Cronaca di un ecocidio a Gaza
Foto di Rachel Claire: https://www.pexels.com

Cosa resta di Gaza? Cosa resta del popolo palestinese? A due anni dall’attacco di Hamas a Israele, è lecito e al contempo necessario porsi tali quesiti. Le immagini che giungono dal Medio Oriente basterebbero a dare una risposta chiara, una sentenza terrificante. Genocidio ed espulsione forzata di massa, distruzione sistematica di qualunque edificio, persino di quei pochi ospedali utili a dare un minimo di assistenza (non sufficiente) ai feriti. Ma Hamas, secondo il racconto israeliano, è ovunque: nei palazzi governativi, nelle scuole, sotto gli ospedali, persino negli orti e nei frutteti. Si, proprio così. Secondo l’IDF, le Forze di Difesa Israeliane, «Hamas spesso opera all’interno di frutteti , campi e terreni agricoli». E ancora «L’IDF non danneggia intenzionalmente i terreni agricoli e cerca di prevenire l’impatto ambientale in assenza di necessità operative». I fatti dicono il contrario. La realtà non è mai stata tanti tangibile: questa è la cronaca dell’ecocidio di Gaza.

Definiamo “ecocidio”

Nel 2021 il gruppo di esperti indipendenti dell’organizzazione Stop Ecocide International lanciò una proposta di definizione consensuale di ecocidio come crimine internazionale. Ai sensi dell’Articolo 8 ter. del progetto di emendamento presentato nello stesso anno allo Statuto di Roma, il trattato internazionale istitutivo della Corte penale internazionale, con il termine ecocidio «si intendono atti illeciti o sconsiderati commessi con la consapevolezza che esiste una sostanziale probabilità di danni gravi, diffusi o a lungo termine, all’ambiente causato da tali atti».

La storia di questo termine ha però radici più remote. Nel 1970 l’espressione ecocidio venne coniata per la prima volta da biologo Arthur Galston in occasione della Conferenza Congressuale sulla Guerra e sulla Responsabilità Nazionale. All’epoca Cambogia e Vietnam erano al centro dell’attenzione globale a causa di due delle guerre più atroci di sempre. Tra il 1962 e il 1971, l’esercito americano utilizzò l’erbicida defogliante denominato “Agente Orange” come arma per rivelare la presenza dei Viet Cong nelle aree agricole vietnamite. Le stime indicano che in poco meno di dieci anni furono rilasciati circa 48 milioni di litri di questo veleno contenente diossine sul territorio vietnamita. E proprio gli effetti delle diossine, sostanze chimiche tossiche che persistono nell’ambiente e si accumulano nella catena alimentare, che ha contaminato e (a distanza di 50 anni) continua a contaminare il Vietnam e la Cambogia, descrivono perfettamente in significato di ecocidio. I due Paesi del sud est asiatico pagano ancora gli “atti illeciti e sconsiderati” commessi dall’esercito americano. Oltre a desertificare i terreni, rendendoli sterili e incoltivabili, l’Agente Orange è stato ed è ancora causa di gravi malattie, anche nelle nuove generazioni. L’operazione militare “Ranch Hand” approvata dall’allora Presidente Kennedy, ha quindi provocato “danni gravi, diffusi o a lungo termine, all’ambiente” e alle persone.

Nel 2024 il Parlamento europeo adottò la nuova direttiva sul “Ripristino della Natura“, un regolamento che impone ai Paesi UE l’elaborazione e l’adozione di piani di ripristino ambientale su scala nazionale. Il documento approvato il 27 febbraio dello scorso anno ha introdotto per la prima volta il crimine di ecocidio. Un “qualified criminal offence” che include:

  • la distruzione o un danno diffuso e sostanziale, irreversibile o duraturo, a un ecosistema di notevoli dimensioni o valore ambientale o ad un habitat all’interno di un sito protetto;
  • danni diffusi e sostanziali, irreversibili o duraturi, alla qualità dell’aria, del suolo o dell’acqua.

Cosa sta accadendo a Gaza?

