Fonte: The Italian Times
Fonte: The Italian Times

Lo scorso 13 ottobre Giusto Mezzo ha manifestato davanti Palazzo Chigi con l’hashtag #nonègiusto per rivendicare investimenti per l’occupazione femminile ed il superamento di schemi inadeguati per la crescita del sistema-Paese.

É tempo di donne. E di giustizia sociale.  

Tremate, tremate, le streghe son tornate

L’occupazione femminile, si sa, è argomento spinoso e ciclico: periodicamente qualche politicuccio in cerca di approvazione (Edipo, scansate!) biascica formule magiche e risoluzioni provvisorie e, indossando il vessillo delle suffragette, assolve la sua coscienza. Politici, intellettuali, giornalisti, imprenditori sfilano sulla famosa strada lastricata di buone intenzioni pronunciando grandi proclami che poi, inevitabilmente, si producono in nulla, lasciando dietro di loro, una scia putrescente e fetida.

Giusto Mezzo è composto da associazioni, movimenti e professioniste che, durante la pandemia, si sono incontrate e hanno scoperto di parlare la stessa lingua. Oggi, questo gruppo composito, variegato e dirompente chiede investimenti moltiplicatori e politiche integrate a sostegno dell’occupazione femminile (anche) attraverso l’impiego del Next Generation EU, e lo fa rivolgendosi direttamente al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

Sono tre le azioni rivendicate da Giusto Mezzo: elaborazione di un piano strategico per il rilancio dell’occupazione femminile; superamento del gender pay gap; ampliamento dell’offerta dei servizi di cura della prima infanzia e dei non sufficienti.    

Tradotto in parole povere: sollevare le donne dai loro obblighi culturali e morali di cura, assicurando servizi gratuiti e diffusi sull’intero territorio nazionale, mettendole in condizione di accedere al mercato del lavoro e pagandole quanto un uomo.  

Ciò che viene chiesto e che dovrebbe esser preteso, dunque, è l’elaborazione di un piano strategico di crescita e la pianificazione di investimenti che possano fungere da moltiplicatore economico, superando l’introduzione di bonus, incentivi a tempo e altre mancette elettorali che si esauriscono nell’arco di sei mesi e favoriscono ulteriormente l’affermazione del potere discrezionale dell’uomo a capo di un’azienda sull’occupazione femminile.

Né tantomeno servono leggi che stabiliscano quote per la ridistribuzione degli incarichi: il primo passo per l’emancipazione femminile dello Stato e delle imprese è ripensare l’intero sistema produttivo e occupazionale, approntando un sistema che, prima di tutto, sollevi la donna dagli oneri che le sono attribuiti.

Non abbastanza.

La cura dei figli, ad esempio, o di genitori e disabili. Obblighi che ricadono, inesorabilmente e senza alcuna motivazione diversa dal continuo reiterarsi di schemi comportamentali e sociali, sulle spalle delle donne. La condizione da “caregivers” nella quale si trovano le donne non è cambiata, nonostante i secoli e nonostante le quote rosa (incredibile, vero?). E questo sistema, ingiusto, iniquo e maschilista, continua ad alimentare ed alimentarsi della cosiddetta “narrazione degli alibi” che governi, imprese statali e private fanno propria, e, approfittando di bonus e agevolazioni o rispettando le norme sul numero minimo di figure femminili da assumere, assolvono le proprie coscienze e, tronfi e certi di stare nel giusto, indossano la casacca dei progressisti e mostrano con orgoglio istupidito e vacuo, le medaglie di una giustizia sociale che è superficiale e, pertanto, vuota.

L’annullamento della scelta dicotomica a cui sono sottoposte le donne non può più (e non lo è mai stato) essere soddisfatto da soluzioni fugaci e ulteriormente discriminatorie ma ha bisogno, ora più che mai, di cambiamenti strutturali e paradigmatici. Cambiamenti che possano generare il tanto auspicato effetto moltiplicatore: di ricchezza, di benessere, di occupazione.

Formule magiche? Assolutamente no. Solo l’impiego, razionale, di tutte le risorse a disposizione.

L’occupazione femminile è una questione dal genere neutro

Invertire il senso di marcia sembra sia quanto meno essenziale e non già per una questione vetero femminista o per l’affermazione di diritti al momento disattesi o sospesi.

Sarebbe necessaria quanto meno un’inversione anche e soprattutto sul piano culturale e, se è vero che non è lo Stato a dover intervenire per ridurre il salary gender gap nelle aziende private, suo obbligo è quello di favorire, con tutti gli strumenti a disposizione, la distruzione dello stereotipo della donna come angelo del focolare, meno capace, meno brava o meno disposta a ricoprire ruoli apicali rispetto agli uomini. È un obbligo degli organi di governo, dei mezzi di informazione, dei personaggi pubblici, del passante che cammina sotto casa, del vicino di casa che alza la voce con la moglie, della donna che rinuncia perché divorata dai sensi di colpa o di quella che non si reputa all’altezza di un mondo a misura di pene.

Ma sicuramente è lo Stato a dover provvedere ad un’offerta di asili nido sistemica e gratuita sull’intero territorio nazionale, in tutte le sue diramazioni: dalla grande città, al piccolo centro. Ed è sempre lo Stato che dovrebbe provvedere all’introduzione di diritti-doveri degli uomini, soprattutto per quel che concerne la sfera della genitorialità che, a causa della cultura machista, diventa per l’uomo un’esperienza mutilata, perché non riconosciuta. Finché questo non avverrà, paradossalmente, finché non si avrà il riconoscimento giuridico dei diritti-doveri dell’altra metà della mela, finché tutti i provvedimenti proposti dalle stesse donne non includeranno, ad esempio, il congedo parentale anche per i padri, con le dovute coperture finanziarie, non si arriverà mai all’annullamento, anche culturale, degli spazi imposti dagli obblighi di cura attualmente vengono riconosciuti alle sole donne.

Il rischio è che si continui a parlare di sola occupazione femminile così come di sole “rivendicazioni femminili“, e non di rivendicazioni di una parte sociale che, in quanto appartenete al tessuto sociale e nazionale e a prescindere dal genere, pretende a gran voce rispetto, fattuale e tangibile.

Questa, com’è stato sottolineato più volte, non è una battaglia da combattere da sole, non è una battaglia per sole (super) donne. È una battaglia collettiva che ha come obiettivo il perseguimento del “giusto mezzo”: nei doveri, nelle rivendicazioni e, finalmente, nei diritti.

Edda Guerra

Edda Guerra
Classe 1993, sinestetica alla continua ricerca di Bellezza. Determinata e curiosa femminista, con una perversa adorazione per Oriana Fallaci e Ivan Zaytsev, credo fermamente negli esseri umani. Solitamente sono felice quando sono vicino al mare, quando ho ragione o quando mi parlano di politica, teatro e cinema.

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