Il giorno della sua presentazione a Firenze, davanti ad un Artemio Franchi pieno in ogni ordine di posto, il suo ingresso sul terreno di gioco sembrava l’incoronazione di Napoleone Bonaparte dipinta da Jacques-Louis David del 1807. Franck Ribery sembrava un semplice sogno d’estate, anche quando è apparso davanti agli occhi dei tifosi della Fiorentina con la sua maglia numero 7 sulle spalle. Anche solo il pensiero che un giocatore di quel livello rifiutasse il più classico dei ritiri dorati in America per giocare in una squadra che ha rischiato la retrocessione solo pochi mesi prima, sembrava pura utopia.

Ma nel momento in cui la Fiorentina ha ufficializzato il suo acquisto qualcuno ha sollevato dei dubbi sul francese, parlando di un Ribery troppo in avanti con l’età per poter tenere i ritmi della Serie A e troppo in ritardo con la preparazione per poter incidere fin da subito, dimenticando erroneamente il particolare più importante, ovvero il livello del giocatore contro cui si stavano accingendo a scommettere. Franck Ribery, nelle ultime stagioni, è stato tormentato da alcuni problemi fisici che per un giocatore che ha superato da un po’ i 30 anni sono quasi di routine, risultando però ugualmente decisivo per il suo Bayern Monaco in diverse circostanze e salutando i bavaresi con un’ultima magia all’Allianz Arena contro l’Eintracht, nel giorno in cui anche il suo “gemello” Robben ha lasciato il calcio.

Ma i campioni non sono tali per una sola stagione o per una singola partita giocata come divinità scese sulla terra a mostrarci quanto questo gioco possa essere meraviglioso. Franck Ribery disegna calcio da ormai 14 anni, quando nel 2005 ritorna in Francia al Marsiglia e gioca talmente bene da guadagnarsi un pass per i Mondiali del 2006, nei quali stava per risultare decisivo con il rigore guadagnatosi in finale. Stava, per nostra fortuna. Ed in tutti questi anni il francese ha reinventato il ruolo dell’esterno sinistro, diventando un regista aggiunto sulla fascia e sfiorando un pallone d’oro nel 2013 che forse avrebbe meritato ampiamente dopo la straordinaria Champions League disputata.

Ribery esulta dopo il gol segnato contro l’Atalanta. Fonte immagine: Getty Images

E Ribery non è venuto qui con quell’aria da giocatore superiore al resto del mondo, al quale è stato chiesto di presenziare in campo e vendere magliette. Il dispiacere dipinto sul suo volto dopo il 2-2 con l’Atalanta è di quelli veri e sinceri, di un giocatore che tiene al risultato della sua squadra e che anche a 36 anni è pronto a dare il 101% in campo. Il suo approccio emotivo, in un gruppo così giovane ed insicuro come quello della Fiorentina è stato encomiabile. Più che un fratello maggiore, una luce nel buio di una squadra che da febbraio non sapeva più vincere e che ha trovato in Ribery non solo un giocatore dal talento cristallino, raro come pochi altri al mondo, ma anche una guida per uscire da un periodo estremamente complicato.

Un giocatore che si prende la responsabilità di portar su quel pallone fino all’area di rigore avversaria e che una volta arrivato lì sa cosa farne, senza buttarlo o rischiare qualcosa che porterebbe a sprecare l’azione. Come durante Milan – Fiorentina, dopo aver intercettato un pallone a centrocampo, quando è sgusciato tra due difensori e si è visto negare la gioia del gol da Donnarumma, nell’azione che ha portato al rigore di Pulgar, il ragazzo a cui ha gentilmente chiesto la sua numero 7, perché se Ribery chiede è giusto anche accontentarlo.

Sin dalla prima partita contro il Napoli, quando i viola si sentono in difficoltà si affidano a quel faro nella notte per ritrovare la strada verso la porta avversaria, e se con gli azzurri e con il Genoa, partendo dalla panchina, non è riuscito a regalare punti alla Fiorentina pur guadagnadosi un rigore e andando vicino ad un altro penalty nella prima partita, da quando è titolare Ribery la Fiorentina ha raccolto 8 punti su 12, pareggiando con Atalanta e Juventus, certamente non avversari di poco conto. Il suo spirito di sacrificio nel reinventarsi nell’attacco a 2 disegnato da Montella lo sta portando a prestazioni di livello assolutamente straordinario ed impensabile, per molti che lo davano come bollito per via troppi anni sulle gambe. E il suo comportamento sulla panchina viola, quasi da allenatore in seconda o da tifoso, è quello che più ci fa capire quanto si sia calato nella realtà della Fiorentina e quanto ci tenga a lasciare il segno anziché essere solo una figura di passaggio in Italia.

La melodia suonata nella notte di San Siro è quella dei grandi artisti, che di poco hanno bisogno per emozionarti. Il gol siglato nel finale di partita, dopo aver eluso l’intervento dei due difensori e fintato il tiro sul secondo palo per chiudere il pallone verso il primo, è di rara fattura, una magia che pur essendo così semplice, eseguita da un mago come Ribery sembra una poesia barocca, piena di esercizi poetici e ricami. E la standing ovation di un teatro del valore di San Siro è il giusto ringraziamento per un’artista che, pur essendo avversario sul campo, è venuto a dipingere calcio nel nostro campionato, per il piacere dei nostri sguardi e di chi sentiva il bisogno di godere un giocatore di questo livello e di questo spessore in una Serie A che sta piano piano riconquistando i fasti di un tempo.

Ma a prescindere dall’impatto tattico e dal valore che un giocatore di quel livello può portare in una squadra e in un campionato, solamente guardare Ribery portare palla e puntare l’uomo ci fa sentire più vicini al calcio in generale, ci allieta il cuore e fa bene ai nostri occhi che troppo spesso sono schiavi della mera tattica. Ribery è ciò di cui aveva bisogno non solo il nostro fantacalcio, ma anche il bambino dentro di noi che ama il calcio e che si innamora dei giocatori tecnici ed eleganti. Quindi non ci resta che dire: grazie Franck, per aver dedicato un anno della tua carriera alla nostra Serie A.

Andrea Esposito

fonte immagine in evidenza: gazzetta.it

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