Il 29 marzo 2024, Forensic Architecture, agenzia di ricerca che utilizza tecnologie digitali al fine di indagare su crimini di guerra e violazioni di diritti umani in tutto il mondo, pubblicò l’articolo “Nessuna traccia di vita: l’ecocidio di Israele a Gaza 2023-2024” con il quale si attestava «il sistematico attacco a frutteti e serre da parte delle forze israeliane dall’ottobre 2023». Già nel 2014 gli agricoltori palestinesi assistevano inermi (e sotto tiro dei cecchini dell’esercito israeliano) alla distruzione di raccolti irrorati con erbicidi tossici. Dieci anni più tardi la situazione è tragicamente peggiorata.

Prima del 7 ottobre il 40% del territorio di Gaza era occupato da coltivazioni di vario genere. Secondo una recente analisi delle Nazioni Unite solo l’1,5% di quelle terre è tuttora accessibile e intatto. Circa 200 ettari e 2 milioni di persone da sfamare. Non solo i terreni agricoli. Le immagini satellitari hanno inoltre rivelato che dopo l’inizio delle ostilità nel 2023, oltre il 90% del bestiame è stato sterminato. Per Hamza Hamouchene, ricercatore, attivista ed esperto di diritti umani, «A prima vista, potrebbe sembrare fuori luogo o addirittura inappropriato scrivere di questioni climatiche ed ecologiche nel contesto del genocidio in corso a Gaza. Tuttavia, ciò che si sta verificando a Gaza non è semplicemente un genocidio: è anche un ecocidio, o quello che alcuni hanno descritto come un olocidio: l’annientamento deliberato di un intero tessuto sociale ed ecologico».

La distruzione passa anche dalle “zone cuscinetto” che l’IDF espande in maniera costante a danno della popolazione palestinese. In questi territori infatti sono, o meglio, erano presenti la maggior parte dei terreni coltivati della Striscia. Da decenni l’esercito di Israele abbatte anche gli oliveti palestinesi che da soli rappresentano il 14% dell’economia dello Stato. Un piano preciso atto a demoralizzare e affamare ancor di più il popolo della Palestina. Ma l’agricoltura non è il solo settore ad essere preso di mira da Israele.

Come affermato dal report “Environmental impact of the conflict in Gaza” dell’UNEP, l’attacco israeliano in Palestina ha causato il collasso degli impianti dediti al trattamento delle acque reflue, comportando il deflusso di esse nel Mar Mediterraneo e nelle falde acquifere da cui viene prelevata l’acqua per l’irrigazione dei campi. Contaminanti rilasciati anche dalle enormi discariche di rifiuti improvvisate in tutto il territorio. E, purtroppo, non finisce qui. Le macerie di edifici, spesso contenenti amianto, gli armamenti abbandonati, le munizioni utilizzate durante i conflitti armati, rilasciano nel suolo e nelle acque inquinanti quali piombo, rame, manganese, composti di alluminio, mercurio e uranio impoverito.

In un articolo pubblicato il 2 settembre sulla rivista The Ecologist, lo scienziato e direttore del Palestine Institute for Biodiversity and Sustainability, presso l’Università di Betlemme, Mazin Qumsiyeh ha fotografato in maniera perfetta ciò che sta accadendo a Gaza: «Il degrado ambientale non è casuale. È intenzionale, prolungato e mirato a infrangere la saldezza ecologica del popolo palestinese». Tutto ciò è accaduto e continua ad accadere sotto gli occhi della comunità internazionale, sotto gli occhi dei democratici Paesi occidentali, sotto i nostri occhi. Mentre il popolo palestinese subisce gli effetti tremendi di una persecuzione che passerà alla storia come uno dei maggior delitti nei confronti dei diritti umani, i Governi occidentali auspicano l’attuazione di un “piano di pace” che ignora totalmente il volere del popolo della Palestina e con il quale si cerca di coprire tutto ciò che di orribile è stato fatto fino a oggi. Le conseguenze dell’ecocidio perpetrato a Gaza saranno tutte a carico dei palestinesi. Chi invece ha attuato tale distruzione continuerà ad essere giustificato, fiancheggiato e finanziato dal “mondo civilizzato”? Una domanda lecita di cui già conosciamo la triste risposta.

Marco Pisano

Marco Pisano
Sono Marco, un quasi trentenne appassionato di musica, lettura e agricoltura. Da tre e più anni mi occupo di difesa ambientale e, grazie a Libero Pensiero, torno a parlarne nello spazio concessomi. Anch'io come Andy Warhol "Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare". Pace interiore!

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