Africa One: la storia di James e l'importanza dell'unione
Fonte immagine: Facebook / Africa 1

Africa One è un progetto nato con lo scopo di sconfiggere il senso di solitudine che molto spesso unisce chi viene abituato a sentirsi “diverso” e “altro” all’interno di un Paese che non è ancora in grado – o che non vuole – riconoscere l’esistenza e il valore di determinate persone.

James è un attivista, fondatore dell’associazione. Dopo aver lasciato il Senegal ed essere arrivato in Italia si è ritrovato a vivere nella clandestinità: senza documenti, ha girato il Paese dormendo per strada in una situazione resa ancora più aspra dall’introduzione del reato di immigrazione clandestina con la legge Bossi-Fini. L’esperienza che più lo ha segnato è stata lavorare come bracciante nei campi di pomodori in provincia di Foggia. I campi che da anni sono diventati teatro dello sfruttamento dei lavoratori migranti, con esiti spesso tragici. Lo stesso James ha visto delle persone morire davanti a lui.

L’attivista ha vissuto in una casa abbandonata, senza luce e senza acqua. Per una giornata di lavoro, durante la quale rischiava di morire sotto al sole cocente, riceveva un pagamento pari a 15 euro. A questi però andavano tolti 5 euro per poter mangiare – il cibo poteva essere comprato solamente presso chi si occupava di gestire le case occupate – e altri 5 euro per pagare il passaggio in auto che gli serviva per raggiungere il luogo di lavoro.

La rivoluzione, per James, ha avuto inizio in quei campi, in quelle case abbandonate. Mentre si trovava a Foggia ha avuto modo di parlare con altri lavoratori, che hanno condiviso le loro storie con lui. Tante erano le problematiche: dal cibo scaduto che veniva venduto loro cambiando la data, al grave disagio socio-economico in cui erano costretti a vivere. James ha deciso di denunciare quanto stava accadendo, arrivando a scontrarsi con i gestori delle abitazioni.

Quali erano i tuoi pensieri mentre ti trovavi a Foggia? Hai mai avuto paura per la tua vita?

«Dopo aver vissuto senza documenti e senza lavoro non avevo più paura di niente. Morire non sarebbe stato peggio di tutto quello che stavo vivendo. Sono sempre stato contro alle ingiustizie.»

Proseguendo, l’attivista ha raccontato: «Dopo quello che ho passato a Foggia sono tornato a Milano. Mi sono trasferito a San Siro, in una casa occupata. In quella zona, ho conosciuto il centro sociale Cantiere e ho iniziato a seguire il movimento contro il razzismo. Mi sono sentito integrato.»

Grazie al centro sociale e al progetto SMS (Spazio di Mutuo Soccorso), James ha trovato una sistemazione in seguito allo sgombero dall’appartamento occupato. Col tempo è riuscito a stabilizzarsi: ha cominciato a lavorare in un supermercato e ha trovato una casa. Ciò che gli ha dato la forza per non arrendersi è stata la determinazione unita alla voglia di cambiamento. Le sue esperienze, infatti, lo hanno spinto a voler aiutare le altre persone.

Com’è nato il progetto Africa One?

«Sono partito insieme a un’associazione senegalese, in collaborazione con il Cantiere. Cercavamo di parlare con i sindaci quando accadevano episodi di razzismo. Per esempio, nel 2018, è stato ucciso un ragazzo senegalese a Corsico. Mi sono presentato mentre c’erano anche le autorità senegalesi. Nonostante avessi spiegato di essere un attivista, non volevano farmi entrare. A un certo punto è arrivato Isak (attivista politico) ed è così che ci siamo conosciuti. Lui è stato molto importante per me, mi ha fatto venire voglia di fare qualcosa di ancora più grande. Così ho iniziato a organizzare eventi insieme ad altri attivisti e artisti: dalle sfilate di moda con stilisti africani ai dibattiti – nei quali coinvolgevamo gli immigrati, le seconde generazioni e gli italiani. Fino alle collaborazioni con diverse iniziative, come l’Abba Cup (festival dedicato all’antirazzismo). Il nome del movimento, all’inizio, era Real Face Africa.»

Cosa ti ha portato a fondare l’associazione Africa One?
«Lo scopo di Africa One è unire le persone, creare unità e solidarietà. Non volevo che altri fratelli e sorelle passassero ciò che ho vissuto sulla mia pelle, ho sempre sognato di fare qualcosa. Ho cominciato ad andare in Centrale (stazione di Milano, nda) insieme ai miei amici, per portare del cibo a chi dorme in strada. Ho capito che queste persone avevano bisogno di parlare dei loro problemi. O semplicemente di fare quattro chiacchiere. Ad alcuni ho chiesto il numero di cellulare e ho creato un gruppo di WhatsApp per poter parlare tutti insieme. Erano in tanti a voler entrare nel gruppo

Pensi di essere riuscito a creare dei legami forti grazie al progetto?
«Sì, grazie al progetto sono nati dei legami molto forti. Tramite il gruppo alcune persone sono riuscite a trovare casa, altre hanno trovato lavoro. È nato uno strumento di sostegno reciproco. L’unione è d’aiuto per non vivere la solitudine. Quando una persona soffre è difficile ricevere aiuto, riuscire a farsi capire dagli altri, per questo motivo in molti finiscono con l’avere problemi di salute mentale o compiere crimini. In Italia c’è ancora molta superficialità quando si parla di migranti e ci si concentra solo sull’immigrazione clandestina, sull’illegalità. Non si pensa ai problemi familiari, economici, alla rabbia. Vivere senza documenti vuol dire andare in rovina, è peggio della schiavitù: le persone si ritrovano a essere bloccate in un Paese senza poter avere un’esistenza “normale” – trovare un lavoro e una casa – e nessuno ne parla. Perciò vogliamo avere voce.»

Tu credi nel cambiamento? Secondo te riusciremo ad avere una maggiore sensibilizzazione riguardo questi temi in Italia?
«Io credo che in Italia ci sarà un cambiamento. Credo a tutto perché sono partito da zero. Non posso perdere niente perché sono nato povero. Perciò penso che arriverò ovunque io voglia andare. Il cambiamento ci sarà perché c’è la rabbia e c’è una seconda generazione che sta andando avanti. Se mia figlia dovesse rischiare di vivere quello che ho vissuto io, sono sicuro che si ribellerà. Le nuove generazioni non intendono avere lo stesso passato dei genitori. Al momento il governo italiano non è pronto per una generazione lontana dall’idea di un’Italia esclusivamente “bianca”. Questo succede anche a livello artistico. Devono capire che c’è una nuova Italia. Credo nelle nuove generazioni e nella loro rivoluzione.»

Cindy Delfini

Classe '97, Milano. Studio scienze Politiche, Economiche e Sociali, con un forte interesse verso i diritti civili. Sono appassionata di arte nelle sue diverse forme di espressione: musica, danza, cinema, serie TV, letteratura.

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