lavoratori tech alziamo la testa
Fonte: Rawpixel Ltd from Getty Images Pro

I lavoratori Tech sono una classe operaia. Sono in mezzo a noi, anche se spesso non li vediamo. Sono le persone che lavorano con la tecnologia o che subiscono la tecnologia sul proprio lavoro. A volte non sanno neppure di rientrare in questa categoria, che non dispone di un inquadramento normativo adeguato e di una coscienza di sé.

Nel maggio 2020 è nata la sezione italiana di Tech Workers Coalition, che si definisce «un’organizzazione informale, indipendente e democratica che supporta sia individualmente che collettivamente i tech worker nel sensibilizzare e organizzare i propri colleghi per raggiungere obiettivi comuni». Fa parte di una rete internazionale, orizzontale e decentralizzata. Di recente abbiamo parlato con un portavoce di Tech Workers Coalition Italia per approfondire.

Chi sono i Lavoratori Tech?

«Siamo programmatrici, rider, magazzinieri, ingegneri, sistemiste, grafici, copywriter, personale di servizio e di cucina. Siamo persone di ogni età, genere e livello di esperienza. Senza di noi l’industria della tecnologia non esisterebbe, né in Italia né nel resto del mondo. Tech Workers Coalition esiste per darci voce, diritti e forza» – si legge sul sito di TWC Italia. Un’intersezionalità delle figure professionali, delle tematiche e delle rivendicazioni, storicamente legata al mito fondativo del dialogo che nacque tra lavoratori del comparto tecnologico di Google e dipendenti dell’azienda a cui fu esternalizzato il servizio di mensa.

TWC si struttura in spazi digitali di analisi, riflessione e confronto. Ci sono i Gruppi di Lavoro, che procedono con l’aggiornamento sui passi avanti dell’organizzazione. Poi i Gruppi di Studio, per la trasmissione di documenti, testi e basi teoriche, provvedendo alla costruzione della consapevolezza del “qui e ora” di ciascuno. Infine, i Meeting fungono da ritrovo tra i membri e da assemblee. Il prossimo si terrà il 7 febbraio alle ore 15 su Jitsi.

Un altro momento importante è rappresentato dai Workshop: a partire dall’esperienza sul campo di alcuni si cerca di trasmettere conoscenze, tecniche e casistiche. Ciò con l’obiettivo di mettere a disposizione dei partecipanti una base da cui partire anche per avviare il processo di sindacalizzazione. «Nelle grandi aziende di consulenza, però, non c’è penetrazione sindacale. Stiamo avviando un lavoro di conoscenza della parte freelance, perché a volte viene tralasciata, soprattutto per quelle parti che lavorano nel settore sviluppo (grafica, copywriting, ecc..)». Il dialogo con i sindacati è avviato e trasversale, le interlocuzioni in corso d’opera: c’è condivisione di dati e studi da un lato, esperienza in loco dall’altro.

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Un’immagine da una manifestazione di protesta di alcuni lavoratori Google. Fonte: futuroprossimo.it

Cooperative e Sindacalizzazione

Si legge sul sito: «Il metodo più sicuro per far rispettare e ottenere nuovi diritti sul posto di lavoro è la contrattazione collettiva. I sindacati sono uno degli strumenti storicamente più efficaci a disposizione delle lavoratrici per portare avanti questo tipo di trattative di interesse della collettività». Perché il lavoratore tech che scrive un algoritmo deve sapere che quell’algoritmo andrà a impattare sulla vita di un altro lavoratore e che entrambi sono dei tech worker. Alcune decisioni, un tempo mediate dai corpi intermedi, ora vengono delegate alle macchine, ma le responsabilità restano politiche. Questi lavoratori del digitale e dell’informazione sono profondamente immersi nel XXI secolo ma non rinnegano le metodologie più antiche di contrattazione collettiva. «Per noi, anche soltanto creare una coscienza collettiva, sarebbe un passo avanti rispetto alla situazione attuale. I contratti ci sono, ma non vengono applicati. È proprio la conoscenza del diritto che manca. Nelle grandi aziende si punta spesso alla contrattazione individuale e alla competizione piuttosto che alla cooperazione» – dichiara l’intervistato.

Persino le questioni più spinose e avanguardistiche hanno qualcosa a che fare col secolo scorso. L’intelligenza artificiale, di cui non è ancora stata prodotta una definizione universale e più comunemente viene identificata come quella capacità di cui la macchina ancora non dispone, presenta due caratteristiche: l’adattività e l’autonomia. Tuttavia, alla base del suo funzionamento c’è un essere un umano. Secondo TWC, «le aziende lo sanno benissimo. Tutti quelli che parlano di algoritmi e di intelligenza artificiale essenzialmente sfruttano lavandosene le mani. Quando si decide la parte di retribuzione fissa o variabile di questi servizi, molto spesso viene deciso da un algoritmo – che è stato scritto e pensato da un essere umano che segue delle direttive che gli vengono date».

