Ex Wave, la musica che avvolge e cattura
Foto di Simone Lisciani Petrini

Lorenzo Materazzo e Luca D’Alberto sono gli Ex Wave. “Plagiarism il loro secondo album dopo “Apri gli occhi” del 2009. Due artisti formatisi nelle più grandi scuole di musica, accomunati dall’esigenza di dialogare con la modernità.

Nel giro di pochi anni dalla loro formazione, gli Ex Wave hanno già ottenuto importanti riconoscimenti: nel luglio del 2008 hanno aperto le date italiane dei concerti dei Deep Purple, nel giugno del 2009 sono stati invitati a suonare al Palazzo Reale di Monaco di Baviera da George Michael che, dopo averli ascoltati, in un’intervista ha dichiarato: «La musica degli Ex Wave è assolutamente nuova, fantastica. Avvolge e cattura dall’alto.»

Inutile aggiungere parole a questo entusiastico, ed autorevole giudizio, bisogna ascoltarli. Li abbiamo incontrati per scambiare due chiacchiere in merito la loro musica.

Parlateci dei vostri show live, cosa deve aspettarsi il pubblico da un concerto degli Ex Wave?

«Per preparare un nostro spettacolo, solitamente impieghiamo all’incirca due mesi, non tanto per definire i brani ma per costruire, assieme al regista, la parte scenografica. La scenografia è per noi fondamentale, in quanto serve ad introdurre quello che avviene nel disco. Il nostro sound rende, volutamente, l’ascoltatore stordito; per questa motivazione, tradurre il suono in un effetto scenografico è un gran lavoro. Il nostro intento è catapultare lo spettatore in una dimensione virtuale, onirica, in cui non si rende conto del confine tra il reale e la finzione, anche per quanto concerne la musica: vogliamo che chi ci ascolta non capisca se i nostri suoni sono completamente originali o se sono presenti dei campionamenti, delle citazioni. Alla fine, quindi, tra musica e immagini, lo spettacolo si risolve in un’arte unica che si ricrea e rigenera dall’inizio alla fine, senza confini definiti, con lo scopo di rapire, trascinare nel nostro mondo per scoprire le mille sfaccettature contenute al suo interno.»

Molto curati e densi di immagini anche i video dei brani. Come sono nati? Avete curato direttamente anche la loro ideazione e realizzazione?

«L’aspetto visivo della nostra musica ci è stato suggerito delle note stesse. Ci è sempre stato detto che è la musica degli Ex Wave è molto cinematografica, molto visiva. Noi ci siamo fatti, spontaneamente, condurre dal suono nell’evocazione dell’immagine. Per la parte video ci siamo affidati a Simone Petrini, per la scenografia ed i video sul palco e Fabio Scacchioli, registi di grande talento. Abbiamo, però, scelto di curare personalmente il montaggio, sulla base della nostra sensibilità musicale e delle nostre personalità. Per questo crediamo che la parte visiva dello spettacolo sia davvero un aspetto importantissimo, essenziale. Nel live emerge questa doppia anima, reale e virtuale: la realtà è resa da strumenti classici quali la viola, il violino e il pianoforte, mentre la fluidità e l’oniricità dell’elettronica è commentata visivamente dalle immagini.»

Come è nata in voi l’esigenza di svincolarvi dall’impostazione classica che ha caratterizzato i vostri studi? Come avete identificato il percorso per fondere classico ed elettronico fino ad arrivare a ciò che è “Plagiarism”?

«Ci piace dire che “Plagiarism”, oltre a marcare un’evoluzione delle nostre persone, è anche una sorta di esplosione: da ciò che noi Ex Wave eravamo a ciò che stiamo diventando. Noi veniamo da un mondo, quello della musica classica, in cui si vive sommersi dai vincoli. Siamo cresciuti per quindici anni con l’abitudine di studiare nella solitudine delle proprie quattro mura, salvo poi ritrovarci padroni di un enorme bagaglio tecnico che finisce con il ridurti a mero interprete di lavori di altri. Noi abbiamo avuto la fortuna di renderci conto che l’idea di musicista vero, non è quella di esecutore ma di artista globale, qualcuno che crea ed innova, mettendoci del suo. Per questo abbiamo pensato di metterci in gioco: il bagaglio tecnico c’è ed è una base acquisita; abbiamo scelto di spingerci oltre aprendoci ai suoni, agli strumenti, all’elettronica. Una creazione che sia arte totale, inevitabile meta che reca i segni del tempo in cui nasce. Non bisogna trascurare mai e poi mai il versante visivo, bisogna integrarlo e armonizzarlo.»

L’idea di plagio insita nel titolo del vostro lavoro discografico è evidente. È una provocazione che volete lanciare al mercato italiano?

«Innanzitutto, dobbiamo dire che il mercato italiano, anche se nel suo complesso appare distante dall’idea dell’album, ha reagito molto bene. Nella realtà dei fatti, il mercato è fatto di persone, molti hanno voglia di cose nuove di qualità, non dei soliti prodotti. Il più grosso difetto del mercato italiano, anche a livello critico, è quello di cercare sempre di inglobare, di classificare. Quando i critici musicali non riescono a farlo, danno un giudizio vario. Di fronte alla musica degli Ex Wave, il critico classico rimane spiazzato: non può dire nulla di male perché tecnicamente ci trova impeccabili, ma al contempo non comprende perché abbiamo scelto di staccarci dal percorso classico. I critici più rock ci snobbano per la nostra impostazione classica. Insomma se non catalogano, non sanno come muoversi dando un’origine ad un’insensata querelle tra classico e moderno, destinata a lasciare il tempo che trova. L’arte va considerata in una prospettiva più ampia e globale, no settoriale e manieristica.»

In questo lavoro, la volontà di sperimentazione è piuttosto evidente. Voi Ex Wave credete che in un futuro questo desiderio vi porterà su vie ancora diverse rispetto a quelle che oggi state percorrendo?

«Con questo lavoro ci siamo affrontati: ci siamo resi conto che per noi lo sforzo più impegnativo è quello di lavorare di sottrazione. Abbiamo un bagaglio così vasto – sia in termini di conoscenze che di ascolti – che tutto ciò che conosciamo e abbiamo fatto nostro tende a confluire nella nostra musica; il nostro impegno attuale è togliere, anziché aggiungere. Non vogliamo approfittare del barocchismo che la nostra impostazione accademica, inevitabilmente, ci palesa come la via per noi più facile. Togliere elementi, cercare l’essenza nella semplicità, eliminare i virtuosismi fini a sé stessi. Desideriamo che la ricchezza di idee, di sfaccettature insite nella nostra musica e nei nostri modi di essere emergano in maniera naturale, non forzata.»

Vincenzo Nicoletti

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