Il Calcio italiano e le plusvalenze fittizie: storia di un vecchio grande amore

Un’inchiesta sulle plusvalenze fittizie, lanciata dal sito Calciomercato.com, ha suscitato tanto clamore ed acquisito tanta notorietà da arrivare sugli schermi televisivi italiani, grazie al servizio realizzato nei giorni scorsi da Striscia la Notizia. È l’ennesima brutta figura del nostro sistema calcistico. Eppure, stavolta i responsabili non possono essere individuati nei dirigenti rappresentanti delle istituzioni calcistiche, quanto nelle società di calcio che rappresentano i vari club italiani.

Il dossier ha ad oggetto una pratica molto comune nell’ambito del calcio italiano. Invero, nonostante siano vecchie le sue radici, il sistema delle plusvalenze fittizie è, tuttora, molto diffuso. Prima di entrare nel merito e capire di cosa stiamo parlando, occorre precisare il concetto stesso di plusvalenza, comunemente intesa come “incremento di valore, differenza positiva fra due valori dello stesso bene riferiti a momenti diversi” (fonte: Treccani). In altre parole, parlando dal punto di vista calcistico, una società che acquista un calciatore al prezzo di, ad esempio, 10 milioni di euro, e rivende lo stesso a terzi per una cifra pari a 12 milioni di euro, realizza una plusvalenza di 2 milioni di euro. Per l’effetto, i due milioni di euro saranno inquadrati come proventi, e quindi iscritti a bilancio nella voce delle entrate dell’esercizio in corso.

Tuttavia, a volte questo normale meccanismo, fondamentale per l’andamento e, in alcuni casi la sopravvivenza, di una società di calcio, viene utilizzato in maniera distorta. Il classico caso è quello di una società di calcio che iscrive a bilancio, ad un prezzo gonfiato e dunque non realistico, il valore di un calciatore facente parte della sua rosa, spesso non conosciutissimo né tantomeno impiegato con frequenza durante il corso del campionato. Il fine è quello di rivenderlo ad un prezzo superiore rispetto a quello con il quale è stato iscritto a bilancio. Cosicché, la differenza, in termini monetari, tra il peso del calciatore sul bilancio della società (spesso effimero, perché si tratta di giovani della primavera), e quello che la società guadagna effettivamente dalla sua cessione è chiamata, per l’appunto, plusvalenza fittizia, dal momento che è il risultato di un negozio che non ha rispecchiato il reale valore del giocatore oggetto della vendita.

plusvalenze

L’obiettivo delle plusvalenze fittizie è quello, naturalmente, di sanare le eventuali perdite subite da una società nel corso dell’anno di esercizio finanziario, o, magari, di aumentare ulteriormente le entrate. Questo il motivo per cui, il più delle volte, la pratica delle plusvalenze fittizie coinvolge più di una società, assumendo la denominazione di “incrociata”. Il meccanismo è, pressoché, sempre lo stesso, differenziandosi unicamente nel fatto che, mentre in alcuni casi di plusvalenza fittizia semplice, la società acquirente potrebbe non essere al corrente dell’inganno sotteso alla vendita gonfiata di un calciatore, nel caso della plusvalenza fittizia incrociata, entrambe le società sono consapevoli dell’artifizio sotteso alla pratica messa in atto. Infatti, in quest’ultimo caso, il meccanismo sopra descritto viene realizzato in maniera identica da entrambe le società. In sintesi, la prima società, dopo aver iscritto un proprio calciatore sconosciuto a proprio bilancio ad un valore irrealistico di, ad esempio, 10 milioni di euro, lo cede alla seconda società alla cifra di, ad esempio, 20 milioni di euro, realizzando, così, una plusvalenza fittizia di 10 milioni di euro, immediatamente annotata nelle entrate. Dall’altro lato, dovendo la seconda società “recuperare” l’esborso di 20 milioni di euro a cui si è virtualmente sottoposta, venderà alla prima società un proprio calciatore sconosciuto, sempre iscritto a bilancio come un calciatore del valore di 10 milioni di euro, allo stesso prezzo, cioè 20 milioni di euro, realizzando anch’essa una plusvalenza fittizia di 10 milioni di euro, immediatamente annotata nella voce delle entrate dell’esercizio in corso e, dunque, sanante le eventuali perdite di bilancio. In sostanza, i due club si scambiano calciatori ed apportano modifiche rilevanti al proprio bilancio, senza realizzare reali movimenti di denaro.

