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Al giorno d’oggi le grandi narrazioni del passato sembrano non valere più, quasi schiacciate da un razionalismo che finisce inevitabilmente per diventare “irrazionale”: un sistema economico all’apparenza iper-razionale è capace di produrre enormi esternalità negative e di condurre l’intero pianeta al collasso. Immaginare nuovi mondi, orizzonti più ampi e alzare la voce per chiedere un futuro più sostenibile, più giusto, sembra un lusso da radical chic, da utopisti che vivono staccati da terra. Nel suo libro “Ecologia sociale” Murray Bookchin riprende lo slogan degli studenti francese del Mai 68: “Siate realisti, chiedete l’impossibile”. Quarant’anni dopo il pensiero di questo filosofo lungimirante si dimostra sempre più calzante con la realtà, man mano che gli effetti della crisi ambientale si fanno più visibili. La barca affonda e coloro che si trincerano dietro la razionalità di un sistema distruttore non solo suonano il violino, ma bucano la stiva e imbarcano acqua. 

L’utopia di Murray Bookchin e l’ecologia sociale

“Se non faremo l’impossibile ci troveremo di fronte l’impensabile” (Murray Bookchin)

Evitare gli effetti estremi della crisi ambientale in corso significa abbandonare stili di vita nocivi, lasciare il sentiero conosciuto per inoltrarsi in strade poco battute, lasciare tutto quello a cui siamo abituati. Quella di Murray Bookchin è una società utopica, autogestita e libera dal dominio dell’uomo sull’uomo. L’ecologia sociale è dunque un modello sociale, politico ed economico nuovo, in cui non esistono gerarchie e la società vive in totale armonia con l’ecosistema. Secondo il filosofo statunitense, la crisi ambientale non può essere letta in un’ottica meramente scientifica o esclusivamente umanistica. L’approccio da utilizzare deve essere globale, olistico, in cui il mondo viene letto in tutta la sua complessità e in maniera organica. 

Partendo dalle teorie marxiste e anarchiche, Bookchin ha sviluppato il suo concetto di comunalismo, o municipalismo, per indicare una trasformazione ecologica, democratica e solidale della società, in cui le comunità federate e cooperanti gestiscono le risorse economiche in contrapposizione a un’idea di Stato centralizzato e Leviatano. Le gerarchie sono dunque rigettate, così come la tendenza a guardare alla natura in maniera gerarchica.

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Non a caso, Öcalan quando era a capo del Partito dei Lavoratori del Kurdistan intratteneva un fitto rapporto epistolare con Bookchin, condizionando la sua svolta libertaria rispetto alle precedenti posizioni marxista-leniniste. Pensando alle vicende odierne del Kurdistan e in particolare di Kobane, nel Rojava, è possibile rintracciare l’influenza della teoria dell’ecologia sociale in quell’ambizioso tentativo di costruire un “confederalismo democratico”, una democrazia diretta fondata sull’emancipazione delle donne, una visione solidale ed ecologica dell’economia.

Non meno rilevante, Murray Bookchin insieme all’antropologo Daniel Chodorkoff ha fondato nel 1974 l’Istituto per l’Ecologia Sociale a Plainfield, nel Vermont, un’istituzione educativa popolare che fornisce assistenza ai movimenti sociali e politici, fornendo programmi dedicati all’ecologia sociale, al cambiamento sociale in chiave ecologica e all’economia morale. Le parole d’ordine sono: riarmonizzare le comunità umane con il mondo naturale e celebrare la diversità, la libertà e la creatività. Questo istituto ha ispirato vari movimenti come quello anti-nucleare, ecofemminista e contro le ingiustizie sociali, divenendo un vero e proprio centro di innovazione nel campo della produzione alimentare, delle tecnologie alternative e del design urbano.

Crisi ambientale, pandemia e razionalità neoliberale

Il filosofo francese Pierre Dardot e il sociologo Christian Laval la chiamano “Nuova ragione del mondo”, titolo del loro libro edito DeriveApprodi, quella razionalità neoliberista che imperversa il mondo ed erige a norma suprema la concorrenza, creando nuove forme di subordinazione. Una razionalità che fagocita la vita stessa e limita la sua sostenibilità, sfruttando ed estraendo sempre più risorse, siano esse umane o naturali. 

La pandemia ha dimostrato che la logica neoliberale non è più sostenibile e che un ritorno alla cosiddetta normalità non è auspicabile, oltre che altamente nocivo. L’eterna corsa al consumo e alla crescita economica infinita si scontra inevitabilmente con la crisi ambientale imminente. A tal proposito, il professore Ambrogio Santambrogio, autore del libro “Ecologia sociale. La società dopo la pandemia”, edito Mondadori Università, afferma: «Se vogliamo cambiare il nostro modo di vivere il pianeta, dobbiamo cambiare la struttura dei nostri rapporti sociali. Insisto sul punto: è la logica di consumo compulsivo e insensato tipica del neo-liberismo che porta con sé il consumo altrettanto compulsivo e insensato delle risorse naturali e che, soprattutto, produce povertà insopportabili. Il problema ecologico e quello della povertà sono, in sostanza, lo stesso problema».

La teoria dell’ecologia sociale appare ancor più interessante alla luce degli effetti economici e sociali della pandemia, come l’aumento della povertà e delle diseguaglianze. Un quadro non certo edificante se sommato al problema ecologico. Gli anni a venire saranno decisivi per invertire la rotta del cambiamento climatico e del degrado ambientale. Dovranno essere prese decisioni fondamentali per le generazioni future, pur mancando una qualsiasi consapevolezza dei limiti oggettivi del nostro pianeta. Continuare sulla strada già segnata della logica iper-consumistica ci condurrà all’”impensabile” di cui parlava Bookchin. 

Rebecca Graziosi

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