bolsonaro indigeni
Fonte: AFP

Con Jair Bolsonaro non c’è mai limite al peggio. Tutto quello che il presidente di ultradestra nazionalista poteva dire o fare per distruggere l’ecosistema amazzonico e assecondare il gioco del capitalismo minerario e agricolo brasiliano (e non solo), è stato detto e fatto. Dalla sottovalutazione, se non connivenza, con i criminali colpevoli degli incendi del 2019, fino alla nuova, incredibile proposta di legge per aprire allo sfruttamento gli stessi territori della foresta pluviale, il disegno autoritario appare fin troppo chiaro. A farne le spese, oggi come ieri, sono i popoli indigeni dell’immensa regione amazzonica.

Bolsonaro e gli indigeni, una storia di odio razzista

Un sito indipendente italiano ha messo a disposizione una collezione di frasi scioccanti di Bolsonaro sulle popolazioni indigene della foresta pluviale brasiliana: si tratta di una vera e propria galleria degli orrori, da cui emerge però con chiarezza l’attitudine del presidente all’esercizio del più marcio odio razziale. La carrellata rimonta persino al 1998, quando il futuro presidente ebbe a esprimere il proprio rammarico per il fatto che il Brasile non avesse saputo sterminare i propri indigeni come invece avevano fatto gli Stati Uniti.

Eppure, non è necessario andare troppo lontano nel tempo, considerato che solo poche settimane fa lo stesso Bolsonaro dichiarava che solo ora gli indigeni stanno lentamente acquisendo la “vera natura” di esseri umani. Un baratro ideologico e dialettico senza fine, dunque, che si completa adeguatamente con un’altra recente affermazione di supremazia sulle popolazioni indigene dell’Amazzonia, pronunciata all’epoca dell’emergenza incendi: “l’Amazzonia è nostra“, aveva detto Bolsonaro poco più di 6 mesi fa, condannando inoltre chi puntava il dito contro l’inadeguatezza del suo governo nel reprimere la deforestazione selvaggia, fenomeno sovrastimato secondo il presidente.

Da parte loro, gli indigeni, attraverso diversi canali ufficiali e non, hanno cercato di far sentire al mondo la propria voce, mettendo in rilievo l’assenza di una tutela legale e persino costituzionale che li preservi dagli attacchi del governo. I rappresentanti di queste popolazioni non hanno esitato a emanare dei veri e propri documenti di denuncia, in cui hanno definito senza mezzi termini “genocidio, etnocidio ed ecocidio” la politica senza scrupoli di Bolsonaro. In particolare, il riferimento è alle ultime iniziative del presidente, tra cui soprattutto lo scandaloso progetto per lo sfruttamento minerario delle terre amazzoniche in cui abitano diverse tribù indigene.

Il progetto di legge sulle miniere

Sì, perché Bolsonaro, prima ancora di farsi tanti nemici, si è creato parecchie amicizie potenti. Una di queste è quella con la lobby del settore minerario, che è prevalentemente interna al Brasile, ma possiede anche agganci internazionali. Accanito neoliberista, Bolsonaro ha sempre sostenuto che il libero gioco produttivo e commerciale sia il segreto per una crescita esponenziale di un’economia brasiliana da tempo in difficoltà. Tra le “soluzioni” nel cilindro di Bolsonaro, un vero e proprio “sogno“, come l’ha definito in una recente farneticazione: un programma di esplorazione mineraria senza freni né confini nelle terre amazzoniche.

Si tratta di un progetto che, peraltro, andrebbe a vantaggio anche di altri capitalisti, come quelli del petrolio e del gas naturale. È chiaro quanto la posizione ufficiale di Bolsonaro e del suo governo, secondo cui la misura andrebbe a vantaggio proprio degli indigeni delle foreste, sia ridicola e insostenibile. Al contrario, la distruzione di un intero ecosistema metterebbe a serio rischio di desertificazione aree immense della foresta più grande del pianeta. E significherebbe la fine anche e soprattutto delle comunità di indigeni che vivono più lontane dal contatto con la cosiddetta civiltà, e che quindi sarebbero più impreparate non solo a far valere i propri diritti costituzionali, ma soprattutto a sopravvivere al di fuori delle proprie terre d’origine.

Uno spiraglio, nell’ordinamento brasiliano, ci sarebbe pure. La rappresentanza etnica degli indigeni potrebbe infatti far valere un diritto di opposizione nei confronti del provvedimento di Bolsonaro, che però non potrebbe tradursi in un vero e proprio veto e dunque avrebbe un impatto politico limitato, di fronte al muro di gomma della maggioranza conservatrice al potere. Anche perché Bolsonaro vuole dare l’impressione di avere riconsiderato l’importanza della questione Amazzonia nella propria agenda politica. Per captare più consenso, ha infatti creato una nuova agenzia di Stato, un Consiglio per l’Amazzonia, ponendovi a capo il vicepresidente Hamilton Mourão, meno intransigente sul tema della deforestazione e del negazionismo dei cambiamenti climatici.

Ipocrisia di Stato e questione amazzonica

Attraverso la creazione di questo nuovo organismo, però, Bolsonaro non fa altro che sviare l’attenzione dal dato oggettivo più importante: nel corso del 2019 ha sottratto continuamente potere ad altri soggetti istituzionali già deputati al controllo della materia ambientale. Del resto, il presidente promuove l'”integrazione” delle tribù di indigeni senza contatto col mondo esterno attraverso l’espropriazione delle loro terre in seguito all’entrata in vigore del nuovo provvedimento sulle esplorazioni minerarie; eppure, come sottolineano i suoi oppositori, non è certo integrazione quella che sradica gli indigeni dai loro luoghi natii e impone loro di vivere di royalties, mentre le ruspe distruggono la foresta.

È questa l’ipocrisia di Stato in nome del profitto che Bolsonaro intende legalizzare attraverso la nuova legge sulle esplorazioni minerarie. Un provvedimento che del resto, guardando anche ai problemi della società brasiliana, non promette nemmeno di aumentare il benessere della società brasiliana. Arricchendo i soliti noti, vale a dire le grandi compagnie minerarie e di idrocarburi, nonché in prospettiva i latifondisti che prenderanno possesso delle terre deforestate in nome dell'”esplorazione”, il governo reazionario sta facendo gli interessi dell’oligarchia socioeconomica, senza prospettive di redistribuzione dei redditi e di occupazione sostenibile sul lungo periodo.

Il Brasile di Bolsonaro continua a essere violento e ultracapitalista, accomodante con i forti e forte con i deboli. Del resto, da un personaggio che vorrebbe confinare in Amazzonia (così parlò lo scorso gennaio) tutti i suoi oppositori ambientalisti, non ci si può aspettare altro che il peggio.

Ludovico Maremonti

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Nato a Napoli 29 anni fa, ho conseguito la maturità classica nello storico Liceo "Sannazaro", quindi la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Attualmente sono dottorando di ricerca in Storia delle Istituzioni presso l'Università "La Sapienza" di Roma. I miei interessi principali sono la geopolitica e il diritto internazionale, ma non dimentico di guardare anche ai problemi (e ai pregi) della mia terra.

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