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Better Call Saul 5: la recensione della stagione 5 che ha fissato nuove vette nella narrazione seriale

La quarta stagione di Better Call Saul si era conclusa con l’intenzione chiara di  Jimmy McGill di trasformarsi definitivamente in Saul Goodman, una strada preannunciata che, lo sapevamo, ci avrebbe preparato ad una quinta stagione a dir poco scoppiettante. Così è stato: Vince Gilligan ci ha regalato ancora una volta vette di altissimo cinema, bolidi di tensione che ci hanno fatto tremare i polsi e battere il cuore, dopo che già con Breaking Bad, lo stesso autore, aveva rivoluzionato la narrazione seriale, e oggi, con Better Call Saul, detta una nuova cima non solo narrativa ma soprattutto tecnica.

Ogni sequenza di Better Call Saul, infatti, non è un mero esercizio di stile, una masturbazione aristica, un’esibizione autoreferenziale di perizia cinematografica, bensì, ogni scelta tecnica appare come la miglior soluzione per esaltare e sublimare gli eventi mostrati su schermo.
Peter Gould e Vince Gilligan attraverso le loro inquadrature, mediante delle precise scelte cromatiche, tramite ragionati movimenti di camera, attraverso la loro padronanza dell’apparecchio cinematografico – frutto di un vero e proprio caso di possessione artistica – sono in grado di rendere straordinarie anche le vicende più semplici suscitando tensione, inquietudine, attesa, catturando completamente lo spettatore.

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Gustavi Fring e Mike di Better Call Saul

Better Call Saul 5: la grandezza dei personaggi

Tutti i protagonisti scritti da Vince Gilligan e Peter Gould affrontano delle vere discese agli inferi, nelle parti più recondite dell’animo umano, aree dissimulate e fuse nell’ambito delle complicate relazioni economiche, nelle apparenze sociali e negli invisibili giochi di potere. Tutto in nome di uno stato rarefatto di civiltà, fondato sulle fragili istituzioni moderne, sul claudicante progresso tecnico, e su un benessere sempre più evanescente per ampie fette della popolazione.

Gilligan non perde occasione di dimostrarci questa fragilità e mostrarci che in realtà siamo animali, avidi, furiosi, sedotti dalla primordiale volontà di dominio.
I protagonisti delle sue creazioni, non a caso, sono uomini preda dei rimorsi e dei tormenti morali, delle norme sociali, che a volte smarriscono il senso di queste regole, venendo sedotti dalla possibilità di dominio, che si configura come un esercizio della propria autorità e del potere sull’altro.
“Perché mi dovrei accontentare del tuo lavoro” dice Saul infuiato contro Hamlin che gli offre un posto nel suo studio “io posso far tutto, cose che nemmeno immmagini”.
E proprio con quella frase, nella 5×08, che la crepa nel mondo sociale di Jimmy diventa voragine, in cui sprofonda, diventando Saul. Lucifero è definivitamente caduto dal triste e civile paradiso terreno della buona convinvenza civile franando negli inferi della suprema egemonia, sovvertendo la sua bussola morale – da sempre, in verità, abbastanza difettosa.
Vittima della sua stessa intelligenza, Saul compende che può avere di più, trasformarsi da preda in predatore, in qualcosa di molto simile all’uomo di successo che sperava di diventare. Seguendo le norme sociali e legali della buona convivenza, invece, non può davvero esprimere se stesso, raggiungere i suoi obiettivi, abbeverare la sua indole animale.

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Sal in una scena della quinta stagione
fonte: Netflix

Saul Goodman insinua domande pericolose nello spettatore

Ecco che Better Call Saul (qui la recensione di El Camino) diventa una storia drammatica, non tanto nello stile o per gli eventi mostrati, ma per le domande pericolose che insinua nello spettatore, domande che tangono il rapporto con l’altro e con il mondo sociale tutto.
Saul, infatti, è un personaggio che attraverso il suo agire abbraccia appieno il suo libero arbitrio, rivoltandosi contro le costrizioni sociali, politiche, culturali, professionali del suo ambiente. Diventa un uomo che non reagisce più passivamente agli eventi, ma ha coraggio di tracciare il suo destino in barba alle etichette, ai veti pratici, ai giudizi degli altri.
Difatti, arrivati alla quinta stagione, Jimmy non vuole più convincere Haimlin di meritare il posto nell’HMM (come nelle prime stagioni), non vuole convincere più Kim di essere un uomo eticamente immacolato, non ha più bisogno di dimostrare simbolicamente al fratello di valere quato lui, anzi: lui si divincola da gioco del suo reticolo sociale, lo aggira, arresta l’inerzia che stava guidando la sua biografia imponendo la sua volontà.

Si dice che identità sia il compromesso tra una valutazione soggettiva e un’altra oggettiva, in Saul, come in Walter White di Breaking Bad, l’identità ha il baricentro nella loro dimensione soggettiva.
Tutti i protagonisti di Gilligan sono, quindi, intuitivi, perspicaci, geni incompresi che, per qualche motivo, nel tetris dei rapporti sociali ed economici, sono stati relegati a un ruolo di secondo piano. Ma sono comunque personaggi ostinati, resilienti, individui che lottano per affermare la propria individualità e i propri desideri prendendosi la responsabilità delle proprie scelte.

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La complicata storia tra Jimmy e Kim

Insomma, Better Call Saul è una storia di liberazione. Jimmy, come un credente, paga una colpa ascritta fin dalla nascita, quella di essere il fratello meno talentuoso di un grande avvocato di successo, un peccato originale il cui marchio offusca anche i suoi pochi, ma abbacinanti, sprazzi di luce.
Saul quindi diventa un eretico almeno dal punto di vista laico, smette di credere nella collettività, nelle norme posticcie del mondo di superficie, e traccia la sua strada oscura. Oscura perché creata nell’ombra, scavata come un tunnel al riparo degli sguardi altrui; luogo dove può erigere dalle fondamenta, mattone dopo mattone, la sua identità, mentre gli altri sono troppo occupati a comprendere le regole del gioco.

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Concludiamo questa recensione di Better Call Saul dicendo che le storie sono in grado di ispirare, suscitare consapevolezze, e Vince Gilligan ha lasciato in dote un’eredità al cinema difficile da quantificare. E ancora una volta ci ha fatto innamorare e comprendere l’importanza della narrazione di fiction che è in grado di esprimere, tramite immagini, angolature dei sentimenti umani che a parole sarebbero impossibili da esprimere.

Enrico Ciccarelli

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