LeBron James

Se dovessimo tenere il conto di tutte le cose (sportivamente) straordinarie che LeBron James è riuscito a fare da quando ha messo piede per la prima volta nel basket professionistico quindici anni fa, non basterebbero le dita né delle mani né dei piedi di una dozzina di persone. Ne abbiamo viste di cose straordinarie – e ne vedremo ancora. Abbiamo assistito a momenti che resteranno sempre scolpiti nell’immaginario collettivo. Ma se dovessimo chiedere a lui qual è stato il momento migliore della sua vita da quel famoso 26 giugno 2003, giorno in cui David Stern lo chiamò sul palco del Madison Square Garden come numero uno del draft, lui non avrebbe dubbi: lunedì scorso.

Oggi da telespettatori e appassionati di pallacanestro è facile ammirare la grandezza di quel che viene globalmente riconosciuto come il miglior giocatore del mondo. Dotato di un corpo benedetto dalle acque del fiume Stige – per intero, a differenza di Achille – e di una completezza di gioco ancora più rara. La storia di LeBron James ‘from Akron Ohio, the inner city’ sembra essere la sceneggiatura di un meraviglioso film hollywoodiano, in cui il protagonista-eroe dall’infanzia travagliata è destinato a raggiungere le vette più alte del paradiso.

Ma non è così.

E se ci pensate, se ci pensiamo, le probabilità che LeBron James divenisse The Chosen One erano vicine allo zero, mentre quelle che potesse divenire qualcos’altro erano decisamente più alte. Meno regale e legale. E, certo, questo non fa altro che accrescere l’epicità del mito, di colui che ce l’ha fatta. Il punto è che sarebbe potuto bastare una minima cosa per cambiare per sempre la storia non di colui che è divenuto tre volte campione NBA ma di un bambino che ha intrapreso una strada senza via d’uscita. E lui lo sa perché in quarta elementare ha saltato 84 giorni di scuola, perché non aveva i mezzi con cui arrivarci. Lo sa perché ne ha visti di ragazzi che sono cresciuti come lui prendere l’altra uscita del bivio, quella più facile, quella che lo Stato dovrebbe aiutare ad evitare.

LeBron James è sì il migliore giocatore al mondo ma, prima di tutto, prima della 23, della gara-7 ad Oakland, delle medaglie d’oro olimpiche, delle decine di milioni di dollari sul conto in banca e prima ancora della pallacanestro, è un bambino cresciuto da una madre 16enne e senza un padre, in povertà assoluta. E quando sua nonna morì e lui aveva solo cinque anni, la sua casa fu dichiarata inagibile dal comune e così iniziò il primo di una lunga serie di traslochi. Tra i cinque e gli otto anni, lui e sua madre cambiarono casa ben dodici volte. La palla a spicchi non esisteva nei pensieri del piccolo LeBron, perché c’era qualcosa di ben più importante a cui pensare: “Dove diavolo avremmo dormito la notte? Come avrebbero fatto per mettere qualcosa sotto i denti?” [intervista a 60 minutes].

Prima del mito, c’è l’uomo. L’uomo che conosce la povertà, le difficoltà e le ingiustizie di un paese in cui una persona meno abbiente non ha diritto né ad un’università di alto livello né a delle cure mediche di tutto rispetto. E dove non arriva l’operato dei politici, arriva allora lui.

James, ‘approfittando’ della mole enorme di seguito del quale dispone (oltre 100 milioni di followers), riesce sempre a mettere una luce maggiore su argomenti importanti, esponendosi in prima persona per comunicare le proprie idee su argomenti delicati come razzismo, equità sociale, episodi di violenza, ecc… Lo scorso inverno, criticando l’operato del Presidente degli Stati Uniti in carica, era stato attaccato da una giornalista di Fox News (agenzia di stampa molto vicina al mondo repubblicano) Laura Ingraham che gli aveva consigliato in parole spicciole di “stare zitto e giocare a basket”. La risposta non si fa attendere con un post su Twitter ed Instagram: I am more than an athlete. Io sono più di un semplice atleta.

Una dichiarazione importante, lapidaria del ruolo che LeBron sente di essere investito in qualità non solo di personalità di spicco della società americana ma di uno di quelli che è riuscito a sovvertire le sorti del proprio destino in un ambiente ostile. Un ruolo di cui lui non ha mai avvertito il peso, spinto da una motivazione troppo importante: make the difference. Non solo in campo, dove tra l’altro ha mantenuto la promessa di portare un titolo a Cleveland, primo nella storia della franchigia ma anche fuori dal campo. Grazie alla LeBron James Family Foundation centinaia di ragazzi vengono aiutati nel loro percorso scolastico, accompagnati fino al diploma. Nel 2014, il numero di bambini definiti a rischio che venivano sostenuti dalla fondazione si aggirava attorno agli 800.

L’ingresso della I Promise School che aprirà i battenti a settembre

Lunedì scorso con l’inaugurazione della I Promise School questo progetto è divenuto ancor più reale. La collaborazione tra la fondazione di James e Akron Public Schools di Akron ha permesso l’edificazione di una scuola pubblica che accompagnerà 240 studenti della 3rd e 4th grade (equivalente della terza e quarta elementare, età 8-9 anni) nel loro percorso scolastico fino alla laurea, grazie ad una partnership con la University of Akron. Entro il 2021 saranno prese in considerazione tutte le classi. I ragazzi, perché considerati a rischio, verranno seguiti dalle 9 del mattino fino alle 5 del pomeriggio all’interno di un percorso scolastico che durerà di più rispetto a quelle delle normali scuole pubbliche. L’organizzazione prevede:

  • lezioni gratuite;
  • uniformi gratuite
  • biciclette e relativi caschi gratuiti (ad personam);
  • trasporto gratuito entro le due miglia;
  • colazione, pranzo e snack gratuiti;
  • una dispensa di cibo gratuito per le famiglie;
  • un centro per dare un lavoro ai genitori dei ragazzi;
  • Una borsa di studio garantita all’Università di Akron per tutti coloro che si diplomeranno

L’obiettivo è creare un ambiente che possa aiutare i ragazzi a crescere serenamente e dare loro un futuro. Un obiettivo nobile di un uomo che siamo abituati a relazionare alla pallacanestro ma che è molto di più. E ancora una volta l’ha dimostrato. God bless you, LeBron James.

Michele Di Mauro

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