È così poetica la capacità che abbiamo di rinnegare noi stessi. Una caratteristica tutta italiana, quella di raccontare – e raccontarsi – favole, con un velo di speranza e un pizzico di ipocrisia. Siamo il Paese della critica facile, dell’indignazione e della condanna, ma siamo allo stesso tempo il Paese della leggerezza e della solidarietà all’occorrenza. 

Gli episodi di Inter-Napoli hanno elevato ognuno di noi a giudice supremo delle condotte altrui, nel solco di una intramontabile tradizione. Siamo stati pronti a puntare il dito verso i beceri cori provenienti da una piccola fetta di misero popolino, dimenticando, però, che il razzismo non si combatte seduti sul proprio divano. La soluzione risiede nell’esercizio quotidiano della cittadinanza mondiale, attraverso quei gesti di inclusione che azzerano qualsiasi disuguaglianza. E invece, ci indigniamo per i cori contro Koulibaly, ma poi nel nostro piccolo facciamo di tutto per acuire le differenze, rimarcare le razze (termine quantomai fuori luogo), abbattere diritti. E questo, l’ipocrita 2.0 lo fa già in cabina elettorale, regalando la propria preferenza a chi prima fomenta l’odio e poi, in diverse sedi, veste i panni da buonista per raccogliere ulteriori preferenze. Contraddizioni, infinite, alimentate dall’opera tanto del cittadino medio quanto delle istituzioni.  

Tra qualche giorno Juventus e Milan si giocheranno l’ambitissima (cogliere tono ironico) Supercoppa Italiana, che andrà in scena nientemeno che a Gedda, in Arabia Saudita. I motivi della scelta? Sponsor, diritti tv: soldi, insomma. Praticamente, la svendita all’estero di uno spettacolo che dovrebbe esaltare la tradizione sportiva italiana e che dovrebbe consentire a tifosi, rispettivamente di Juventus e Milan, di poter supportare le proprie squadre senza la necessità di dover girare il mondo. E se non bastasse già questo a svilire un trofeo che di per sé non sta godendo di grandissimo prestigio, a rendere la Supercoppa l’emblema dell’ipocrisia all’italiana è stata la notizia secondo la quale interi settori del King Abdullah Stadium sarebbero riservati esclusivamente ad uomini, ed anche laddove sia previsto l’accesso delle donne questo deve essere subordinato all’accompagnamento di un uomo. Ora, che l’Arabia Saudita non sia l’eden della civilizzazione era cosa nota: non a caso il diritto delle donne a conseguire la licenza di guida è stato concesso solo sei mesi fa. La questione, quindi, non vuole ruotare intorno ad una critica rispetto all’approccio che il Medio Oriente adotta nei confronti dell’uguaglianza di genere, perché, purtroppo, fin quando non si tocca la sfera dei diritti umani non si può sindacare su quale trattamento venga concesso alla donna, per quanto anacronistico questo sia. 

Il fulcro della questione risiede piuttosto nell’avvilente contraddizione che si sostanzia nel momento in cui si va a guardare alla questione in esame e la si paragona alle bellissime (ma semplicemente di facciata, a questo punto) iniziative portate avanti in occasione della giornata contro la violenza sulle donne. I campioni della Serie A, in campo con una linea rossa dipinta sul viso, avevano ridato speranza alla lotta in favore di un tema dall’importanza cruciale. Un piccolo gesto, che – per quanto fine a se stesso – era riuscito nell’intento di portare avanti una efficace sensibilizzazione sul tema del femminicidio, completamente svilito dalla scelta di stabilire la sede della Supercoppa in un Paese dove la violenza, se non fisica quantomeno sociale, sulla donna è ordinaria amministrazione. E allora, a che serve rivendicare diritti, portare avanti battaglie solo per il dovere dell’apparenza? A che serve schiavizzarsi alla consuetudine del politically correct se poi, nei fatti, quando i riflettori delle aspettative non sono puntati, non diamo un seguito alle iniziative? 

Dybala con un segno rosso sul viso in occasione della Giornata Mondiale contro la Violenza sulle donne nel 2017. Fonte: Foxsports

 

Patrick Schick in campo con il segno rosso sul viso in occasione della Giornata Mondiale contro la Violenza sulle donne nel 2018. Fonte: Corriere

La questione, poi, diventa addirittura tragicomica quando ad intervenire in un dibattito sempre più politico sono la Boldrini, la Meloni e Salvini. Se vedere le prime due schierate sullo stesso fronte fa comunque un certo effetto, le rivendicazioni in materia sono giustificate dalle battaglie da loro portate avanti in favore dei diritti delle donne. Certo, sulla Meloni il discorso diventa un attimino più complesso, ma non è questa la sede nella quale dibattere di quale “femminismo” sia più giusto. L’ossimoro più evidente è rappresentato, piuttosto, da un Salvini, ormai più tuttologo del web che Ministro degli Interni, che condanna la scelta della Lega Calcio per aver spostato la Supercoppa “a migliaia di km di distanza, in un Paese con dei problemi in cui le donne non possono andare allo stadio a meno che non siano accompagnate”. Critiche quantomai legittime, se non fosse che appena due mesi fa l’irreprensibile milanista (e solo in ultima istanza vice-premier) lo si trovava su Twitter a dedicare messaggi di apprezzamento al neo-eletto presidente brasiliano Bolsonaro, non di certo uno strenuo difensore dei diritti delle donne, anzi. 

 

Coerenza, quella sconosciuta. O semplicemente memoria corta. Le cariche politiche che predicano bene e razzolano male: cosa ci si può aspettare, a quel punto, dal popolo e dalle istituzioni calcistiche? Gli input, che dovrebbero venire dall’alto, sono sbagliati, fuorvianti, contraddittori.

Siamo tutti Koulibaly, almeno fin quando non dobbiamo mettere in discussione la solidarietà nei confronti degli sventurati che affrontano chilometri e chilometri di mare. Diamo voce alle donne, almeno fin quando non dobbiamo alienare la nostra coerenza, barattandola con qualche quattrino che puzza di petrolio. Benvenuti nel Paese delle insanabili contraddizioni.

 

Fonte immagine in evidenza: spaziocalcio.it

 

Vincenzo Marotta


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Politologo, storico, filosofo, economista, giurista. Sono il tipico laureato in Scienze Politiche: un po' di tutto ma nulla in particolare. Salerno la mia bandiera a scacchi, Roma il mio pit stop: attualmente studio Economia e Management Internazionale alla Unint. Faccio parte del coordinamento generale di Libero Pensiero. Caporedattore anche su SpazioJ.