L’etica viene dettata – letteralmente – da chi detiene il mezzo di produzione. Dal punto di vista dei lavoratori, TWC consiglia di fare attenzione a questo dettaglio e di prediligere attività di cui si condivide la visione. Nel mondo della consulenza informatica vale la pena menzionare l’annosa questione del body rental (il trasferimento del lavoratore da una società A a una società B, pratica di “affitto” che in Italia rientra tra i delitti contro la persona e contro la libertà individuale), diffusa all’estero nel campo ICT soprattutto per collaborazioni a progetto e partita IVA. I soggetti a rischio sono i più giovani, coloro che hanno bisogno di dimostrare di aver preso parte a progetti per ambire a posizioni di seniority, diventando parte dell’ingranaggio. Quando parliamo dei rider le motivazioni cambiano: si parla di necessità.

Qualche giorno fa, nel corso del seminario “Non solo rider“, si è parlato di sindacati gialli, che – si diceva – hanno provato a siglare un accordo con Assodelivery, l’associazione delle piattaforme di delivery (poi bloccato). Tornano i temi legati allo Statuto dei lavoratori e al lavoro dipendente, con le sue tutele tipiche, intrecciato con il lavoro autonomo. Presente all’incontro online Antonio A. Casilli, autore del libro «Schiavi del clic. “Tutelare l’intutelabile” in un’economia delle piattaforme», in cui si parla di “una scelta volontaria obbligatoria“.

I lavoratori tech sono dei luddisti? TWC ci dice di no. Non sono le macchine a causare lo sfruttamento e, infatti, i tech worker non sono contrari alla tecnologia, ma all’idea che questa possa essere considerata neutra. Come conferma anche il report del MIT (novembre 2020), il problema non sono le macchine, bensì le politiche pubbliche ed economiche messe in campo. Nonché, i pochissimi nomi che governano moltitudini di sigle.

San Francisco, 2017. Fonte: Indybay

Alziamo la testa!

Una sedia ergonomica e 12 ore davanti allo schermo. Staccare, tornare a casa e ricevere la mail del proprio capo che chiede di completare il progetto. Problemi fisici, psicologici (tra gli altri, depressione, ansia, burnout), economici e sociali, difficoltà per i lavoratori tech già esistenti e soltanto acuiti dal lockdown del 2020 e dall’imposizione dello smart working (che, unito alla didattica a distanza, ha gravato sulla dotazione tecnologica delle famiglie). C’è in ballo la questione delle utenze (alcune aziende, per esempio, hanno lasciato il buono pasto per sopperire) e del diritto alla disconnessione, per rendere chiara la distinzione tra vita privata e professionale. Si parla di accesso al software e di reperibilità in fasce ben definite, ma il punto è che non esiste avanguardia che possa indicare il percorso. “Alziamo la testa!” è stata la campagna di lancio di TWC. Dialoghi aperti anche con Università ed Enti di Ricerca, nonché una particolare attenzione rivolta agli universitari.

I tech worker dimostrano una sensibilità femminista ed ecologista. Utilizzano il linguaggio inclusivo, ma la partecipazione non maschile è minoritaria, rispecchiando il mondo del lavoro (seppur crescente nel comparto sviluppo e nel lavoro intellettuale-creativo). «Questo è un problema che sentiamo e ci stiamo interrogando su come permettere a questi gruppi di emergere sia all’interno dei posti di lavoro che nella nostra organizzazione. Al momento, nel gruppo degli organizzatori siamo tutti maschi, non tutti etero certo, ma stiamo affrontando il tema» – unitamente a quello della riduzione di incisività delle tecnologie sull’ecosistema mediante il riuso, delle cooperative che utilizzano energia rinnovabile e del trade-off tra rispetto dell’ambiente/privacy/costo.

Professioni così trasversali non hanno un unico ministero di riferimento, gli interlocutori sono molteplici. Un tech worker tipico in Italia viene inquadrato come metalmeccanico o come lavoratore del commercio (nel terziario), poi stampatori e addetti alle telecomunicazioni: «nelle istituzioni c’è poca gente che capisce l’entità e le problematiche. Dovrebbe essere patrimonio comune perché tutti abbiamo un monitor e uno smarphone». Intanto i GAFA (Google, Apple, Facebook e Amazon) e i nuovi Tik Tok, Zoom e Spotify non si dichiarano contrari a una regolamentazione, ma preferirebbero che fosse “equilibrata”. Sul versante social media, da un capo all’altro del planisfero, i tempi iniziano ad essere maturi per una discussione che affronti il tema dell’intervento pubblico, dove l’ago della bilancia potrebbe essere proprio l’Europa – pur con la pariglia di interessi di Irlanda e Olanda.

Greenpeace

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