A questo punto si dirà che un sistema di scambi come quello sopra descritto comporta che il bilancio di entrambe le società torni ad essere in perdita, in quanto entrambe si sono sottoposte ad uno sforzo economico equivalente alle entrate ricevute. In realtà, la chiave sta nel fatto che, mentre i ricavi vanno iscritti immediatamente a bilancio e contribuiscono a sanare l’andamento dell’esercizio corrente, non vale lo stesso per i costi sostenuti, i quali, infatti, non incidono sull’esercizio in corso ma, attraverso il meccanismo dell’ammortamento, vengono ripartiti in più esercizi successivi. Conseguentemente, il prezzo pagato per l’acquisto del calciatore, viene ammortizzato in tanti anni, quanti sono quelli della durata del contratto che gli si riserverà. Ad esempio, l’esborso di 20 milioni di cui sopra, verrà ripartito in 5 differenti esercizi, se al calciatore acquistato si riserverà un contratto quinquennale.

plusvalenze

Le società calcistiche coinvolte nella corrente inchiesta cui si accennava sono Chievo Verona e Cesena, le quali, secondo indiscrezioni, avrebbero costituito negli anni una vera e propria “rotta delle plusvalenze”, scambiandosi giocatori a vicenda e incrementando i propri bilanci. Si pensi che il club di Verona, dal 2015 ad oggi ha realizzato 23 milioni di plusvalenza soltanto grazie alle cessioni effettuate in favore della società romagnola. Mentre, dall’altro lato, il club bianconero ha realizzato ben 17,8 milioni di euro di plusvalenze grazie ai traffici di giocatori col Chievo.

Insomma, un meccanismo a cui spesso i club ricorrono per fronteggiare al meglio le perdite societarie. Meccanismo che, in realtà, ha delle radici non recentissime, essendo utilizzato in maniera molto frequente negli anni ’90 e agli inizi degli anni 2000 (Milan e Inter arrivarono a scambiarsi numerosi giocatori, si ricordino i vari Seedorf, Guly, Coco, Helveg, Simic ecc.). All’epoca tutti i club coinvolti nella losca pratica, sprovveduti nel non considerare che la plusvalenza fittizia, se da un lato spalma le perdite, dall’altro lato non le elimina del tutto, congelandole solo nel tempo, eccedettero talmente nel suo utilizzo, che la maggior parte di loro non riuscì più a far fronte alle sempre più alte quote di ammortamento che si accumulavano anno dopo anno. Tanto che, visti i buchi di bilancio evidenti di alcune squadre, tra cui Milan, Inter, Lazio (insomma, le grandi), l’allora governo Berlusconi si vide “costretto” ad intervenire al fine di scongiurare un loro eventuale rischio fallimento, attraverso il famoso Decreto Salvacalcio (L. 27/2003), con il quale si permetteva a tutte le società sportive professionistiche di “spalmare” in dieci anni le proprie perdite di valore. (Tale misura, configurata come aiuto di stato dalla Commissione Europea, fu successivamente modificata ed il termine di 10 anni entro il quale spalmare i debiti societarie fu ridotto a 5 anni).

plusvalenze

Gran parte delle volte il meccanismo delle plusvalenze fittizie coinvolge giovani calciatori sconosciuti, utilizzati come veri e propri oggetti, acquistati virtualmente e subito “rigirati” ad altre società di categoria inferiore. Alcuni dei giocatori grazie ai quali le società coinvolte nell’inchiesta di Calciomercato.com hanno addirittura smesso di giocare. Altri giocano in categorie talmente basse da essersene perse le tracce. In altre, parole, giovani mandati in giro per i campi e rimbalzati da un club all’altro. Si pensi che nell’inchiesta giornalistica in corso su Chievo e Cesena, un’attenta analisi dei bilanci delle società coinvolte ha permesso di svelare che tre giovani calciatori, dopo essere stati ceduti dal Cesena al Chievo, sono stati ridati in prestito al club romagnolo dopo appena 12 giorni dalla loro cessione.

Ma esiste un modo per sradicare l’utilizzo di questa pratica?

Purtroppo, non esiste una regola precisa in base alla quale va calcolato l’equo valore di un calciatore; né, dall’altro lato, è facile dimostrare che la società acquirente non abbia avuto un abbaglio nel valutare per quel determinato prezzo per quel determinato calciatore. Conseguentemente, a farne le spese, saranno sempre e solo i (giovani) calciatori coinvolti. Il tutto, nell’attesa di un serio intervento legislativo di contrasto. Stavolta, si spera, non favorevole alle società.

 

Amedeo Polichetti