festa, morti, napoli
“Ogn’anno,il due novembre,c’é l’usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll’adda fà chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero.”

Il celebre incipit della poesia ” ‘A livella” del grande Totò, sembra spiegare perfettamente ciò che avviene a Napoli il giorno della festa dei morti: tutti si recano al cimitero per commemorare i propri defunti.

In un cimitero di Napoli, il giorno della festa dei morti, un giovane nipote si è recato a far visita ad uno zio defunto e, chiuso al suo interno, assiste ad un fatto molto strano: due anime, quella di un marchese e quella del netturbino Gennaro Esposito, litigano per la posizione vicina delle due tombe. In realtà Totò ironizzava e criticava l’atteggiamento di chi faceva dei soldi e della ricchezza materiale la propria forza, quando poi, una volta morti, sono tutti uguali.

Il 2 novembre ricorre la festa dei morti e la città di Napoli si prepara a celebrarla come una vera e propria tradizione che come al solito è un miscuglio di sacro e profano.

L’usanza di questa festa è quella di recarsi al cimitero e omaggiare la memoria dei defunti, ma al contempo, la notte precedente, è bene accendere un “lumino”, simbolo di un ricordo che resta sempre vivo e che non si spegne mai. La leggenda vuole infatti che la notte tra il 1° e il 2 novembre le anime dei defunti tornino a fare visita ai propri cari oltrepassando quel velo di cielo e che restino al loro fianco fino al 6 gennaio: è una sorta di permesso ultraterreno che viene concesso loro. La cosa risulta assai parodica e grottesca perché si narra che i defunti vadano in sogno ai loro parenti e ai loro amici a cui raccontano aneddoti particolari oppure offrono soluzioni ai problemi di vita quotidiana e numeri da giocare al lotto. Ecco perché, in questo giorno di commemorazione, i napoletani sono soliti lasciare la tavola imbandita di dolci, cibo e vino, proprio per dare la possibilità alle anime dei defunti di respirare nuovamente i sapori di casa.

A Napoli il culto dei morti viene tramandato di generazione in generazione con quel senso di rispetto che si mescola all’ironia e al grottesco: credere che i morti tornino a fare visita è certamente una cosa che lascia perplessi tutti, senza alcuna distinzione. Ovviamente, non mancano luoghi cardini per assistere a questo strano contatto: un esempio è la chiesa di Santa Maria delle anime del Purgatorio ad Arco. Nota ai napoletani come la chiesa delle anime pezzentelle, sorge a via dei Tribunali, luogo cardine della città: questa chiesa custodisce moltissimi teschi risalenti al XVII secolo. Nell’ipogeo della chiesa, è possibile ammirare i resti dei morti: al centro del pavimento si apre una specie di tomba circondata da catene nere e illuminata dalla luce fioca di qualche lampadina; tra le pareti è possibile individuare piccole nicchie e altarini.

Il culto delle anime pezzentelle a Napoli non è celebrato solo il 2 novembre, ma ha addirittura origini molto antiche. Infatti, per anima pezzentella si intendeva proprio un’anima di un morto che veniva adottata da qualcuno per una sorta di do ut des: il vivo prega l’anima del defunto affinché questi gli allevi la sua sofferenza e al contempo l’anima del defunto accetta le preghiere del vivo per lasciare il Purgatorio e giungere finalmente in Paradiso. L’antico culto è vissuto ancora oggi con intensità.

Sulle tavole dei partenopei non può mancare il “torrone dei morti”: si tratta di un dolce particolare che è diverso da quello che si offre a Natale, cioè quello fatto di zucchero e mandorle. È un torrone composto da un guscio di cioccolata fuori che è molto duro e che al suo interno è molto morbido e dolce. E, inoltre, non manca mai il melograno, simbolo del legame immutabile tra vita e morte, abbondanza e prosperità.

‘A morte ‘o ssaje ched”e?…è una livella.
‘Nu rre,’nu maggistrato,’nu grand’ommo,
trasenno stu canciello ha fatt’o punto
c’ha perzo tutto,’a vita e pure ‘o nomme:
tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto?
Perciò,stamme a ssenti…nun fa”o restivo,
suppuorteme vicino-che te ‘mporta?
Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie…appartenimmo à morte!

Arianna Spezzaferro