici, illusi dal magico filtro dell’infanzia, il maggiore non vede l’ora di partire.
Dalia soffre questa mancanza di amore e la manifesta sognando ardentemente di trovare un marito grazie al quale poter abbandonare il nido familiare. Esce continuamente di nascosto per incontrare Giulio (il ragazzo per cui ha un’infatuazione), con il quale pensa di vivere una storia fresca dal dolce sapore del romanticismo estivo. Indossa il suo vestitino azzurro e si sente molto carina, con il potere di tutta la sua giovinezza.
Ma Giulio ha forse una fidanzata laggiù in città e Dalia deve decidere se credergli o meno, soprattutto quando le cose diventeranno più difficili, quando la sua bellezza inizierà a sfiorire e dovrà nascondere il suo pancione in abiti scuri e sformati. A farle da spalla sarà il Nini, un amico che forse non è solo un amico, colui che la farà crescere e le darà occasione di pensare e di riflettere su se stessa e sulla vita che si sta costruendo.

Natalia Ginzburg si ispira, nelle atmosfere, alla prosa asciutta e soleggiata di Cesare Pavese, autore che, come suggeritoci dal racconto “Ritratto di un amico” a lui dedicato della raccolta “Le piccole virtù”, le è nel cuore sia a livello narrativo che affettivo.
«Noi pensammo che, per lungo tempo, che sarebbe guarito di quella tristezza, quando si fosse deciso a diventare adulto: perché ci pareva, la sua, una tristezza come di ragazzo, la malinconia voluttuosa e svagata del ragazzo che non aveva ancora toccato terra e si muove nel mondo arido e solitario dei sogni. » scrive Natalia su Pavese, e proprio questo alone di nostalgia, amarezza e dolcezza è ravvisabile tra le varie sfumature dei personaggi de La strada che va in città, intrappolati in routine apparentemente semplici ma pesanti come macigni.

Alessia Sicuro

Laureata in lettere moderne, ha in seguito ha conseguito una laurea magistrale alla facoltà di filologia moderna dell'università Federico II. Ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose: accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire e affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale!

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