La storia di Michael Phillips, o storia d'Irlanda.
Foto by @impatrickt (Patrick Tomasso)

Se siete appassionati di storia contemporanea europea, dovete leggere il libro di Michael Phillips, A Belfast Boy, edito da Homeless Edizioni.
In questo libro si intrecciano e condensano la biografia dell’autore e la recente storia d’Irlanda. Tutti ricordano i tragici scontri che, a partire dagli anni ’70 del Novecento, hanno colpito l’Irlanda. Stiamo parlando della lotta intestina tra i protestanti lealisti e i cattolici indipendentisti, ma anche degli attentati dell’IRA contro il dominio inglese. In questo contesto difficile cresce il nostro autore, il quale ci parla di come non sia stato facile crescere in contesto di continue tensioni, a cui si aggiungevano una serie di situazioni familiari difficili.

Lo stile di Michael Phillips è appassionante, la narrazione di fatti storici come di quelli personali è avvincente. Davanti a questo libro, è impossibile smettere di leggere. Si riconoscono i sentimenti, si percepiscono gli ideali nascosti sapientemente dietro ogni singola parola. Si tesse empaticamente la trama attraverso scelte sofferte.
L’autore, originario di Belfast, vive oggi a Bologna, diventata ormai la sua seconda casa dopo un periodo di forte instabilità. La sua precarietà emotiva – se così si può definire – era già compromessa alla vigilia di quella che, forse, è stata l’esperienza più traumatica della sua vita.

A ventuno anni, Micheal Phillips viene arrestato e trascorre, accusato di terrorismo, quindici mesi in carcere. Al termine del processo, viene prosciolto dall’accusa, ma la sua esistenza ne rimane profondamente segnata. Tuttavia, non senza sforzo, cerca e crede di aver trovato una nuova dimensione, di essersi lasciato tutto alle spalle. Ma in seguito ad una intervista rilasciata al Corriere della Sera, viene etichettato come ex terrorista. L’incubo è tornato. Nasce così l’esigenza di scrivere la sua verità, che non si configura come il tentativo di giustificarsi, ma come un’analisi obiettiva e lucida destinata a far capire il proprio punto di vista. Non si parla solo di storia passata, ma anche di storia recente e, perché no, persino futura. Nell’analisi che Phillips compie, c’è una lettura della situazione contemporanea irlandese nel post Brexit. Il giornalista ha, infatti, avuto il sentore di una nuova (o forse mai assopita) tensione e teme che possa sfociare nelle stesse violenze o azioni del passato, in netto contrasto e nella direzione opposta a quella della pace – da lui stesso auspicata.
«Il vuoto politico che rischia di incoraggiare una nuova generazione alla violenza, la storia è sul punto di ripetersi ancora una volta. Condividendo un simile fardello, però, il governo inglese deve essere disposto anche ad affrontare le inevitabili conseguenze del suo ruolo in questa interminabile roulette russa. Vogliamo vivere. Ma vogliamo anche essere liberi».

‘ A Belfast Boy’ – la storia di Michael Phillips, o dell’Irlanda stessa.

In questo libro, dunque, c’è la storia di un uomo, ma anche la storia di un paese – l’Irlanda – che non desidera altro che libertà e pace.

Di cosa parla il tuo memoir A Belfast boy?

«Si tratta della mia autobiografia, di come sono vissuto e cresciuto a Belfast durante i Troubles fino al mio arresto a Londra, poco dopo essere andato via da casa all’età di 18 anni. La prima parte racconta le gioie e i dolori del crescere nel bel mezzo di una guerra per l’indipendenza. Da una parte è liberatorio, nel senso che succedono un serie di eventi folli e incredibili, ma è allo stesso tempo spaventoso, perché morte e miseria sono sempre alla porta. La seconda parte racconta il mio arresto, il periodo in prigione e gli anni successivi alla scarcerazione. Purtroppo non ho riportato molte di quelle storie che rivelerebbero un conflitto ancora più profondo in e sulla mia vita. O almeno, non l’ho ancora fatto.
Ci sono varie ragioni alla base di questa scelta, inclusa una questione di natura legale. Spero, in futuro, di potere pubblicare un nuovo libro che riempia i molti spazi vuoti lasciati da “A Belfast Boy”».

Recensione a cura
de Il Taccuino Ufficio Stampa

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